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gennaio 1998

GENNAIO 1998


Sommario

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Corsivo redazionale  

 

 
Grazia Prevete

Intervento del presidente di Federnotai al XXXVI congresso 

Dalla redazione
 

 
Il Consiglio che verrà - Tavola rotonda con Gianfranco Condò, Gennaro Mariconda, Paolo Piccoli, Guido Roveda 

Carlo Fragomeni

 

Fuochi d’artificio
 

Alessandro Marzocchi

 

Kangaroo

 

Luciano Amato

 
La delusione di un commissario 

 

Benedetto Elia
 

 

Le mie . . . visioni

 

Remo Bassetti

 

Verso il terzo congresso di Federnotai

Luigi A. Ciampi

 

Cose nostre

Finestra sul cortile 

 

di Franco Cavallone

 
Ugo Bechini Virtù e vizi delle mailing list 
Luigi La Gioia Telematica, se non ci adeguiamo è Hara Kiri . . . 
 
Antonio Testa  L’abrogazione dell’art. 17 del codice civile

 
Marcello de Jorio Costruzione abusiva - Ordinanza di acquisizione - Condono edilizio - Annullamento dell’ordinanza di acquisizione - Commerciabilità del bene 
 
Arturo Brienza
 
Ancora un convegno sui parcheggi
   
Giuseppe Cozza  L’esperimento pilota del Comune di Milano 
   
Antonio Marsala  Parcheggi condominiali in uso esclusivo 
   
Interviste del lunedì  a cura di Pierluigi Scalamogna 
   
Attività sindacali   Sintesi del verbale Federnotai del 27 novembre 1997 
   
Pasquale Macchiarelli  Le casse previdenziali privatizzate: Il convegno A.d.E.P.P. 

 

 

 

Corsivo redazionale

 

Nel panorama notarile, l’evento più significativo degli ultimi mesi, dopo la pubblicazione dei risultati dell’indagine conoscitiva dell’Antitrust, è stato senza dubbio il XXXVI Congresso Nazionale, tenutosi a Roma tra il 27 ed il 30 novembre.

 

I sentimenti che ci hanno accompagnato nel ritorno sono stati, per una volta, non contrastanti, ma contrastati: un senso di piena soddisfazione e di pari delusione.

Ci spieghiamo a beneficio degli assenti.

Il Congresso, secondo tradizione, si suddivide in due momenti ben distinti:

- il momento vetrina che ruota attorno alla giornata inaugurale, ai lavori scientifici ed al (o ai) forum che, pur non regolamentati, costituiscono un passaggio abituale e saliente degli appuntamenti congressuali;

- il momento discussione che inizia con gli interventi "istituzionali" o "istituzionalizzati", durante l’assemblea plenaria di apertura, prosegue con i lavori delle commissioni e si chiude con le votazioni (i voti congressuali) durante l’assemblea plenaria di chiusura.

Quest’anno, il momento vetrina è stato quasi perfetto.

Dalle consuete paludi del cerimoniale è scaturita un’apertura vibrante, incentrata sul tema del rapporto tra notariato, libere professioni in generale e concetto di impresa.

I lavori scientifici, ancorché resi noti con l’abituale, colpevole ritardo, sono apparsi di spessore culturale notevole.

Il forum ha visto coinvolte nella discussione specifica sul notariato personalità del diritto, della cultura e della politica, per una volta, veramente di spicco.

A questi appuntamenti il notariato ha risposto con una presenza massiccia dando prova agli interlocutori esterni di una partecipazione e di una attenzione ai problemi collettivi superiore a quella di altre professioni.

A tale successo hanno concorso più fattori.

L’eccezionale gravità del momento.

Mai come oggi, l’abbiamo già sottolineato, il notariato si è sentito assediato, in pericolo. Diffusa è la sensazione che manchi un preciso referente politico. Forze che si era abituati a considerare amiche, appaiono oggi più ostili di quanto non si mostrino, nei nostri confronti, ambienti tradizionalmente considerati avversi. Siano esse fondate o meno, queste paure toccano, anche e forse ancor più, chi non partecipa attivamente alla vita di categoria, spingendolo ad andare a sentire direttamente il polso della situazione.

La scelta di un "tema scientifico" fortemente politico.

Da tempo sosteniamo che il Congresso non è un Convegno e che il tema congressuale non può avere valenza esclusivamente scientifica, ma deve necessariamente coinvolgere i rapporti tra notariato e società.

Sarà stata la coincidenza temporale quasi perfetta con la pubblicazione dell’Indagine dell’Antitrust, sarà stato il collegamento con il tema del Congresso di Federnotai, ma mai come quest’anno i lavori della Commissione scientifica sono stati seguiti da un pubblico così numeroso.

La sede congressuale.

Dopo tanto girovagare tra sedi ora scomode, ora quasi irraggiungibili, il Congresso è finalmente approdato al suo porto naturale: Roma. E’ la città più facilmente raggiungibile, il suo notariato garantisce da solo un buon numero di presenze, strutture congressuali e alberghiere sono di qualità, è assicurata agli incurabili amanti del turismo notarile una varietà di iniziative quasi infinita. La capitale, infine, è il centro della vita politica nazionale. Se si vuole proseguire sulla strada intrapresa in questa occasione si deve facilitare la presenza di personaggi politici di spicco. Uno degli intervenuti al forum, aveva contemporaneamente annunciato la sua presenza a Roma, al nostro congresso, ed a Milano ad un incontro sull’IRAP indetto dall’avvocatura locale. Sarebbe presuntuoso non supporre che abbia scelto il nostro per comodità.

Non abbiamo mai creduto molto nei congressi vetrina che anzi abbiamo spesso criticato. Dobbiamo prendere atto che, in momenti particolari, questo tipo di incontro tra il notariato e alcune componenti esterne ha un significato e, probabilmente, una propria utilità.

 

Al contrario, il momento discussione di questo XXXVI Congresso è stato del tutto insoddisfacente.

L’assemblea plenaria di apertura, fatta eccezione per il discorso di Grazia Prevete - pubblicato in questo stesso numero - si è stiracchiata tra relazioni di routine.

I lavori delle Commissioni sono stati compressi in poche ore. Di conseguenza gli ordini del giorno sono stati modesti nel numero e nella qualità.

L’assemblea plenaria di domenica, una volta sacrificata la mattinata, ha offerto nel pomeriggio lo spettacolo, squallido e consueto, del fuggi fuggi verso stazioni ed aeroporti.

Tra le ragioni di questo insuccesso, la prima è costituita, senza dubbio, proprio dal successo del congresso vetrina. Quanto più si coglie l’importanza di presentarsi all’esterno, di confrontarsi e dialogare con altre componenti della società, tanto più le tensioni ed i tempi del congresso si incardinano su questo momento e, conseguentemente, si sacrifica la discussione interna.

A ciò si aggiunga che, come già scrivevamo nel precedente corsivo, tutt’altro che abbondante si annunciava l’interesse della categoria per un dibattito interno incentrato sul regolamento del congresso. Come pure è stato già scritto, affinché chi partecipa al congresso possa sentirsi realmente chiamato a svolgere un ruolo diverso da quello di mero spettatore è necessario che nei congressi sia "in qualche modo invertito l’attuale rapporto tra organi istituzionali e notariato. Non più protagonisti i primi e spettatore il secondo, ma viceversa".

L’assenza di una discussione non può non dispiacere a chi, come la gran parte di chi partecipa ai lavori congressuali, ama confrontarsi sui problemi del notariato e a chi ritiene che, per presentare all’esterno la propria immagine, sia necessario discutere con serietà e chiarezza, all’interno, le linee guida della politica di categoria.

Dalle colonne di questo giornale si è spesso sostenuta la necessità di una prevalenza del congresso discussione rispetto al congresso vetrina. Dopo questo XXXVI congresso, lo straordinario successo del secondo e lo straordinario insuccesso del primo debbono indurre ad un ripensamento: vetrina e discussione non possono convivere. Resti pure, quando serve, si sviluppi e migliori, se possibile, il congresso proiettato verso l’esterno, al quale siano invitati a partecipare le autorità della cultura, della politica e del potere. Ad esse si presenti il notariato appassionato e compatto che abbiamo visto a Roma.

Per la discussione - sempre che siamo convinti che il notariato, necessariamente muto nel congresso vetrina, abbia diritto di esprimersi - cerchiamo un altro luogo.

Se l’esperienza di Roma dimostra che per la vetrina si è trovata la ricetta giusta, per la discussione c’è sicuramente molto da immaginare e progettare. Alcuni punti fermi, però, già oggi si possono indicare:

- partecipazione aperta;

- tema o temi fissati in anticipo, ordinariamente dal Consiglio Nazionale del Notariato e straordinariamente da gruppi di notai (il render conto alla categoria del proprio operato da parte del CNN e della "Cassa" è certo importante ma in questa attività non può esaurirsi il congresso; altre forme di comunicazione e informazione consentono - anzi impongono - di assolvere meglio questo dovere);

- tesi congressuale predisposta dal proponente il tema, resa nota con largo anticipo;

- possibilità di contrapporre altre tesi, pure da far conoscere in anticipo;

- vincolatività politica delle votazioni congressuali per gli organi istituzionali;

- svolgimento in località facilmente raggiungibile ovvero, meglio, sede fissa a Roma.

Sul congresso discussione . . . la discussione è aperta.

***

A Roma si è anche parlato, molto, troppo sottovoce, delle prossime elezioni di febbraio.

 

Per quanto ci riguarda, organizzando una tavola rotonda alla quale abbiamo invitato tutti i componenti del CNN ricandidabili, abbiamo cercato di fare emergere il punto di vista di chi, presente in una delle stanze dei bottoni da tre anni, potrebbe essere confermato per altri tre.

Nostro scopo è stato anche quello di dare una idea, a chi si accinge a candidare o ad essere candidato, di quali requisiti, disponibilità, capacità ed energie siano da mettere in valigia per andare a Roma.

Nel parlar molto, troppo sottovoce, delle prossime elezioni di febbraio si è sentito di preoccupanti manovre in corso tra Cassa e Consiglio.

Piaccia o non piaccia, il sindacale principio di rotazione è recepito dalla legge 220, dallo statuto della Cassa e dal Codice Deontologico.

Piaccia o non piaccia, le ragioni di questo principio stanno, anche e soprattutto, nella necessità di coinvolgere un numero maggiore di persone nella gestione del "potere di categoria" e nella opportunità di portare ai vertici "idee fresche".

Passaggi dalla Cassa al Consiglio e viceversa, causa fine mandato, se non violano la regola nella forma, la violano nella sostanza.

Soprattutto violano le più elementari regole del buon gusto e dello stare insieme.

***

 

 

Nello scorso numero, abbiamo ospitato molta corrispondenza. Tra le altre la lettera di Giuseppe Cotto, consigliere della Cassa. Malgrado due cadute di stile (la richiesta di pubblicazione per via gerarchica e il trasversale riferimento a "vicissitudini del verbale n. 7 - seduta del 23 maggio 1997"), la pubblicazione ci è apparsa doverosa. Trasparenza e coerenza ci erano parse qualità presenti nella posizione del dimissionario Giuseppe Cotto.

Abbiamo poi letto(*) che, avendo il Presidente Mobilio richiamato "la gravità delle decisioni alle quali il Consiglio è chiamato" ed avendo egli rilevato "che il rinvio di talune decisioni nasce spesso dalla necessità di compiere scelte più approfondite e meglio giustificate . . . il Consiglio all’unanimità [presente e concorde anche il dimissionario? - ndr] ha deliberato, dopo chiarificante dibattito, di non accettare le dimissioni" del consigliere Giuseppe Cotto.

In proposito abbiamo tante perplessità, diversi dubbi e qualche certezza.

Ci limitiamo a queste ultime.

Siamo certi che non sapremo mai, pubblicamente, di quali vicissitudini sia stato protagonista o vittima il verbale n. 7 relativo alla seduta del 23 maggio 1997.

Siamo certi che molti pensionati sarebbero lieti di essere fatti partecipi dei chiarificanti elementi del dibattito che ha consentito l’unanime (!) superamento (in senso favorevole o contrario?) delle ragioni che impedivano (o impediscono?) lo scongelamento dell’adeguamento ISTAT 1995.

Siamo certi che molti pensionati sarebbero pure lieti di essere costantemente e dettagliatamente informati di ogni altra vicenda, iniziativa, novità o attività della loro - certo, anche loro non meno che dei colleghi in esercizio - Cassa, siano o non siano iscritti a questa o a quella associazione, siano o non siano collegati ad Internet o Intranet, siano o non siano ammanigliati con questo o con quello, etc.

Siamo infine certi che comunicazioni e notizie come quelle riportate qui sotto, . . . sono peggio del silenzio.

 

(*) Estratto dalla sintesi delle deliberazioni del Consiglio di Amministrazione della Cassa Nazionale del Notariato del giorno 24 ottobre 1997, pubblicate nel numero 214 di CNN Notizie

4. Art. 22 del regolamento per l’attività di previdenza.

Rinviato l’esame di un problema di interpretazione del secondo comma al momento della sua applicazione.

5. Esame del testo definitivo del regolamento dei congressi nazionali.

Il testo proposto è stato approvato con rilievi in ordine al sistema di nomina dei membri delle commissioni.

6. Ricorso al consiglio di amministrazione

Il Consiglio ha accolto un ricorso contro delibera del Comitato Esecutivo in materia di pensione straordinaria.

7. Ricorso avverso delibera del comitato esecutivo n. 39 del 20.2.1997

Il Consiglio ha respinto un ricorso contro delibera del Comitato Esecutivo in materia di riconoscimento di arretrati in caso di domanda tardiva di pensione.

8. Amministrazione ordinaria e straordinaria del patrimonio mobiliare e immobiliare

Discussi problemi inerenti l’alienazione di un immobile sito in Milano.

Esaminati ed approvati orientamenti di investimento mobiliare.

9. Approvazione verbali sedute precedenti

Approvati con osservazioni.

Dopo questa lettura, infatti, che cosa si suppone che il lettore sappia di più di quanto non sapesse prima?

 

 

 

 INTERVENTO DEL PRESIDENTE DI FEDERNOTAI AL XXXVI CONGRESSO

 

Signor Presidente del Congresso, signori Presidenti e componenti del Consiglio Nazionale del Notariato e del Consiglio di Amministrazione della Cassa, carissimi colleghi e colleghe, queste ultime ahimè sempre troppo poche, sono lieta di rappresentare Federnotai e di portare a tutti voi il saluto della nostra Associazione e l’augurio di un proficuo lavoro.

Di ogni discorso dovrebbe rimanere ricordo in quelli che ascoltano di un concetto informatore: quello di questo intervento avrebbe potuto essere la sindrome di Cassandra.

Ma Cassandra non era simpatica a nessuno, né la stessa Cassandra era contenta di aver predetto la distruzione di Troia, quindi non introdurrò i vari argomenti di cui voglio parlare (ma non temete sarò breve, anche perché sono in piedi, è un buon sistema per limitare nel tempo gli interventi) dicendo "Federnotai da tempo aveva sottolineato la opportunità o la necessità di . . . ", anche se tutti sappiamo che risponde a verità.

Due fantasmi si aggirano in questo congresso: la firma elettronica e la relazione dell’Antitrust.

Un collega mi diceva tempo fa: "Mi fa impressione pensare che il mio futuro sarà costellato di clienti che vengono a chiedermi le chiavi, a quel punto mi verrà spontaneo chiedere: a che ora i signori vogliono la sveglia?" A me fa altresì impressione pensare a cartelli pubblicitari in cui la mia immagine, con sguardo accattivante, inviti il pubblico a stipulare atti da me e non dal notaio della porta accanto.

E’ questo il futuro del notariato? O queste immagini sono la materializzazione delle nostre paure?

La paura del nuovo che serpeggia oggi fra le nostre fila non deve impedirci di fare con chiarezza il punto della situazione e di porci con onestà intellettuale di fronte alla nostra professione nell’ottica questa volta non della categoria, ma dell’utente.

Dopo anni di discussioni sulla funzione del notaio, dopo interminabili dibattiti per stabilire se il notaio sia più libero professionista o più pubblico ufficiale e in quale percentuale, dopo altrettanto lunghi dibattiti per stabilire se fosse opportuno mettere in discussione il nostro ordinamento nella sua globalità ovvero solo per argomenti (e non era mai il momento giusto né per la prima ipotesi né per la seconda), ecco prende avvio l’indagine dell’Antitrust.

Le conclusioni dell’indagine sono state da noi attese con ansia, perché sappiamo che è difficile girare la boa del 2000 con la legge del 1913 difesa come se fosse l’unica possibile!

Ho un profondo senso di rigetto nei confronti della definizione del notaio come "Impresa che eroga servizi giuridici", ma non possiamo ignorare che l’equiparazione delle libere professioni alle imprese non è frutto di una improvvisa ispirazione dell’Autorità Garante, ma deriva dalla elaborazione giurisprudenziale della Corte di Giustizia Europea, quindi non potrà non tener conto di ciò anche la commissione Mirone che sta redigendo il progetto di legge quadro per le libere professioni.

E’ quindi una realtà con la quale dobbiamo fare i conti.

Federnotai da lungo tempo esorta il notariato e i nostri organi istituzionali ed elaborare un progetto di riforma dell’ordinamento, anche da tenere nel cassetto, pronto per quando i tempi saranno maturi.

Sfogliando FederNotizie di anni lontani (1989) e poi i quaderni editi in occasione dei Congressi (Montecatini, Napoli, Genova) in cui si esorta la nostra categoria, (1993 - Napoli) "convinta da sempre di vivere in una sorta di asettico isolamento dal contesto civile e di godere di una speciale immunità" a prendere atto che per nessuna aggregazione è dato "avvalersi di salvacondotti immotivati", mi rendo conto che le parole scritte quattro anni fa, possono riferirsi senza cambiamenti alla situazione di oggi (scusatemi, ma qui Cassandra mi ha preso la mano).

Ma spesso i discorsi di oggi non sono solo quelli di 4 anni fa, bensì di 10, 30 anni fa.

Vi voglio fare un esempio concreto di come la fobia del nuovo avvolga come un manto sempre meno protettivo le nostre abitudini e le nostre istituzioni.

L’esempio riguarda la gestione della nostra Cassa.

Siamo lieti di leggere nella relazione del Segretario della Cassa che è iniziata una politica di comunicazione usufruendo anche di un sito Internet, così forse i colleghi interessati potranno finalmente sapere per tempo, ad esempio, che è stato organizzato un convegno di sicuro interesse per la categoria come quello indetto dall’Adepp (Associazione degli Enti Previdenziali privatizzati) per l’inizio del trascorso mese di ottobre e del quale pochissimi hanno avuto notizia, per cui vi hanno partecipato pochissimi notai.

In questo convegno è stata sottolineata la necessità di un cambiamento radicale di mentalità nella gestione dei patrimoni delle Casse privatizzate, dal concetto di amministrare = conservare a quello di amministrare = gestire ed incrementare.

Infatti l’amministrazione del patrimonio di un ente previdenziale non può limitarsi ad una gestione conservativa in un momento come quello attuale in cui le contribuzioni non sono più sufficienti, come nel passato, a pagare le prestazioni previdenziali, ma deve diventare gestione ottimale incrementativa del patrimonio.

Le risorse degli enti previdenziali devono pertanto essere collocate in modo ottimale, non trascurando nessuno degli strumenti che il mercato può offrire e ciò presuppone non solo decisioni politiche, ma anche la necessità di profonde competenze dirette o indirette (ossia acquisite mediante consulenti), in quanto si va incontro a situazioni di rischio sconosciute in passato.

In particolare la gestione del patrimonio mobiliare richiede competenze specialistiche che la struttura degli enti previdenziali non può fornire. E’ necessario delegare ad organismi specializzati esterni di provata professionalità, fermo restando il controllo politico e gestionale degli amministratori della Cassa e la possibilità di sostituire il gestore che non garantisce il risultato previsto.

La gestione mobiliare non è il bricolage. Nessuno di noi come singolo avrebbe la presunzione di gestire da solo un patrimonio ingente leggendo il Sole 24 Ore e pensando di poter agire come un operatore finanziario professionista.

I tempi richiedono quindi un cambiamento. Ed il cambiamento dovrebbe essere favorito anche dal rinnovo del Consiglio di Amministrazione della nostra Cassa con le prossime elezioni di febbraio.

Federnotai ringrazia tutti i consiglieri per l’impegno con il quale hanno espletato il loro mandato, ma noi esortiamo soprattutto quelli che a vario titolo sono presenti nella Cassa da tempo immemorabile a favorire la rotazione delle cariche non ripresentando la loro candidatura. Si obietta: e la continuità della gestione, pur nel cambiamento necessario? Se gli Stati Uniti d’America possono permettersi di mandare a casa regolarmente tutti i loro amministratori, credo che anche la nostra Cassa con gli opportuni accorgimenti lo possa fare.

Vi ho fatto un esempio di come l’abitudine alla conservazione e all’acritico rispetto della tradizione all’interno del notariato generi non solo fratture culturali, ma danni concreti all’intera categoria.

Ma ritorniamo alla relazione dell’Antitrust.

Gli strali dell’Autorità garante sono diretti contro il ruolo degli ordini, il numero chiuso, i minimi tariffari, l’accesso alle professioni.

Alcune delle conclusioni dell’Antitrust non possono e non devono da noi essere accettate, in quanto ispirate a principi di eccessivo e forse non sufficientemente meditato liberismo, ma come non concordare con le critiche ad esempio alla pratica notarile? E così pure il problema del numero delle sedi che noi diciamo non è chiuso, ma programmato in base alle reali esigenze del traffico giuridico; ma allora le sedi scoperte da sempre (783 nel 1989, oggi sono 786 ed erano 666 nel 1987)?

Non dirò che Federnotai l’aveva detto, ma la categoria avrebbe dovuto intraprendere energiche azioni nei confronti del Ministero responsabile per indire più concorsi per coprire i posti da sempre vacanti.

Il nostro concorso e quello dei farmacisti sono stati additati, proprio a causa di questi posti scoperti da sempre, come strumento per comprimere artificiosamente l’offerta, posto che se il numero è programmato in base alle esigenze del traffico giuridico i posti dovrebbe essere sempre ad organici tendenzialmente completi.

E che dire della riforma dell’ordinamento per la quale non era mai il momento giusto? Federnotai in due congressi ha prodotto due articolati, uno sulla forma e uno sulla funzione, che sono stati un serio tentativo di contribuire alla discussione e all’elaborazione.

Erano pure state costituite commissioni dal CNN che peraltro hanno prodotto un risultato non proporzionale all’impegno profuso.

Che fine hanno fatto gli elaborati delle commissioni del CNN e quelli di Federnotai?

E’ vero che la relazione dell’Antitrust non ha sufficientemente considerato la specificità di alcune professioni, ed in particolare la nostra, caratterizzata dalla delega di pubbliche funzioni da sempre affidate al notaio. Ma la delga di pubbliche funzioni non può costituire un comodo paravento per sentirci fuori dalla mischia.

Un argomento deve far riflettere tutta la categoria: noi siamo abituati a considerare i problemi dal punto di vista del professionista, qualcuno dice da un punto di vista corporativo, e non da quello dell’utente del servizio.

L’Antitrust ha rovesciato l’ottica e questo vale anche per i notai.

Si presenta una occasione che non possiamo ignorare, la relazione dell’Antitrust può rappresentare un forte stimolo ad una discussione e ridefinizione del nostro ruolo in una ottica adeguata ai tempi.

Non dobbiamo chiuderci in una miope difesa della categoria, che sarebbe peraltro astorica e quindi inutile, ma cercare di procedere velocemente all’adeguamento del nostro ordinamento alle mutate esigenze della società

Altrimenti un nuovo ordinamento verrà elaborato da altri senza il nostro contributo con le conseguenze che possiamo ben immaginare.

Questo anche per far riflettere tutti i colleghi saltati sulla sedia in occasione della presentazione della nostra proposta di "istruzioni per l’uso del servizio notarile" che, per chi non le conoscesse, sono una sorta di vademecum per l’utente: perché sappia quello che può aspettarsi dal notaio e in che cosa consiste la nostra prestazione. Colleghi che in sostanza hanno trovato inconcepibile che i problemi venissero visti dal punto di vista dell’utente.

Le istruzioni per l’uso erano proprio dirette a colmare quelle che l’Antitrust chiama asimmetrie informative a sfavore del cliente che può essere esposto "a prestazioni di qualità inadeguate le quali, data la delicatezza ed il rilievo degli interessi su cui incidono alcune attività professionali, sono suscettibili di produrre effetti particolarmente dannosi".

Questo è uno dei punti principali della politica di comunicazione intrapresa da Federnotai da oltre un anno, che tende a far conoscere la nostra funzione all’opinione pubblica e vuole accorciare la distanza fra il notariato e i cittadini.

Dobbiamo avere il coraggio di prendere atto della realtà e dare il segno che il notariato è vitale ed all’altezza dei tempi; alcune delle nostre funzioni sono viste dall’utente come un parassitario retaggio di privilegi antichi: a chi giova continuare a difendere l’aggravamento burocratico costituito dall’intervento del notaio in atti ripetitivi, che certo non danno lustro alla nostra immagine? Al notariato no di certo e neppure ai colleghi che queste funzioni esercitano, funzioni che, pur costituendo fonte di proventi, sviliscono l’immagine dell’intera categoria e fanno sì che il Sottosegretario ai Trasporti si senta in diritto di definirci "una corporazione che beneficia delle pastoie burocratiche ".

Vorrei ora parlare di un argomento intitolato "Comunicazione - Informazione".

Anche per questo tema potrei essere travolta dal fantasma di Cassandra, che suggerisce: "Federnotai da tempo ha sottolineato l’importanza dell’argomento ed ha sollecitato gli organi istituzionali ad occuparsene".

I Consigli Notarili ed i Comitati si sono dimostrati per lo più non in grado di provvedere con tempestività all’informazione della categoria, fatte salve alcune lodevoli eccezioni.

Leggevo su un quaderno di FederNotizie del 1989 una indagine sull’attività non brillante dei Consigli e dei Comitati (scusate l’autocitazione), indagine che oggi non darebbe risultati migliori.

Oggi il CNN con il notiziario informatico, iniziativa a cui Federnotai plaude e della quale sono una entusiasta neofita, intende a ciò sopperire. E noi esortiamo il Consiglio a proseguire su questa strada. Il problema è, credo, quello di farne capire alla categoria l’importanza. La rete intranet è oggi un futuro prossimo. Ma quanti colleghi sono ad oggi in grado di usufruirne e soprattutto quanti Consigli?

Nelle riunioni dei Presidenti, alle quali ho partecipato con interesse, si sarebbe dovuto stipulare una sorta di patto, visto che nel nostro ordinamento non è previsto che il CNN imponga alcunché ai Consigli Distrettuali, un patto con il quale ciascun Presidente si impegnasse a dimettersi con tutto il Consiglio qualora in un breve termine non si fosse dotato di una struttura informatica e della capacità di gestirla.

E’ necessaria un’opera di alfabetizzazione (definizione infelice ma espressiva) informatica dei notai. La rete intranet, i collegamenti con le PA, l’autentica informatica non sono strumenti equivalenti alla macchina per scrivere che sapeva usare a volte solo l’onnipresente signorina. Oggi il notaio non deve essere un esperto informatico, ma deve conoscere quel "poco" necessario che, credetemi, non è peggio che imparare a far funzionare il videoregistratore (con il quale personalmente ho più difficoltà che con il computer).

Federnotai può accollarsi l’onere della alfabetizzazione informatica dei notai, iscritti e non iscritti al sindacato, come del resto ha già fatto per altri servizi, può farlo in collaborazione con il CNN, ma abbiamo bisogno di una chiara presa di posizione del CNN in materia.

Vi segnalo che Federnotai inaugura qui in queste sale un sito Internet oggi, venerdì 28 alle ore 18: siete tutti invitati.

Veniamo ora al Regolamento congressi, su cui i notai sono chiamati deliberare.

La posizione di Federnotai è nota ed è stata riassunta dal collega Luciano Amato nell’articolo scritto per il numero speciale di Attività.

Voglio solo sottolineare i tre punti da noi ritenuti alla base di un nuovo regolamento e che sono stati recepiti solo in parte:

1) la gratuità della partecipazione al congresso;

2) lo svolgimento della discussione degli argomenti in forma assembleare;

3) la nomina dei componenti le commissioni.

Da questi tre punti si evince (perdonatemi questo verbo così notarile) che l’ottica da noi privilegiata è quella di favorire una consapevole e documentata partecipazione alla discussione degli argomenti congressuali.

Il congresso dovrebbe costituire il momento di incontro, di discussione e di elaborazione della categoria e non un momento di turismo notaril-familiare.

Non va sicuramente in questa direzione ad esempio lo spostamento dell’orario di inizio della Assemblea conclusiva di questo congresso per consentire ai congressisti cattolici di partecipare alla celebrazione della Messa in Vaticano.

E che fare poi, per garantire la par condicio, se colleghi di religione ebraica chiedessero un nuovo spostamento perché intendono partecipare ad una loro funzione? E quelli di religione mussulmana ad altra funzione successiva?

Io non credo che le giuste istanze religiose dei credenti e praticanti di qualsiasi religione debbano interferire con i lavori del Congresso.

Federnotai pur giudicando il progetto di riforma inadeguato è disposta a votarlo perché è necessario che il cambiamento venga almeno avviato.

Ma due condizioni sono pregiudiziali e irrinunciabili e cioè:

1) la prima, che dal regolamento venga espunta quella sorta di autoblindatura, per cui le modifiche al regolamento possono essere presentate dal Consiglio Nazionale, dalla Cassa, dal Comitato ordinatore dei congressi o da almeno un decimo dei notai in esercizio;

2) la seconda, che alla formazione anticipata delle commissioni corrisponda un effettivo lavoro preparatorio.

Parliamo infine delle Assicurazioni.

E’ noto che Federnotai ha in corso una convenzione per la polizza R.C.

Federnotai gestisce la polizza ed è felice di farlo nell’interesse della categoria.

Tuttavia il problema della copertura assicurativa del notariato è un problema di tutta la categoria e pertanto non può non far carico anche al massimo organo istituzionale.

Noi riteniamo che dopo la fase di studio in cui si è impegnato il Consiglio uscente, debba essere obiettivo primario del nuovo Consiglio giungere ad una concreta attuazione della polizza unica nazionale.

La fisionomia della polizza dovrà essere il frutto di un lavoro che coinvolga il notariato in tutte le sue componenti e che costituisca una garanzia non per i notai, ma per i cittadini.

Un monito Federnotai rivolge al Consiglio: la redazione della convenzione e della polizza è sì importante (ed è importante inserire clausole opportune perché la polizza non si trasformi in un comodo scudo per i più sinistrosi a spese di tutti gli altri), ma è la gestione della polizza che necessita di continua attenzione.

Il problema non è stipulare la convenzione, ma gestirla.

Federnotai offre la sua esperienza in materia e la mette a disposizione di tutta la categoria.

Noi facciamo voti che non si debba stipulare una polizza che garantisca l’esistenza stessa del notariato.

Ma non sarà necessario: c’è una parte del notariato che Federnotai sente di rappresentare che è pronta a lottare per ridare alla categoria dentro il mondo professionale e dentro il paese una collocazione importante, condivisa come valore all’interno della comunità, della quale il notaio vuole tornare ad essere autenticamente garante.

Per concludere, un ringraziamento a tutti i consiglieri uscenti del Consiglio Nazionale e della Cassa ed in particolare ai presidenti, Prospero Mobilio e Giancarlo Laurini, per il loro instancabile attivismo a favore di tutti noi. Grazia Prevete

Presidente Federnotai

 

 

Tavola rotonda

a cura di Domenico de Stefano, Egidio Lorenzi, Arrigo Roveda, Franco Treccani

 

IL CONSIGLIO CHE VERRA’

 

 

Dopo l’intervista a Gennaro Mariconda, realizzata dai colleghi del Lazio, la redazione di FederNotizie si è interrogata sull’opportunità di procedere ad altre interviste ai consiglieri nazionali il cui primo mandato scade tra pochi mesi.

Nel frattempo è pervenuta, da parte di Alessandro Marzocchi, sempre attento e sensibile alle cose del notariato, una interessante sollecitazione a rendere palese il pensiero di coloro che potrebbero fare parte del prossimo consiglio nazionale.

La scelta migliore ci è parsa quella di organizzare a Roma, nei giorni del congresso, un incontro con i consiglieri "ricandidabili". Gianfranco Condò, Gennaro Mariconda, Paolo Piccoli e Guido Roveda hanno accettato di rispondere alle nostre domande. Ne è scaturita una "tavola rotonda" che, oltre a mettere in evidenza le idee e il carattere degli intervenuti, apre una finestra sui possibili futuri scenari.

 

FN Lo spirito con il quale si vorrebbe condurre questo incontro è quello di evitare che la tavola rotonda divenga luogo di luoghi comuni, di attese confermate. Meno che mai oggi si sente necessità di banalità tese a non scontentare nessuno. Non fa parte dei nostri obiettivi la soddisfazione dei gusti correnti. Piuttosto interessa, da parte di coloro che hanno vissuto già tre anni nelle stanze dei bottoni del notariato e che si accingono a rimanervi per altri tre anni, l’opinione schietta su alcuni punti in ordine ai quali schierarsi è necessario.

In un nostro corsivo redazionale si paragonava il notariato ad una navicella sbattuta dal mare in tempesta e si avanzava l’ipotesi che bisognasse allegerirne il carico.

Cosa ritenete si possa "buttare via" del notariato?

 

Roveda Tutti, d’istinto, diremmo l’attività di certificazione e, in particolare, l’attività connessa al settore degli autoveicoli. Io non dico questo. Dico che bisogna prima riflettere sulla nostra funzione. Sono convinto, infatti, che la sopravvivenza del notariato, dal dopoguerra ad oggi, è stata fortemente condizionata dai maggiori carichi che ci sono stati attribuiti come pubblico ufficio e sono anche convinto che le nuove attribuzioni che auspichiamo (omologazione degli atti societari, assistenza nella procedura esecutiva immobiliare, forse anche l’ufficio di giudice tutelare) vanno in questa direzione. Mentre aumenta la professionalità, di fatto quello che è cresciuto è il carico di responsabilità pubbliche che lo Stato ci ha attribuito. Quindi se dovessi navigare senza difficoltà non butterei nulla e nulla butterei alle prime difficoltà; se le difficoltà dovessero continuare ed aumentare butterei qualche marinaio, e poi forse, alla fine, costretto e disperato, butterei gli atti degli autoveicoli. Ma vorrei essere capito bene: questi atti sarebbero da buttare a mare così come si fanno oggi. Se, invece, riuscissimo a recuperare la piena funzione che, anche attraverso la certificazione, siamo in grado di offrire (autenticando le firme, eseguendo la trascrizione, aggiornando o sostituendo il foglio di circolazione o la targa), faremmo un grande servizio allo Stato che ha grandi preoccupazioni nella gestione di questo settore ed allo stesso tempo consolideremmo la nostra funzione mettendo a disposizione un servizio molto più completo e utile.

 

Condò Roveda ha detto che, nelle competenze che ci sono state recentemente attribuite, prevale la pubblica funzione. Io non sono del tutto d'accordo: accanto alla funzione pubblica ci si chiede di dimostrare grande professionalità. La funzione di filtro che al notaio è stata attribuita (si pensi alle menzioni e agli adempimenti impostici dalla legge 47/85) richiede che il notaio spenda competenza e correttezza. Si profila ora l’attribuzione a noi del controllo di legalità in via esclusiva degli atti societari . . . Io personalmente ho qualche dubbio sul fatto che tutti i notai siano ugualmente preparati - sul piano deontologico e su quello teorico - per svolgere questo controllo in sostituzione della magistratura. Preferirei l’attribuzione di questa attività, piuttosto che al singolo notaio, ad un organismo del notariato.

Quanto agli autoveicoli, io ho sempre pensato che siamo di fronte a un'attività da abbandonare, perché il sistema, così com'è, è assurdo.

L'alternativa è quella di un intervento più completo del notariato, ma non solo a livello di trasmissione dei dati al pubblico registro: occorrerebbe anche che si abbandonasse la forma della dichiarazione unilaterale di vendita e che il contratto divenisse bilaterale.

 

Mariconda Mi ricollego a quello che diceva Roveda. Io non mi sentirei di separare con leggerezza le attività buone da quelle meno buone, anche perché sarebbe sempre astrattamente possibile trovare un sistema che funzioni meglio e quindi arrivare alla sottrazione totale.

Noi, prima del grande approfondimento che c'è stato negli anni '50 e '60, svolgevamo fondamentalmente un'attività di mera documentazione, di fornitura di un servizio, cioè la documentazione di un accordo privato. Poi però si è detto che bisogna realizzare anche interessi più generali, che le professioni devono servire anche a questo, e ciò in particolare vale per la professione notarile che è la più vicina alla possibilità di realizzare finalità di carattere generale.

Noi, in quella fase, ci siamo collaudati e siamo diventati il filtro per dichiarare una conformità all'ordinamento della volontà delle parti, qualche volta dando anche un valore aggiunto, quasi favorendo un progresso via via sempre più impegnativo.

Adesso si vive una fase diversa, quella della privatizzazione, e questo significa che bisogna utilizzare strumenti di tipo privatistico anche per realizzare finalità più generali. Lo Stato si ritira da una serie di settori nei quali, però, in qualche modo, deve lasciare la testimonianza, ha la necessità (e qui forse le mie opinioni cominciano a divergere da quelle di Roveda) di affermare che i trasferimenti di beni immobili costruiti abusivamente non devono avvenire, che dobbiamo bloccare anche la costruzione della casa sulla riva del fiume, perché poi il fiume, quando è in piena, esce e la distrugge. Però lo Stato non ce la fa. Allora noi non possiamo dire, come diceva ieri il Vicepresidente del Senato, che no, noi dobbiamo agire da professionisti e rivendicare il nostro liberismo, che il cittadino deve poter costruire e poi sarà lo Stato a dire di sì o di no, che non possiamo farci noi istituzione. La mia opinione è esattamente contraria: noi siamo istituzione, siamo una struttura che si colloca in pieno nella realizzazione di finalità che sono non soltanto dell'individuo, ma anche generali. Noi non dobbiamo temere che il nostro atto si arricchisca sempre di più di una struttura che vuole non soltanto realizzare l'interesse fra Tizio e Caio, ma anche rispondere alle esigenze a cui lo Stato, giustamente, non è più in condizioni di rispondere.

Lo Stato ha bisogno dei professionisti. Anche questo è un modo per difenderci dall'equiparazione con il mercato e con l'impresa, perché all'impresa non si può chiedere di realizzare finalità che sono finalità generali dell'ordinamento, l'impresa ha un unico obiettivo: realizzare profitti, altrimenti è cancellata.

Noi invece, quando riceviamo un atto, ben possiamo riceverlo per soddisfare interessi di privati, ma anche per realizzare finalità generali.

Altra considerazione: oggi pare che, in certi settori, il notaio non c'entri per niente; ma se noi quelle determinate attività le inserissimo più correttamente in uno schema unitario... Per esempio, il furto dell'autoveicolo molto spesso è l'inizio di una catena criminosa e allora, anche lì, se si riuscissero a cogliere tutti i passaggi... Oggi certo si potrebbe arrivare anche a un sistema per cui si va all'ufficio postale, si fa un vaglia, le parti tra di loro firmano qualcosa e questo produce il trasferimento del diritto di proprietà. Se questo non creasse maggiori difficoltà nel soddisfacimento di esigenze di carattere più generale (e secondo me le creerebbe), allora certamente non servirebbe più il notaio. Se invece si individuasse e si migliorasse lo strumento della funzione notarile nel settore, rendendolo più efficace e più snello, e quindi, magari senza aumento di costi, venisse affidata al notaio anche la possibilità, per esempio, di curare gli adempimenti successivi e di sistemare la vicenda in maniera ancora più soddisfacente per la concreta realizzazione degli interessi delle parti (le quali escono dall'ufficio notarile con il documento che dice che Tizio è il proprietario e non più Caio), ecco che allora la funzione si rivaluterebbe e realizzerebbe anche l’interesse pubblico.

 

Piccoli Se potessi, per cominciare, butterei i notai che non fanno bene il loro mestiere.

Però la domanda significa: che cosa butterei via come pezzi di funzione, di attività che stiamo svolgendo in questo momento.

Butterei alcune attività con scarso contenuto notarile, per esempio: le autentiche (così come sono fatte in questo momento) sulle autovetture, per far capire che il notariato non vuole mantenere aree o espandersi in aree che abbiano scarso contenuto di tipo professionale o di utilità per il cittadino. Butterei via anche i protesti, ma non come funzione, che in qualche misura è necessitata.

Purtroppo, spesso si tratta di settori dove l'attività professionale si sviluppa poco, così come la nostra capacità di entrare nella regolazione giuridica dei rapporti, ma sono attività di garanzia, che qualcuno deve pur svolgere per lo Stato.

Tornando alla provocazione iniziale, credo che, più che buttare via qualche pezzo delle nostre competenze, dovremmo forse girare in positivo la domanda e sostenere che dobbiamo rafforzare sempre di più certe caratteristiche della nostra prestazione. Qui si apre il dibattito enorme sull'atto notarile in sé, sulla responsabilità unica, qualunque attività il notaio compia, con la possibilità poi di avere un sistema disciplinare che consenta di limitare i casi dei colleghi che questo tipo di impostazione non intendono seguire o onorare.

 

FN Ho l’impressione che la domanda, che muoveva da uno scenario drammatico, nel quale nessuno si augura di trovarsi, sia stata positivamente elusa. Le risposte sembrano tutte improntate alla speranza di non trovarci nelle condizioni di buttare via qualcosa.

Forse con la seconda domanda ritorneremo sullo stesso punto.

Con la preghiera di evitare risposte in termini astratti e generici, si vorrebbe conoscere il vostro pensiero sui singoli punti toccati dall’indagine dell’Antitrust ed in particolare si vorrebbe sapere su quali dei punti seguenti sareste intransigenti nella difesa dello status quo e su quali sareste disposti a "negoziare" un cambiamento?

minimi tariffari

distribuzione sul territorio (sede-recapito)

numero chiuso/programmato

accesso e praticantato

divieto di pubblicità.

Condò Premetto che i vari punti citati sono tra loro strettamente collegati. Comincio dal divieto di pubblicità. Chi ne ha discusso o è arrivato a soluzioni molto liberali o è rimasto ad un punto di chiusura totale: o ci si apre totalmente a una pubblicità fatta con tutti i mezzi possibili, oppure ci si limita a valutare che cosa si può mettere sulla carta intestata. Per quanto riguarda i notai, io sarò conservatore, ma rimango fermo su un divieto pressoché totale di pubblicità, proprio per la pubblica funzione e per l'obbligatorietà del ministero, per l'impossibilità di rifiutare gli atti se non nei pochi casi previsti.

A proposito dell'accesso, contesto quanto affermato dall’Antitrust: la supposta chiusura corporativa imputabile al fatto che non vengono coperti i posti messi a concorso, prima di tutto non ha riscontro nella realtà, perché sappiamo che ci sono stati casi di ammissione di candidati in numero superiore ai posti a concorso, poi non si può dimenticare che gli esami rigorosi sono garanzia di selezione sulla qualità della preparazione.

Minimi tariffari. Io non riesco ad accettare che il consumatore, l'utente, il nostro cliente, il cittadino sia avvantaggiato da una concorrenza selvaggia che si gioca semplicemente sui quattrini che il professionista richiede. Questo tipo di concorrenza va a incidere sulla qualità della prestazione. Qualcuno andrà dal professionista che si fa pagare molto meno, ma poi piangerà amaramente, perché quel professionista, probabilmente, sarà meno preparato.

Distribuzione sul territorio. Sicuramente deve esserci un obbligo di assistenza alla sede perché questa è connessa al pubblico servizio. Io non vorrei, però, che si demonizzasse il recapito come se fosse il centro della deontologia. Purché rimanga l’obbligo di assistenza alla sede, sono favorevole al notaio distrettuale.

Quanto al numero chiuso, si tratta di una regola difendibile se si riesce a difendere il concetto che quella del notaio è una funzione pubblica resa nell'interesse dello Stato.

 

Roveda Io non trovo il documento dell'Antitrust scandaloso. Trovo che sia un documento che ci siamo meritati. Noi professionisti in generale, noi notai in particolare. I punti segnalati sono parte del nostro ordinamento. Sia il benvenuto. Adesso, probabilmente, se ne sta enfatizzando l’importanza, si sta facendo l'errore opposto: prima abbiamo fatto finta di ignorare che esistessero i problemi e ce li si siamo trascinati fin qui, poi ci è arrivata addosso la mazzata e parliamo solo dell'Antitrust. Io non ne vorrei parlare più. Vorrei però che si riprendesse a discutere apertamente di questi e di altri argomenti che toccano da vicino il nostro ordinamento.

Accesso. Noi dobbiamo controllare l'accesso e dobbiamo farlo per diversi motivi. Per decenni abbiamo fatto finta di controllare l'accesso attraverso la selezione del concorso. Ma prima del concorso viene un fatto molto più importante, cioè la pratica, alla quale o si crede o non si crede: se ci si crede, la si deve far fare e si deve controllare che la si faccia.

L'accesso non è in discussione solo per quanto riguarda il concorso, lo è anche per quanto riguarda la pratica. Ci sono studi notarili che hanno venti, trenta praticanti, mentre io non riesco a tenerne neanche uno, perché scappa via dopo sei o sette mesi dicendo che lavora troppo, che deve fare troppe cose. La pratica non è utile per il concorso, è utile per diventare notai, per acquisire uno specifico patrimonio di cultura. Accetterei le scuole di perfezionamento, ma voglio vedere in che modo organizzano: se saranno alternative o integrative. Sono apertissimo al dibattito, quindi.

Le tariffe. Dovrebbero essere una garanzia del servizio che il notaio presta. Il notaio dovrebbe essere pagato per quello che effettivamente fa e la sua prestazione dovrebbe essere veramente una prestazione di alto livello. I minimi tariffari li accetterei in quanto punitivi, come una sorta di sanzione per la cattiva qualità. Anche su questo punto sono aperto alla discussione.

Territorio. Sul punto sono assolutamente d'accordo con Gianfranco Condò. Trent'anni fa si diceva e si scriveva "meglio avere un notaio ambulante nell'ampio territorio della regione o della provincia, che non la finzione del recapito" Questo attuale scandaloso sistema mi porta di nuovo ad accettare di ragionare con l'Antitrust. Se la legge del '13 (che secondo i nostri colleghi è ancora oggi la migliore che si possa avere) fosse rispettata, i recapiti non ci sarebbero. A Milano ci sono altrettanti notai con sedi periferiche dentro la città. Questa è la realtà, e a me va bene, basta che si dica che ognuno può fare quello che vuole, oppure che si dica, per salvare la faccia e la pubblica funzione, che ognuno può fare quello che vuole purché vada al sabato o la domenica pomeriggio, o il mercoledì sera, in quella determinata sede della Brianza a fare il suo mestiere di notaio. E’ quindi comprensibile che l'Antitrust ci mandi a dire che questo sistema non funziona.

Il numero chiuso o programmato ci vuole, ma per un'altra ragione. Noi svolgiamo una pubblica funzione, siamo affidatari di danari che non sono nostri, che gestiamo per conto dello Stato. Noi dobbiamo essere altamente selezionati e quindi controllabili e non si può controllare un numero indeterminato di soggetti. I notai potrebbero essere cinquemila, seimila, diecimila, però il numero deve essere ragionevole e soprattutto controllabile. Se non si può controllare il nostro ruolo nella società non ha più nessun senso.

Sulla pubblicità appare contraddittorio sapere che c'è un collega di Torino sotto processo perché ha organizzato nel suo studio delle serate culturali e che rischia di prendersi sei mesi di sospensione, mentre ad esempio Gennaro Mariconda che è professore di università sulla sua carta intestata legittimamente scrive "professore" anche se ciò non c'entra niente con il mestiere che svolge e così pone in essere una forma di pubblicità.

Mi chiedo quindi qual è il problema se un notaio fa sapere di essere particolarmente preparato in materia internazionale o fiscale. Altro discorso è distribuire volantini al supermercato.

In conclusione, l’Antitrust avrà pure scritto un brutto documento ma è comunque un documento che costituisce uno stimolo importante e che è quindi il benvenuto.

 

Mariconda Io innanzitutto mi devo complimentare con i miei interlocutori, perché qui veramente vengono fuori i pensieri veri. Adesso, per esempio, è venuto fuori il Roveda più classico per la chiarezza e per una moralità di fondo che hanno avuto immediatamente l'apprezzamento di tutti, però è un Roveda rispetto al quale io ho delle diversità profonde.

Ho idee molto diverse, per esempio, sul documento dell'Antitrust. Forse si può dire genericamente "ben venga", perché in qualche modo quel documento ci induce a riflettere, ma allora non erano necessari tre anni di lavoro, con un uso di risorse personali ed economiche per avere questo frutto.

Invertiamo il discorso, allora: quale tutela del cittadino ci può essere attraverso, per esempio, una modifica dell'accesso, una modifica dei minimi tariffari, una modifica del numero chiuso, una modifica delle norme in materia di pubblicità e di concorrenza? E' possibile, prescindendo completamente dal documento Antitrust e dall'indagine dell'Autorità, dire: "Vogliamo valutare se, per ipotesi, a un dato momento non sia più utile, per il servizio che si rende ai cittadini e per le finalità più generali di cui abbiamo parlato prima, fare delle riforme che attengano all'eliminazione dei minimi tariffari, alle modifiche delle modalità di accesso, alle modifiche del numero programmato, ai problemi in ordine alla pubblicità e alla concorrenza?". Io toglierei senz'altro gli ultimi due punti, perché ritengo che la pubblicità e la concorrenza siano già consentite per quello che è possibile ad un professionista. Voi non vedrete mai "il mese delle procure generali" con sconti speciali, o "chi fa una donazione durante il mese di novembre, quando tradizionalmente abbiamo meno lavoro, avrà uno sconto del 30%". Questa è una forma di concorrenza e di pubblicità assolutamente proibita. Ma se la pubblicità uno la fa per il fatto che ha studiato di più, che ha svolto delle attività particolarmente conosciute, note e apprezzate, che pubblica articoli su riviste, non è già questa una forma di pubblicità che attiene alla qualificazione professionale, alla competenza, alla moralità, alla correttezza? A Roma dicono che c'è il notaio per comprare e c'è il notaio per vendere, e questo significa chiaramente quello che tutti intuite, cioè è un modo per selezionare le attività professionali proprio sulla base di queste conoscenze diffuse.

Minimi tariffari, accesso e numero chiuso sono funzionali al discorso che abbiamo fatto prima. La qualità si ottiene attraverso un accesso controllato, il che significa, secondo me, non badare all'aspetto esteriore della pratica, ma pensare a concorsi fatti da commissioni sempre preparate. Se dobbiamo fare un rilievo, dobbiamo dire questo: molto spesso le commissioni non sono composte dai notai e dai professori migliori. Le tariffe sono legate al fatto che c'è la fornitura di una prestazione professionale di alta qualificazione e questa, ovviamente, deve venire da soggetti particolarmente affidabili, con modalità che permettano di remunerare il loro impegno, il loro sacrificio e anche il loro rischio. Solo l'1% dei laureati in legge entra nel notariato, e questa è una cosa allucinante. Si rischia a sposare questa prospettiva professionale, perché poi molto spesso la risposta può essere deludente, nonostante tutto l'impegno.

 

Piccoli Per poter dire su cosa trattare e su cosa non trattare, bisogna prima chiarirsi il concetto di notariato. Qui prende avvio tutto il discorso sulla riforma dell'ordinamento: tema delicatissimo, in ordine al quale è tempo di avere un progetto pronto nel cassetto. Su questo tema c'è una prudenza legata alle incertezze del mondo politico. Il Consiglio Nazionale, come già Federnotai in un paio di convegni, sta andando verso una riforma dell'ordinamento, nella quale si prospetta la identica responsabilità del notaio a prescindere dalla forma dell'atto (equiparazione tra scrittura privata e atto pubblico). Questo è estremamente importante. E alla luce di questo forse ribalterei il discorso e mi preoccuperei di capire che notariato mi piace, che notariato voglio; poi, risponderei alle domande.

Direi comunque che delle garanzie per quanto riguarda la qualità sicuramente sono necessarie. Dipenderà poi molto dalle situazioni, da come si svolgerà il dibattito politico, da cosa verrà proposto dall'altra parte.

Per quanto riguarda il tema dei minimi tariffari e quello del numero programmato, credo occorra tenere presente il vecchio principio che la moneta cattiva scaccia la buona. Si può certo discutere della distribuzione sul territorio, (secondo forme di incardinamento a livello nazionale, distrettuale ecc.), tenendo presente l’esigenza di una maggiore mobilità del notaio, che non deve essere vincolato rigidamente alla sede, come del resto già di fatto avviene altrove.

Per quanto riguarda il discorso dell'accesso, occorre che ci sia almeno una qualificazione di alto livello. Credo che il notariato abbia fatto un passo notevolissimo in avanti con la preselezione, che dovrebbe consentire di ritornare a concorsi a misura d'uomo ed ottenere un maggiore equilibrio nelle valutazioni. Certamente si pone anche un problema di qualificazione dei commissari. Questo, quindi, è sicuramente un tema da riprendere e che dovrebbe impegnare il Consiglio Nazionale non all'ultimo momento, come spesso accade, quando è necessario trovare i nomi dei commissari.

Per quanto riguarda il praticantato, si dovrà verificare con molta attenzione come si intersecano i due anni stabiliti dalla legge con le vicende delle scuole post-universitarie. Però il praticantato, così com'è, credo non vada bene. Può darsi che valga la pena di riflettere su iniziative di altra natura. Mi piace molto l'idea di Condò, che auspicava una forma di tirocinio. Per esempio, in Germania il collega che ormai è notaio fa un tirocinio presso uno studio ed anche in Spagna, poi, ha l'obbligo di fare il notaio di campagna, cioè non può arrivare nella grande città se prima non ha fatto un'esperienza esterna. Forse si dovrebbe pensare a concorsi selettivi per arrivare in determinate posizioni nel paese. Abbiamo avuto un recentissimo incontro con il vertice del notariato spagnolo: a Madrid non ci sono anzianità di carriera, ci sono giovani di una bravura strepitosa, perché, per arrivare a Madrid, si deve studiare, produrre, far vedere che si sa fare il proprio mestiere.

Per quanto riguarda il divieto di pubblicità, sono dell'idea che si debba evitare la pubblicità chiassosa, di tipo commerciale. Per il resto, mi pare che sia sciocco chiudersi in un divieto assoluto di pubblicità, quando la pubblicità ce la fanno gli altri, attraverso un passaparola per cui diviene notorio chi è in grado di fare certe cose e chi no. La facoltà di mettere in luce determinate attitudini professionali non mi scandalizza, mi scandalizza la pubblicità, come ricordava Mariconda, incentrata su questioni promozionali o patrimoniali in senso stretto.

 

Mariconda Sull'accesso non ho detto una cosa che invece mi sta molto a cuore: non dal momento in cui si imposta il concorso, ma dal momento in cui si sceglie per quel ragazzo quale strada egli debba percorrere: ebbene, da quel momento io ritengo che ci siano notevolissime strozzature.

Ricordavo prima che soltanto l'1% dei giovani laureati in legge entra nel notariato, e questo, per la selezione che facciamo, per le difficoltà che ci sono, tutto sommato può essere anche accettato, ma io dico che ciò avviene non soltanto per le difficoltà del concorso, ma perché non sempre persone anche di grande qualità hanno la possibilità di collegarsi con la vicenda procedurale che poi porta al concorso. Questo è un dato oggettivo che riguarda non soltanto noi, ma un po' tutte le professioni, che dovrebbero proprio impegnarsi moralmente su questo. A me viene sempre detto "Ma come? Se qualcuno mi chiede di venire nel mio studio, io gli dico di sì", invece tutti sappiamo che è difficilissimo iniziare il periodo di apprendistato, sia quello forense, sia quello dei giornalisti, sia quello della nostra professione, perché ci sono delle vischiosità, delle incrostazioni.

Vedo con grandissimo favore, anche se non tutti i colleghi del CNN sono della stessa idea, la prospettazione fatta da Berlinguer o comunque l'ipotesi per le professioni legali, cioè magistratura, avvocatura e notariato, di un accesso anche attraverso delle scuole post-universitarie che consentano di equiparare alla pratica effettuata presso lo studio notarile un anno o forse addirittura due anni sostitutivi.

Io voglio capire il figlio dell'idraulico, se non ha un'occasione o un colpo di fortuna, o se non conosce qualcuno, come fa ad accedere a una professione qualsiasi.

 

Roveda Io vorrei che ci si capisse bene, altrimenti rimangono delle scorie nei nostri interventi.

Ho detto che il documento dell'Antitrust è il benvenuto, perché ci costringe a ragionare, a riflettere. Voi dite che si tratta di un documento trasandato, ma a me non interessa. Mi interessa constatare che questo documento ci dice delle cose che non solo noi avremmo dovuto dire, ma che avremmo dovuto risolvere. E ho concluso, che questo documento è da accettare, ma anche da discutere.

Tornando all'accesso, occorre riflettere sul fatto che ad esempio, a Milano esiste una lista d'attesa di decine di praticanti che fanno fatica a trovare una sistemazione. Nel documento si mette in discussione l'accesso., Non ci viene detto come deve essere, ci viene detto: discutete dell'accesso perché crea delle discriminazioni gravi.

 

FN Di fronte alle domande "che cosa si butta? su che cosa si può essere disposti a trattare? su che cosa bisogna cedere prima che su altro?", la risposta è stata: "cerchiamo di non buttare via nulla e cerchiamo di trattare al meglio su tutto".

Eppure, negli ultimi mesi, in Italia e in Europa, si assiste ad un processo lungo ed ininterrotto di cambiamento. Per quale ragione, secondo voi, pare ai più che il notariato dal cambiamento abbia tutto da perdere e nulla da guadagnare?

Questo alto tasso di resistenza al cambiamento, riscontrabile con chiarezza anche nelle vostre risposte, è imputabile, con riferimento al notariato in generale:

alla matrice sociale e culturale prevalente nella categoria ?;

all'età media ?;

alla distribuzione sul territorio ?;

all'alta redditività della professione che se da un lato garantisce sicurezza per lo Stato, dall'altro affievolisce spunti e motivazioni ideali ?

Mariconda Io critico la tua interpretazione, secondo me riduttiva, delle risposte date fino a questo momento. Io non pongo il problema del cambiamento perché non so cosa devo cambiare. Ritengo che un cambiamento potrebbe risiedere esclusivamente nel fatto che altre strutture, al limite anche pubbliche o di altri tipi professionali, sappiano fare meglio le cose che facciamo noi. Io do un'interpretazione positiva del contributo fornito dal notariato, dal punto di vista della sua qualità professionale, a questo Paese. Per esempio, proprio nel settore societario, il contributo che è venuto dai notai negli ultimi quindici anni è incomparabilmente più serio, più approfondito, più colto, più utile alle imprese di quanto non avvenisse nei decenni passati. Questo dobbiamo poterlo fare ancora meglio; se lo facciamo meglio, io non vedo che cosa dobbiamo cambiare o che cosa dobbiamo perdere.

Si dice che siamo dei conservatori, ma allora si dica anche che cos'altro si potrebbe fare e in quale modo diverso rispetto a quello che facciamo adesso. Noi dobbiamo tendere a fare meglio e in maniera più colta, non voglio dire moralmente più corretta, perché in maniera diffusa c'è un comportamento piuttosto corretto.

 

Roveda Io vorrei dare una risposta forse più pertinente. Improvvisamente Villenueve è apparso con i capelli dipinti di giallo. Io oggi guardavo l’assemblea congressuale e non c'era nessuno con i capelli dipinti di giallo, Ciò dipende dalla tradizione, dalla cultura che ti fa essere conservatore. Quindi alla domanda rispondo: l'istinto di conservazione.

La tradizione porta ad assestarsi sulle proprie posizioni, fin dove possibile, la cultura porta a reagire con una controfferta.

In tema di autoveicoli, sappiamo che il servizio è scadente, sappiamo benissimo che non svolgiamo una corretta funzione pubblica, ma sappiamo anche che potremmo recuperare quella funzione a un'utilità pubblica, quindi non diciamo "prendetevela", diciamo "resistiamo".

 

Mariconda Se non ci fosse stata, sarebbe stato assolutamente peggio....

 

Roveda Può darsi che sia così, anzi, è quasi certo, però noi questa specifica funzione la svolgiamo veramente male, quindi è anche difficile immaginare che la si possa svolgere in modo peggiore.

Ecco perché continuo a dire che stimoli, salassi come i documenti dell'Antitrust ci fanno solo bene. Il fatto che noi abbiamo bisogno di queste cose non è molto bello, però è una constatazione. Quindi la mia risposta è che tradizione e cultura sono l'ostacolo ad accettare con facilità i cambiamenti.

 

Condò Dando per scontato che il notariato sia resistente al cambiamento si chiede a noi di dire quali ne sono le ragioni. A costo di apparire cinico, voglio essere sincero: nel notariato, come dappertutto, ci sono delle élite e delle non élite. Se idealmente mi colloco all’interno di un'élite, posso darti una risposta, se mi colloco al di fuori, la risposta può essere diversa.

Fuori dalle élite, sarei propenso a ritenere che la resistenza al cambiamento è un modo di veder le cose inconscio e immotivato, così inconscio da non poter essere sottoposto a giudizi di valore. Se, invece, mi colloco nell'élite, allora devo rifiutare questa etichetta che mi affibbiate perché da sempre, insieme a Roveda e tanti altri, ho sostenuto che l'ordinamento va cambiato: che la funzione notarile attuale non è più quella del 1913, il cambiamento non solo lo accetto ma lo chiedo e lo promuovo. Nel momento in cui dall’esterno venisse la proposta di "scambiare", di "trattare", da parte mia non ci sarebbe chiusura.

Anche nel Consiglio, secondo me, in tutti questi tre anni c'è stata un'evoluzione verso il cambiamento in molte cose. Penso che avremo modo di ritornarvi.

 

Piccoli Credo che la categoria abbia un suo istinto di autoconservazione, come ognuno di noi.

Condò però parlava di élite. E, chiaramente, all'interno di ogni organismo c'è una serie di persone che, per ragioni di carica, di attitudini culturali o intellettuali, avverte di più ciò che sta accadendo. Non riesce forse a capire dove si andrà, però, come succede sui ponti superiori di una nave, vede più lontano. I notai politicamente meno informati si preoccupano di tante altre vicende ed hanno molta più paura nei confronti dei cambiamenti, perché, spesso chi sta sopra non è in grado di dare un modello di riferimento. E' esattamente quello che diceva, sotto un altro profilo, Mariconda, nel senso che l'affermazione "cambiare per cambiare" fa paura a tutti. Quando il cambiamento rischia di diventare un salto nel buio, nasce automatico l'istinto di chiusura, che può anche essere esiziale, nel senso che votarsi all'assedio significa comunque farsi prendere per fame.

Allora, se la domanda riguarda la tendenza della categoria, secondo me, la rigidità al cambiamento dipende non solo dalla rendita di posizione, da problemi culturali e da mille altre questioni, ma soprattutto dal fatto che noi non siamo in grado, o non c'è, o non è possibile far percepire, un modello di cambiamento che sia convincente. Non mi pare che ci sia una preclusione, una resistenza o una difficoltà al cambiamento.

Bisogna tenere presente che ogni Consigliere nazionale, oltre ad una sua personale opinione, che evidentemente informa la sua attività quotidianamente, ha anche una responsabilità nei confronti delle componenti dell'intera categoria. L'ho detto prima: la questione degli autoveicoli me la giocherei politicamente. Ma ci sono persone che su questo settore vivono. La classe dirigente, l'élite di cui parlava Condò, ha il dovere di non perdere per strada la propria categoria. Perché a quel punto perde tutto, anche la funzione.

Però l'élite ha la responsabilità di orientare, di spingere, di convincere la categoria che il cambiamento, dove serve, si deve attuare. Dove il cambiamento non serve, ha ragione Mariconda. Il dibattito è da fare con una grandissima apertura. Forse siamo stati poco attenti a un ragionamento di tipo complessivo, che riguarda non tanto la riforma dell'ordinamento in quanto tale, ma l’adeguamento dell’ordinamento in relazione a ciò che sta accadendo. Il Consiglio Nazionale dovrebbe avere nel cassetto delle posizioni alternative, che dovrebbero costituire la riflessione del notariato, per non ridursi all’ultimo momento. Perché ci si potrebbe anche trovare di fronte a forze politiche che richiedono un ripensamento totale sulla professione. Ed allora noi cosa diremmo? Che il notaio è un notaio qualunque cosa faccia? Questa non è una posizione da poco, dal punto di vista della responsabilità. Con Mariconda spesso ci diciamo che il notariato dovrebbe quasi quasi arrivare a garantire il risultato.

 

 

Mariconda Come dice Roveda, ben venga l'Antitrust, perché ci sveglia. Per esempio tutti abbiamo seguito la recente vicenda, finita anche in televisione, del collega che non versava le imposte di registro.

All'inizio io dicevo: "la struttura è così: deve pagare il cliente" poi tra noi Consiglieri ci siamo detti "ma anche mia moglie, anche mio figlio mi chiedono: come è possibile? Lo Stato ti dice che tu devi pagare al notaio e poi, se il notaio non paga, tu devi pagare un'altra volta?". E' come se lo Stato dicesse al contribuente che deve andare in banca a pagare le imposte e poi, se la banca non fa il versamento, chiamasse il contribuente un'altra volta a pagare.

 

FN Si avverte l'esistenza all’interno del notariato di anime diverse e diverse velocità. Noi ne abbiamo avuto conferma in occasione della presentazione, all’interno della categoria, delle "Istruzioni per l’uso". Di fronte alla proposta di portare a conoscenza dei cittadini le "qualità" del notariato descrivendole come "doveri" dei notai nei confronti degli utenti, molti vi hanno avvertito una sorta di "diminutio" della figura del notaio. C’è insomma chi pensa che per farsi rispettare sia necessario farsi conoscere e chi pensa che il rispetto nasca anche da un alone impenetrabile

Più che un parere sulle "Istruzioni per l’uso" interessa il vostro giudizio a proposito della presenza, all’interno del notariato, di concezioni di sé così distanti.

 

Piccoli Che la doppia velocità esista, credo sia una constatazione indiscutibile. Peraltro, che la categoria cominci ad avvertire con sempre maggiore urgenza la necessità di aumentare la propria velocità e di adeguarla a quella di chi ha maggiori responsabilità, credo sia dimostrato dal congresso. Non si è mai vista tanta partecipazione. A cosa sarà dovuto? Alla paura? Alla consapevolezza che comunque è necessario essere attenti al cambiamento? Forse questo è un sentimento ancora confuso, tutto da gestire e da incanalare, che però mi pare stia aumentando.

Per quanto riguarda le "istruzioni per l'uso", mi sembrano un'ottima cosa. Certe iniziative vanno senz’altro meditate, migliorate. Sono anche dell'idea che, con le dovute forme, dovremmo avere il coraggio di contattare le associazioni dei consumatori e di stabilire dei patti o delle intese che diano sempre maggiore trasparenza alle nostre prestazioni. Probabilmente, all'interno della categoria su questo punto si avverte moltissimo fastidio e molta resistenza, ma qui torniamo al discorso che il compito di una classe dirigente è quello di condurre l'intero corpo associato agli appuntamenti che la storia propone, nel momento giusto e con le dovute maniere.

 

Roveda Io mi limito a constatare che il notariato ha, come tutti i settori della società, due, tre, quattro, cinque velocità. Un punto d'orgoglio di questo Consiglio è stato quello di aver speso tantissime energie proprio per dare un impulso per il superamento delle diverse velocità, per ridurle a una.

Gli obiettivi perseguiti e in parte raggiunti sono: la banca dati, le informazioni giornaliere, Internet, il servizio straordinario degli Uffici studi. Tutte queste cose servono per far sì che gente lontana dai centri di cultura sia omogeneizzata agli altri.

Io ritengo di poter dire, qualunque sorte avranno questo Consiglio e questi Consiglieri, che sono veramente orgoglioso di aver partecipato a un tale rilancio della categoria.

Noi siamo perfettamente consapevoli della necessità di superare le diverse velocità e del fatto che questo è un obiettivo ancora da perseguire, quindi le energie da spendere sono ancora tante.

 

Mariconda Quanto ha detto Roveda coincide perfettamente con la mia opinione. Non esistono due velocità, ne esistono molte, esistono velocità in relazione alla preparazione culturale, in relazione alle esperienze di lavoro, al reddito, ai meccanismi utilizzati.

Io non conosco il vostro vademecum del consumatore dei servizi notarili e quindi non mi posso pronunciare.

Tuttavia, in linea di massima, a me non piace che si dica dall'interno del notariato, attraverso un documento, quello che i consumatori devono aspettarsi dal notaio, dall'attività notarile, dallo svolgimento della funzione. Forse, ancora una volta, io sono un po' un privilegiato. Mi rendo conto che la cosa può essere utile, ma non farei un documento da contrapporre al notaio, offrendolo al consumatore, penserei a un'impostazione interna, che d'altra parte rientra sicuramente nei programmi di Federnotai, nell'attività di FederNotizie, ma certamente anche nell'attività degli organi istituzionali, per far sì che ci sia sempre più consapevolezza in materia.

Sono d'accordissimo, più che su un documento, sull'ipotesi di Paolo Piccoli di avere dei contatti più frequenti con le associazioni rappresentative degli interessi più generali e più diffusi. Alle organizzazioni dei consumatori, sorte all'inizio con intenti un po' da congregazione speculativa, oggi possiamo certamente riconoscere la volontà di svolgere una funzione effettiva. Allora, che il notariato, sia come struttura centrale, sia come strutture periferiche, faccia una politica di contiguità, di vicinanza con le esigenze di cittadini (chiamiamoli cittadini, non consumatori) che hanno l'occasione o la possibilità di utilizzare la funzione notarile, credo sia una cosa sicuramente da promuovere, da allargare.

 

Condò Secondo me, le "istruzioni per l’uso" sono un documento utile. Un aspetto della deontologia è proprio quello di dettare norme di comportamento al gruppo nei confronti dell'esterno, quindi questa divulgazione di conoscenze fatta dal gruppo verso la collettività, verso la società, è positiva. Tutte le categorie professionali hanno sempre mantenuto un velo sopra le tariffe e questa, secondo me, è una cosa inqualificabile. Le tariffe dovrebbero essere appese ai muri, dovrebbero essere conoscibili da tutti!

Vorrei sottolineare che lo strumento informazione può servire ad avvicinare le tante anime presenti nel notariato di cui si diceva prima.

Nella mia esperienza di Consiglio, in questi tre anni, ho visto una vera e propria mutazione genetica. All'inizio, il Consiglio sembrava essere solo un organo di rappresentanza politica e invece ora emergono delle esigenze quasi manageriali (l'informatica, Notartel).

 

Mariconda Sull'informazione siamo tutti d'accordo, non sulle modalità dell'informazione. Cioè, il catechismo a me non piace, o la tariffa messa lì così. Spiegare alle associazioni dei consumatori come va remunerato il servizio notarile in base all'art. 28, all'art. 30, all'art. 34, diventa impossibile, però ai consumatori si può dire: guardate che qui non sono chili di patate o di prosciutto...

 

FN Luigi A. Miserocchi, con una sua lettera aperta, ha posto all'attenzione del C.N.N. il delicatissimo tema della comunicazione sostenendo, tra l'altro, che i nostri congressi sono asfittici perché nascono su un terreno povero di interessi e partecipazione. Noi crediamo che anche la migliore revisione del regolamento non possa modificare lo scenario.

Molto più promettente ci pare la proposta di Miserocchi di far divenire CNN Notizie il "giornale del notariato italiano" con precise caratteristiche quali:

abbandono della mentalità della riservatezza;

apertura al confronto delle opinioni;

conoscibilità dello stato dei lavori "in corso" ad esempio delle varie commissioni.

Perché alle proposte di Miserocchi non è seguita alcuna risposta?

Leggendo recenti parole di Mario Miccoli è parso di capire che il CNN ha dedicato tempo ed energie per studiare una "rivitalizzazione" di Attività. Condividete l’opinione secondo cui "Attività" non può ospitare opinioni difformi da quelle sostenute dalla maggioranza del CNN? In proposito il numero speciale in distribuzione in questi giorni contiene qualche timido segno di cambiamento. Secondo voi, che potreste costituire l’elemento di continuità tra l'attuale Consiglio e quello che verrà, si deve proseguire nel dare spazio ed incrementare lo spazio dedicato alle opinioni non ufficiali ?

 

Roveda In effetti, in prima battuta qui siamo coinvolti io e Paolo Piccoli. Quella lettera abbiamo deciso di pubblicarla. Si tratta di una lettera esemplare, esemplare nel senso della partecipazione alla vita collettiva. Qui, fuori, nei corridoi, tutti stanno discutendo più o meno di notariato, ma sono pochissimi quelli che poi portano un contributo che faccia riflettere. Nella lettera di Miserocchi c'erano spunti a non finire per riflettere, ma se facessimo un'indagine, scopriremmo che, a fatica, quella lettera è stata letta dai Consiglieri nazionali.

 

Condò Io non l'ho letta...

 

Roveda Se non l'ha letta lui, ti puoi immaginare...

Questo, allora, è il gap dell'informazione. E’ vero che bisogna saper informare, ma bisogna anche avere la pazienza di farsi informare. Questo è un altro lavoro che il Consiglio futuro dovrà fare, cioè far sì che si impari a raccogliere le informazioni. Però, siccome non possiamo fare tutto, cominciamo con l'organizzare il modo di informare. Noi l'abbiamo fatto usando lo strumento del giornale. Miserocchi dice che bisognerebbe allargarlo e io sono molto d'accordo.

Proprio le relazioni di Miserocchi, Presidente del Consiglio Notarile di Milano e i documenti di corredo che abbiamo pubblicato sono un esempio di come potenziare il giornale. Si tratta di materiale complesso che contiene anche la sintesi di diversi contributi che verranno pubblicati nelle news e che sono dei formidabili mezzi di informazione. Stare a sentire un oratore per un'ora è molto meno produttivo che leggere la sintesi del suo intervento raccolta in tre paginette, dove c'è il succo di tutto il discorso.

Lo spunto è stato molto utile, quindi, e gli sviluppi sono possibili. La strada da percorrere è questa: cominciare non solo a informare, ma a far capire come farsi informare, perché adesso c'è uno scollamento tra la massa di informazioni che diamo e le poche eco che ci ritornano. Non c'è dubbio, però, che coloro che ricevono il notiziario sono soddisfatti.

Informazione e congresso. Dicevo ieri a Laurini che stiamo assistendo a un congresso spettacolare, un congresso effettivamente molto importante, un congresso stupendamente di facciata, che praticamente ha schiacciato tutto il resto. A questo punto, viene quasi da pensare che tutto il resto, forse, sarebbe opportuno che al congresso non ci fosse. Il futuro potrebbe essere quello di un congresso di facciata che coinvolga i politici, gli uomini di cultura, la categoria che ne sente il richiamo, cioè gente che viene per parlare o per ascoltare, non per discutere. Un congresso alternato a un convegno che si tenga un anno sì e un anno no, oppure straordinariamente anche dieci volte all'anno, per dibattere i problemi della categoria. Al congresso invece si viene solo per partecipare e per ascoltare. Un esempio squallido, secondo me, è quello delle Commissioni di ieri, dove, accanto ai membri c’erano non più di quindici persone, Questo vuol dire che a nessun altro degli iscritti interessavano i lavori. Perché succede questo? Perché l'informazione è cresciuta in modo talmente formidabile che in grande misura può soddisfare ogni risposta, financo la piccola risposta al piccolo quesito. Bisogna pensare, quindi, a qualcosa di radicalmente diverso nell'organizzazione dei congressi.

Ho lasciato per ultimo l’abbandono della mentalità della riservatezza, ma vorrei richiamare la vostra attenzione su questo punto.

Noi siamo entrati in un Consiglio che faceva blocco contro qualsiasi iniziativa tendente a portare la comunicazione all'esterno. In questo senso, già il quotidiano è un fatto assolutamente straordinario. Da un paio di mesi riusciamo addirittura a pubblicare dei comunicati, sia pure stringati, stringatissimi, che io scrivo alla fine delle riunioni di Consiglio. Ciò che scrivo viene sempre visto e rivisto controluce e addirittura modificato, a volte, anche se è stato trascritto il testo della delibera, e ciò per la prudenza dei nostri colleghi, che hanno sempre timore che magari una parola sfuggita nella stesura del comunicato possa in seguito essere rinfacciata al Consiglio. Noi, però, abbiamo battuto anche questa resistenza, una resistenza da Stalingrado. Io sono anche andato al di là e ho chiesto di poter pubblicare i verbali, ottenendo, per ora, risposte negative. Ho pubblicato il verbale della Commissione per gli studi storici, poi ho chiesto di pubblicare il verbale dei direttori delle scuole, che è interessantissimo: ma ho incontrato difficoltà. Penso che, alla fine, verrà pubblicato così potrete vedrete come è maturata la decisione riguardo al ruolo degli insegnanti, al loro pagamento, alla non ammissione nel ruolo degli insegnanti di magistrati e avvocati. Queste sono decisioni che non so se il Consiglio condividerà, se avranno un futuro, ma che hanno fortemente impegnato i e che hanno portato a scelte di grande importanza.

Noi non perdiamo giorno, quindi, per spingere in questa direzione e il Consiglio, lentamente, si è messo quanto meno al seguito. Il futuro Consiglio riceverà da noi un forte incoraggiamento ad andare nella stessa direzione.

 

Condò Informazione e comunicazione. E' chiaro che le direzioni sono due: da un lato l'informazione deve partire e dall'altro deve essere ricevuta. Secondo me, in questo momento, il difetto sta soprattutto nella mancanza di una capacità ricettiva da parte della categoria.

Molti Consigli notarili, ad esempio, sono sordi, mentre dovrebbero servire a diffondere notizie e ad interagire con la categoria.

Quanto alla mentalità della riservatezza, la mia apertura è assoluta. Ho parlato prima di cambiamento genetico: uno degli aspetti di questo cambiamento è sicuramente legato al discorso della riservatezza. Ci sono state cause esogene, come il diffondersi dell'informatica, che ti dà mezzi nuovi e ti costringe a usarli, ma anche cause endogene, che hanno proprio portato a cambiare mentalità dentro il Consiglio. Speriamo (naturalmente non sappiamo come la penserà il prossimo Consiglio) che si vada nella stessa direzione. Indietro non si torna più, o almeno lo spero. Ci sono dei campi, naturalmente, in cui in qualche caso (però marginale) una certa riservatezza ci vuole, magari per non pregiudicare un'azione politica.

Perché le domande di Miserocchi non hanno avuto risposta? Non lo so.

 

FN Ecco, questo è uno di quei casi in cui chi sta fuori dal Consiglio, avverte l’influsso della mentalità della riservatezza. Chi sta fuori può farsi due idee: o che non se ne sia parlato (il che sarebbe abbastanza grave dato che si tratta di un contributo propositivo di lucidità esemplare ed è stato detto appena ora che sarebbero i consigli distrettuali ad essere sordi . . . ) o che, dopo averne parlato si sia deciso di non rispondere.

 

Condò In Consiglio non ne abbiamo parlato.

 

Roveda In Consiglio Nazionale quella lettera l'avranno letta in cinque, perché la metà non è collegata con Internet

 

Condò Roveda non ha detto niente a proposito di CNN Attività, argomento invece compreso nella domanda.

Fin dall'inizio, noi abbiamo considerato CNN Attività una rivista patinata, in ritardo nel dare informazioni, troppo costosa, letta da pochissimi, per cui abbiamo tentato un cambiamento con un numero sperimentale. Noi pensavamo anche di ridurre il numero di uscite annuali a tre o quattro, non di più, quindi di staccare completamente CNN Attività dalla informazione giornaliera, quotidiana, tempestiva, perché ormai i modi di informare in questi campi sono altri. CNN Attività, quindi, potrebbe diventare una rivista di cultura. Senza fossilizzarsi sull'ultimo numero, che è proprio sperimentale, bisognerebbe decidere, addirittura, se abbandonare completamente questa rivista, oppure farne una rivista di dibattito tra il Consiglio Nazionale e la categoria. Certamente noi diciamo di no a una rivista da vetrina.

 

FN Le tre alternative sono note, ma qual è la tua posizione su queste tre alternative?

 

Condò La mia posizione è: ridurre i numeri, ridurre i costi e fare una rivista di cultura in senso lato, cercando di suscitare un dibattito nella categoria, con apporti esterni, perché gli apporti esterni stimolano risposte dall'interno della categoria probabilmente diverse da quelle usuali.

 

Mariconda Riguardo al congresso, io direi che è un momento decisivo di informazione, di diffusione di opinioni, di scambio di idee in senso politico profondo, perché noi parliamo di congresso, ma qui non c'è nulla dei veri congressi ai quali si arriva con discussioni che hanno interessato centinaia di migliaia di persone, congressi politici, sindacali, di grosse associazioni, per cui ci sono dei documenti che vengono diffusi e approfonditi in una serie di riunioni locali, poi man mano sono i delegati che vanno a dibattere, fino ad arrivare a impostare una linea politica dell'associazione o dell'ente. Nel nostro caso, ci sono bene o male trecento o quattrocento persone che si interessano degli stessi argomenti e che hanno l'occasione per discutere e confrontarsi, ma mai si è potuto immaginare che dal congresso venisse fuori una linea politica o di impostazione del lavoro dei prossimi anni.

Il congresso è quello che sta avvenendo adesso a Roma. Le occasioni di informazione e di confronto devono essere altre. Il fatto che poi ci siano mille notai riuniti tutti insieme in un certo luogo sicuramente è anche l'occasione per un qualche confronto, ma saremmo veramente ingenui se sperassimo che il congresso fosse un momento significativo di dibattito all'interno della categoria. Ormai le sedi sono altre, sono quelle telematiche, sono quelle dei Consigli distrettuali, che magari farebbero bene a far incontrare i colleghi in più occasioni, magari con forme migliori di organizzazione. Certamente Milano è all'avanguardia, ma noi a Roma ci vediamo più spesso che a Milano; ogni mese abbiamo una serata di incontro dove effettivamente si discute e ci si confronta, si valutano anche le qualità delle persone dal punto di vista dell'attribuzione di funzioni ulteriori, con uno scambio certamente molto positivo. Io penso che il congresso debba essere più un'occasione per sedimentare, attraverso varie forme di informazione, di confronto, di discussione, quello che si è fatto, che debba essere la rappresentazione all'esterno di ciò che una professione può prospettare per la società.

La riservatezza: era tale che quasi non si sapevano neanche i nomi dei presenti. Si svolge una funzione, però poi tutto viene messo sotto chiave, nessuno deve penetrare... Trent'anni fa era certamente così, pur trattandosi di persone nobilissime, di grandi qualità culturali e professionali. Io ricordo alcuni membri del Consiglio Nazionale dei miei anni giovanili i quali erano riservati al punto tale che non dicevano neanche alla moglie che cosa erano andati a fare lì dentro.

Io credo che in Consiglio si sia fatto il massimo possibile dal punto di vista anche della conoscenza dei dibattiti, però, francamente, che si trasformi la discussione all'interno del Consiglio in una discussione che avviene davanti al popolo tutto, io questo non lo condivido. C'è anche qualche momento spiacevole e non possiamo mandare la categoria allo sbaraglio in una situazione difficile.

Fa parte della responsabilità di chi è investito di una certa funzione anche affrontare dei temi che, per loro natura, per le circostanze nelle quali maturano, per gli interlocutori con i quali poi il problema deve essere ulteriormente approfondito, richiedono necessariamente non il segreto assoluto, ma una certa riservatezza. Io sono dell'idea che questo schema non possa essere abbandonato.

 

FN Si possono però fare esempi che dimostrano come la mentalità della riservatezza determini i suoi effetti anche quando non se ne vede alcun bisogno. Uno di questi esempi è rappresentato dal regolamento del congresso. A Stresa non fu preso in considerazione perché presentato all'ultimo momento. La raccomandazione del congresso fu: si dia comunicazione alla categoria dell'evoluzione di questo progetto. Ora siamo arrivati al congresso di Roma e abbiamo avuto la bozza definitiva del regolamento una settimana prima. In un anno nessuna comunicazione. Probabilmente non c’è stato un gran dibattito all’interno della commissione che ha redatto il progetto. Comunque, se c’è stato è stato tenuto riservato. Nessuno vuole sapere dai verbali quali sono le discussioni e le parole vivaci che vengono scambiate. Si possono fare altri esempi: la revisione della tariffa nasce in un certo modo e non in un altro dopo un dibattito all’interno del CNN, o no? I consiglieri sono portatori di una delega. Questa delega deve necessariamente essere in bianco? D’altra parte non si può mantenere il coperchio sulla pentola, chiusa la porta e la finestra della cucina e poi lamentarsi che nessuno si interessa di che cosa sta per venire in tavola.

 

Mariconda Io devo ribadire la mia impossibilità di essere completamente d'accordo con voi.

La delega non è in bianco, perché la delega è data a Mario Rossi, di cui si conosce tutto, che ha un passato, che ha una sua qualità particolare in base alla quale viene scelto, quindi certamente la delega non è in bianco, non si sorteggiano le persone. Quindi, nel momento in cui si attribuisce a un candidato la possibilità di rappresentare un gruppo c'è già l'affidamento che si fa su come poi si sarà rappresentati. Io sono contrario a guardare attraverso il buco della serratura, non mi piace.

Dico: finestre spalancate su tutto o quasi tutto: il problema è quello delle aree. Ci sono aree, settori, argomenti, probabilmente ridottissimi, dove è opportuna una certa riservatezza.

 

Roveda Forse, però, la redazione voleva sapere qualcosa di più sul modo con il quale si formano le decisioni. Noi molto spesso abbiamo discusso con delle contrapposizioni di idee che all’esterno non appaiono.

 

Mariconda Ma i temi politici generali vengono fuori chiaramente.

 

Condò Se non li comunichi, non vengono fuori mai, scusa. Io sono per l'apertura totale, con qualche piccola chiusura di opportunità.

 

Roveda Per esempio, sulla tariffa c’erano opinioni contrastanti che sarebbe stato opportuno fare circolare.

Questo modo di procedere avrebbe potuto aiutare anche i Consiglieri a maturare una decisione più ponderata...

 

Mariconda Due parole su CNN Attività. La rivista era buona anche prima; in realtà si tratta di una delle migliori riviste di carattere professionale. Io ho esperienza di altre riviste, che sono pessime. CNN Attività era assolutamente poco letta, ma credo che in questi ultimi due o tre anni ci sia stato un miglioramento, non solo per le persone che hanno scritto sulla rivista.

Io ho anche un altro pensiero, cioè che sia letta di più di quanto noi non immaginiamo. Noi diciamo che forse è letta dal dieci per cento o addirittura meno, ma secondo me c'è una diffusione maggiore.

Io sono favorevole senz'altro alla sperimentazione, però lasciando fermo il riferimento all'istituzione, cioè CNN Attività è una rivista dell'istituzione.

 

Piccoli Per quanto riguarda il tema della riservatezza, mi sembra che l’argomento non sia più di attualità, se non per un miglioramento ulteriore. Perché Roveda ed io, la sera stessa in cui abbiamo avuto l'incarico di gestire gli strumenti dell'informazione, abbiamo avviato CNN Notizie. La scelta poi di usare CNN Notizie non come mero bollettino di agenzia, ma anche come strumento di promozione di idee, è di Roveda, mia, comunque di chi ha gestito la realizzazione.

Il Consiglio, volente o nolente, ha dovuto accettare.

 

Mariconda Direi molto volente, per la verità, perché non ho visto obiezioni...

 

Piccoli Pensavo che sarebbe occorso molto più tempo per raggiungere questa apertura da parte del Consiglio, invece l’evoluzione è stata rapidissima.

La cultura della riservatezza c'è stata e c'è ancora in molti di noi, però l’apertura è diventata un'autostrada. Si può certo migliorare. Non si fa mai abbastanza.

Sono d'accordo sul fatto che su alcuni argomenti dobbiamo trovare il tempo per dare un'informazione preventiva alla categoria, perché questo potrebbe essere utile come onda di ritorno, come un sonar, per capire a che altezza si trova il Consiglio, cioè se la categoria si trova ad una profondità di ottomila metri o di cento metri. Spesso questo non lo si fa per una mal intesa riservatezza, ma bisognerebbe essere Consiglieri per capire che tipo di dramma si vive ogni momento, per la fretta con cui si deve decidere ed operare su ogni argomento.

Sono però favorevolissimo, su alcuni argomenti (per esempio la tariffa), a chiedere preventivamente alla categoria un parere, o attraverso gli strumenti di informazione, o anche con convegni specifici. Il Consiglio ha poi una sua potestà di decisione ed inoltre ognuno di noi ha una delega da rispettare.

Mariconda ha ragione sul punto che il dibattito non può essere sempre pubblico, altrimenti non riusciremmo ad andare avanti.

Per quanto riguarda la lettera di Miserocchi, io non mi sento affatto in colpa per non aver risposto, perché quella lettera l'ho colta come una sollecitazione non tanto al Consiglio (che peraltro l'ha pubblicata il giorno dopo), quanto alla categoria, ai signori Presidenti dei Distretti. Credo che il Consiglio avesse il dovere di restare a guardare per vedere se c'erano delle reazioni e poi tirare le fila. Solo di fronte all’inerzia si dovrà fare promotore di un’iniziativa (per tornare al discorso delle due velocità).

Per quanto attiene agli strumenti dell'informazione, ognuno ha caratteristiche specifiche. CNN Notizie è un'agenzia di notizie che noi stiamo cercando di riempire di contenuti. Mi pare che tutti condividano questa necessità di dare notizie dottrinali, giurisprudenziali, dibattimentali. Credo che CNN Attività sia una buona rivista e che sia letta da più persone di quante non si pensi, però ritengo che un cambiamento sia utile, perché i mezzi di informazione sono cambiati. L'informazione è cresciuta.

Nella riunione per il numero sperimentale avevo proposto una tripartizione: una prima parte, anche abbastanza contenuta, sugli aspetti istituzionali dell'attività del Consiglio; una parte culturale, da irrobustire, di cui troviamo una traccia forte nel numero sperimentale; una parte di rubriche in cui, eventualmente, si poteva aprire anche una finestra per i lettori. Per fare questo, però, bisogna essere in due. Occorre un interlocutore. Da questo punto di vista, credo che la politica del Consiglio sia stata quella di non preoccuparsi troppo di avere risultati immediati, ma di seminare, di creare strumenti e metterli a disposizione. Qualcosa seguirà.

 

FN Passiamo dall’informazione all’informatica. Così come la soddisfazione per l’esistenza di nuovi strumenti di informazione (BDN - CNN Notizie - Mailing List - Sito Internet) non può far calare l’attenzione sui contenuti della comunicazione, così il progressivo coinvolgimento del notariato nella automazione dei traffici giuridici (sistemi di pubblicità legale prima, contrattazione ora) non deve, secondo noi, essere enfatizzato di per sé. Più che il se e il quando, secondo noi conta il come.

E il come attiene ad un equilibrato rapporto tra lo strumento (il programma informatico) e il contenuto (la pubblicità legale, il contratto, la preparazione del candidato al concorso).

In questa prospettiva il CNN, secondo voi, in quale direzione deve muoversi?

 

Piccoli Di fronte al mondo che cambia, dobbiamo non farci trovare impreparati. Quindi è dovere del Consiglio ed anche dei singoli notai, professionalmente, essere pronti all'utilizzazione di nuovi strumenti tecnologici.

Non credo che siano gli strumenti che facciano la funzione, ma che sia la funzione che debba rimanere in primo piano. Che un rischio di enfatizzazione dello strumento ci sia, questo è indubbio. Più informazioni riceviamo, meno attenzione e riflessione poniamo ai problemi e, quindi, siamo indotti a farci trascinare dalla sicurezza ingenerata dagli strumenti. Ad esempio: se la banca dati fornisce tre indicazioni, si rischia di fermarsi a quelle, senza proseguire nelle indagini di dottrina e giurisprudenza. Sotto questo profilo, credo che il ruolo del Consiglio Nazionale sia quello di mettere a disposizione tutti gli strumenti possibili per un esercizio della professione all'altezza dei tempi, ma sia anche quello di accentuare uno sforzo culturale per richiamare l'attenzione di ognuno sui rischi che in questi strumenti possono essere insiti.

Per esempio, anche le vicende della firma elettronica credo che vadano gestite con molta attenzione, usando freno ed acceleratore. Se il Consiglio Nazionale non avesse richiamato l'art. 28 e il controllo di legalità, sarebbe scaturito un discorso di firma elettronica come in Germania ove la funzione notarile è del tutto ignorata.

 

Mariconda Considero indispensabile proseguire sulla strada intrapresa sia con BDN, sia con Notartel, sia in generale con la diffusione e fruizione di strumenti informatici.

E’ sempre necessario, tuttavia, tenere ben presente che si tratta di strumenti per prestazioni più sicure, più rapide e più affidabili ed evitare confusioni - che potrebbero far particolarmente comodo a chi ha ragioni contrarie al notariato - tra la nostra prestazione intellettuale e la tecnologia che la sostiene.

 

Roveda Non so quale sensazione si abbia all'esterno, perché effettivamente l’informatica sembrerebbe essere l'impegno potente del Consiglio Nazionale, a volte però riesce difficile giudicarsi dall'interno.

Il discorso sui rischi dell’uso dello strumento informatico si può ampliare senza andare fuori dal seminato. La sensazione che a volte non si sia capaci di dominare la situazione, noi ce l'abbiamo. Io ce l'ho anche, in materia di pareri della Commissione studi, là dove vengono prodotte decine di pareri, di risposte, di studi, tra l'altro di una complessità a volte veramente sbalorditiva, firmati Casu, Ruotolo, Velletti. Questi studi vengono trasmessi ai consiglieri e, se non se ne parla in Consiglio e nessuno fa osservazioni, si intendono approvati: in tre anni, però, raramente ho sentito un'osservazione e quindi non ho quasi mai assistito a una discussione su questi studi, il che mi lascia molto perplesso. Significa che non ce la facciamo. Sono necessarie presenze attive che riescano ad impossessarsi di tutti i settori della produzione del Consiglio Nazionale, quindi, anche e soprattutto di quello informatico, e a tenerli sotto vigilissimo controllo.

 

Condò Il problema fondamentale della telematica, dell'informatica, dell'automazione, è la alfabetizzazione dei notai. Nell'uso degli strumenti informatici io vedo grosse differenze; certi sono strumenti e basta (banca dati, computer, ecc.), ma il punto rilevante è certamente il commercio elettronico dove ci possono essere impatti negativi o positivi sulla funzione.

 

FN Non avete la sensazione che il regolamento sul commercio elettronico rinasca con il problema, vecchio di trent'anni, della differenza tra atto pubblico e scrittura privata, con le stesse modalità?

 

Piccoli Secondo le interpretazioni dei giuristi informatici sembrerebbe di no.

Però ho già sollecitato il Presidente perché avvii un’indagine dell'Ufficio studi, con tutti i contributi necessari.

Diversamente, avresti ragione...

 

Condò In questo discorso della contrattazione elettronica io vedo una possibilità - che magari può sembrare assurda - di cristallizzazione di formule e di contrattazioni tipo "common law", molto più di quanto non possa accadere con il tradizionale atto notarile.

 

Piccoli …su un altro versante: nella tendenza dell'amministrazione ad imporre la consegna di documenti standard, cartacei o elettronici che siano, purché si tratti di caselle, moduli, prefigurazioni fisse. Lo strumento elettronico, allora, deve aiutarci un po' alla volta (è il tema caro ad Angelo Gallizia) a rendere di nuovo duttile l'approccio con i registri della pubblica amministrazione.

Per fortuna, intanto, l'informatica fa passi da gigante.

 

Condò Aggiungo a quello che ha detto Roveda a proposito degli studi, che io sono assolutamente contrario al fatto che l’ufficio studi del Consiglio Nazionale dia risposte in tempi rapidissimi su problemi banalissimi. Che un notaio non faccia la fatica di tirare fuori i suoi libri o di cercare nella sua banca dati e telefoni al dr.Casu per chiedere, certe volte, delle mostruosità di una stupidità assoluta, a me non va bene. Quando non c'è un interesse generale e la cosa non sfocia in uno studio per tutti, secondo me non si deve rispondere.

 

FN Naturalmente non può mancare il tema della deontologia. A Milano abbiamo vissuto l’esperienza di un consiglio che, sul piano della deontologia, si è mosso per tempo. Per questo non gli sono state risparmiate critiche da parte dello stesso CNN. Ora stanno maturando i riscontri sul piano giudiziario. Non sono tutti favorevoli all’azione del consiglio ma sembra confermata una certa sensibilità della magistratura a considerare con la dovuta severità i comportamenti notarili "devianti" con danno potenziale a carico dell’utente.

Quello stesso consiglio raduna periodicamente il collegio per esporre con trasparenza ciò che ha fatto, sta facendo e ha in animo di fare.

La deontologia, invece, sembra essere scomparsa, negli ultimi mesi, dalle attività di livello nazionale. Va bene così? oppure vi sembra necessario un colpo di timone da parte del CNN?

 

Roveda Tocca a me rispondere per primo e mi dispiace, perché qui c'è un membro dell'Osservatorio, Gianfranco Condò, il quale vi dirà cosa fa o non fa il CNN, che anche a me sembra che non faccia quasi nulla. In verità ritengo che non debba fare molto di più, nel senso che il codice deontologico è stato elaborato dal Consiglio Nazionale su delega legislativa, ma la sua gestione è affidata soprattutto ai Consigli distrettuali. Compito del CNN è, invece, vigilare sulle attività e soprattutto sulle inerzie dei Consigli distrettuali. Qui ci vorrebbe una lena maggiore, perché certe sproporzioni tra l'attivismo di Milano e l'abulia di molti altri Consigli distrettuali non dovrebbero esserci. Non è bello che una categoria debba sottostare a un codice deontologico, per poi constatare che questo viene applicato o disapplicato a seconda degli umori e delle inclinazioni dei Consigli distrettuali. A questo compito, secondo me, il Consiglio Nazionale è venuto meno, cioè non ha vigilato sufficientemente sulle attività e sulle inerzie dei Consigli distrettuali.

Ci sono tre lettere che partiranno e che sono destinate ai Presidenti dei Consigli distrettuali e a CNN Notizie, in cui richiamiamo la lettera di Miserocchi, che invita a dibattere su un certo tipo di informazione, che poi non è solo informazione, è coinvolgimento sulle attività proprio attinenti al codice deontologico (non facciamo finta di non capire che sotto sotto c'è questo); lettera bellissima che è rimasta lì, ma è rimasta lì perché noi abbiamo voluto lasciarla lì, perché volevamo che a ribattere fossero i Presidenti dei Consigli distrettuali, i membri del CNN, i notai. Ma, ahimè, le cose vanno così.

Questa volta inviamo una lettera personalizzata in cui diciamo loro: guardate che è stata pubblicata la relazione di Miserocchi, è stata pubblicata la lettera che vi invita a discutere, abbiamo ripubblicato dell'altro materiale ancora più completo sul piano dell'informazione; e li invitiamo a riflettere perché si impegnino a svolgere un'attività nei limiti del possibile analoga e a fornirci idonea documentazione.

A questo punto, se veramente qualcosa si muovesse, avremmo la possibilità di fare noi stessi un controllo, non come Osservatorio, proprio come notai, e forse il problema sarebbe più vivacemente vissuto dalla categoria.

Indubbiamente, il codice deontologico in questo momento è in stallo, ma io l'avevo previsto fin dall'inizio. Non sono mai stato un entusiasta del codice deontologico, anzi, mi pare di averlo anche avversato, perché non credo alle codificazioni, credo che i codici deontologici siano dentro il DNA, altrimenti non esistono. Adesso, quindi, patisce un po' di questa forzata accelerazione.

Non so neanche rispondere, quindi, se questo o un altro Consiglio sarà in grado di fare molto di più di quello che sta facendo. Ho qualche dubbio, ma, forse, dopo aver istituito il famoso Osservatorio, potrebbe fare una migliore attività di vigilanza.

 

FN Una proposta abbastanza suggestiva è quella di Grazia Prevete: un patto tra Consiglio Nazionale e Consigli distrettuali, con una sorta di dimissione collettiva preventiva e in bianco da parte dei Consigli distrettuali per il caso in cui non riuscissero a fare certe specifiche cose.

 

Condò Sì, è solo suggestiva.

 

Roveda Io penso che l'inerzia che c'è sia un'inerzia di connivenza. Forse occorre spazzare via i piccoli distretti. Questo è un discorso che bisognerà avere il coraggio di fare, bisognerà riprendere l'iniziativa sulla riforma dell'ordinamento, smetterla di dire che non è mai tempo..., perché è tempo, è veramente tempo di parlare di accesso, di territorio, di sedi, ecc., cosa che porterà, probabilmente, a provvedimenti che innescheranno una rivitalizzazione anche della gestione del codice deontologico.

 

Condò Io ritengo che la deontologia, ora, sia più che mai centrale perché proprio attraverso la deontologia si può sostenere la necessità dell'ordine, dell'autogoverno della categoria, ecc. Probabilmente si può fare meglio, nel campo della deontologia, considerate però che l'Osservatorio ha avuto una certa sua evoluzione. Di casi ne abbiamo visti veramente molti. Adesso vogliamo mettere in piedi una piccola banca dati.

Un punto importante è che i Consigli notarili continuano a credere di avere un'autonomia nella determinazione delle regole deontologiche. Io l'ho riscontrato molte volte, Milano compresa, forse. Questa autonomia non c'è, se non nei casi espressamente previsti dal codice deontologico.

In certi passaggi si dice "applicalo con riferimento alle situazioni locali", ma questo non vuol dire che tu puoi inventarti delle cose che nel codice non ci sono o derogare al codice, se no è veramente il caos totale. Per esempio, a Como hanno fatto delle delibere e naturalmente le hanno fatte sui recapiti. Questa è un'altra critica ai Consigli, perché l'unico argomento che arriva sul tavolo è il recapito, anche se cucinato in salse diverse.

 

Piccoli Secondo me, il lavoro dell'Osservatorio potrebbe essere in qualche modo esplicitato, non tanto sui casi singoli (che possono essere importanti e possono anche essere pubblicati su CNN Notizie), ma in relazione ad una sorta di monitoraggio annuale effettuato dal Consiglio Nazionale.

La suscettibilità dei singoli Consigli non deve rilevare.

 

Condò Recentissimamente abbiamo chiesto informazioni di nuovo a tutti i Consigli notarili su ciò che è successo nei vari distretti sul piano della deontologia. Abbiamo avuto parecchie risposte: al centro dell’interesse c’è sempre il recapito. Ora pensiamo di fare un libro bianco esaminando tutti i casi.

 

Piccoli Deve essere guardata con favore, come iniziativa politica del Consiglio, l'approvazione del disciplinare, perché è stato il Consiglio a volerlo.

Il disciplinare va nella direzione indicata da Roveda: allargare la base del controllo. Più si porta lontano dai fatti di ciascuno di noi l'intervento, più questo sarà possibile ed efficace. Ha ragione Roveda: non si tratta di un evento solo disciplinare, ma probabilmente anche di una vicenda professionale.

Intanto un primo passo interessante è la regionalizzazione delle Commissioni di disciplina. Questo il Consiglio l'ha voluto fortemente, lo ha sottolineato.

 

Condò Moltissimi Consigli dicono che non hanno poteri proprio perché non c'è il disciplinare. Questa, secondo me, è una scusa.

 

Piccoli Non mi pare che il CNN abbia criticato il Consiglio di Milano. C'è stato qualcuno che dall'interno del Consiglio Nazionale o nell'ambiente del Consiglio Nazionale ha criticato il Consiglio di Milano, ma assolutamente non c'è stata nessuna presa di posizione. Personalmente, io non ho criticato per nulla il Consiglio di Milano, anzi, mi sono rallegrato che il Consiglio di Milano procedesse così. Ci sono tanti altri Consigli che stanno andando avanti nella stessa direzione.

Semmai, probabilmente, non abbiamo meditato a sufficienza su quell'aggiunta al codice deontologico, che ha fatto più danni che altro, in tema di recapiti.

Io sono uno di quelli che ha votato a favore per ragioni istituzionali e, a posteriori, mi pento amaramente di aver votato a favore di quel documento blu.

 

Mariconda Non conosco le critiche al Consiglio di Milano. Ritengo di straordinario valore la scelta a suo tempo coraggiosamente fatta dal CNN di elaborare il codice deontologico. E’ stata ed è anche una preziosa carta da far valere (ed è già stato fatto) in molte occasioni all’esterno della nostra categoria.

Mi pare giusto che, mentre l’osservatorio svolge un prezioso lavoro di orientamento e di acquisizione di dati, il CNN abbia avuto, dopo il grande sforzo del triennio precedente, una pausa di riflessione. Il nuovo consiglio dovrà valutare l’opportunità di interventi sul codice alla luce della esperienza di questi anni.

 

FN La prossima è una mezza domanda, nel senso che è rivolta essenzialmente a Roveda e Condò.

Prima della vostra elezione, voi eravate l'uno addirittura direttore e l'altro importantissimo collaboratore di FederNotizie. Dopo la vostra elezione, per supposta correttezza o distacco dalle cose del mondo, avete evitato qualsiasi contatto e non avete praticamente scritto più nulla. Tuttavia, una certa dietrologia piuttosto diffusa fa ugualmente di ogni erba un fascio, ritenendo che ci sia - e lasciando intendere che c'è stretto collegamento di interdipendenza fra voi, FederNotizie, Federnotai e, a volte, anche Consiglio notarile di Milano. Alla luce di ciò, non pensate che sia stata proprio l'interruzione dei rapporti a causare questo retropensiero?

 

Condò Io enuncio la mia totale, assoluta indifferenza ai retropensieri. Detesto le dietrologie, i retropensieri, ecc. Personalmente, ho ritenuto corretto evidenziare un certo distacco dal sindacato. Ero vicepresidente di Federnotai e naturalmente ho dato le dimissioni e ho ritenuto di dovermi distaccare anche dallo scrivere su FederNotizie. Non è esatto che non abbia più scritto.

Naturalmente nego radicalmente qualsiasi mia dipendenza da FederNotizie e Federnotai, perché tengo molto alla mia libertà intellettuale, a dire quello che penso, ecc. Ma c'è dell’altro: è evidente che il mio retroterra culturale nel campo notarile, del quale certamente non mi vergogno, perché dal sindacato ho avuto moltissimo, resta quello, le idee sono quelle. Non ho cambiato le mie idee perché sono andato in Consiglio. Non credo assolutamente che dal distacco si debba dedurre la dipendenza... Questa è proprio una cosa che rifiuto nel modo più assoluto perché mi sembra veramente idiota, scusate.

 

FN Siamo noi che non riusciamo a scrivere niente senza che venga attribuito a voi, la sofferenza è nostra, non vostra.

 

Roveda Non avrei mai immaginato, neanche lontanamente, che ci fossero dei pensieri di questo tipo, che però mi lasciano abbastanza indifferente, perché li trovo effettivamente un po' sciocchi. Io spero di non essere una persona modesta. Mi comporto, mi batto, ho l'orgoglio di non essere una persona modesta. Che prima facessi il direttore di FederNotizie lo sanno tutti, addirittura ho lavorato per costituire il sindacato e penso che il sindacato abbia significato qualcosa nel notariato, tant'è che oggi rappresenta due terzi dei colleghi. Quando noi l'abbiamo costituito eravamo in quattro. Questo orgoglio continuo a portarmelo appresso. Questo modo di pensare, che viene genericamente definito sindacale e che tale sappiamo benissimo non essere, è un modo di pensare che ha fatto dei proseliti e che ha fatto molto bene alla categoria. Magari ci fossero altri movimenti capaci di sollecitare la partecipazione e il confronto come ha saputo fare il sindacato. Se non ci fosse stato il sindacato, forse avremmo avuto congressi che sarebbero finiti come quello di oggi, nel totale disinteresse, dove una messa vale molto più di un’assemblea plenaria.

Sul giornale ho scritto poco, in questo periodo, ma l'avevo preannunciato. Sono entrato in Consiglio Nazionale con il mio bagaglio ideologico, con le mie capacità e il mio dinamismo e chissà se sono riuscito a fare qualcosa. Dopo tre anni, mi ritengo abbastanza soddisfatto, perché ho potuto constatare che, grazie alle idee che ho portato, qualcosa è cambiato in un modo che forse, alla fine, va bene un po' a tutti. Anch'io sono cambiato, attenzione, perché si fa presto a giudicare dall'esterno, ma poi devi starci, in Consiglio Nazionale, dove rappresenti cinquemila persone e non più quelle poche che ti seguivano in precedenza, quindi devi necessariamente prendere atto delle diversità e della necessità di contemperarle.

Si fanno delle esperienze e queste esperienze portano ad assumere atteggiamenti che a volte sono modificano il tuo atteggiamento originario; ma questo collegamento, questo cordone ombelicale resta. Mi meraviglia molto, questa domanda, non me l'aspettavo.

Per due anni non ho collaborato neanche con CNN Attività, e la ragione è sempre la stessa: per dieci anni ho diretto un giornale e per dieci anni ho scritto il corsivo quindi ho voluto fare proprio una pausa totale. Adesso ho ripreso a scrivere. Se, per ipotesi, mi ritrovassi nel Consiglio nei prossimi tre anni, probabilmente scriverei di più, avendo maturato un'esperienza che mi consente di mandare dei messaggi, cioè delle riflessioni utili per la categoria.

 

Piccoli Rispondo dal di fuori di FederNotizie, ma il problema mi pare proprio che non esista...

Vorrei persino non rispondere alla domanda, ma questa finisce per coinvolgere i rapporti di Federnotai con il Consiglio, per sottendere quelle che sono state, che sono o che potrebbero essere le difficoltà di rapporto tra Federnotai e Consiglio.

Credo che i Consiglieri nazionali non debbano esprimere un interesse di parte, perché diversamente si rischia di duplicare nel notariato quello che si è verificato in magistratura.

Ognuno, però, esprime la propria storia, esprime la propria cultura, esprime la propria sensibilità, esprime la propria base.

 

FN La riflessione è stata leggermente travisata, come se esistesse un condizionamento della base milanese o lombarda nei loro confronti. Invece quello che emerge da questi mal pensieri è il condizionamento dei corsivi di FederNotizie.

 

Piccoli A me non interessa sapere da chi vengono i contributi, purché vengano, purché si lavori e si sia disposti a confrontarsi. Siamo di fronte a problemi di tale portata, che tutte le forze e le intelligenze disposte a spendersi, a mettersi in discussione, a portare contributi, risultano necessarie a questo Consiglio.

Perciò sono grato a Roveda e Condò, perché, senza chiudersi a riccio, sono riusciti a superare le difficoltà dei primi tempi, quando c'è stata sicuramente un po' di diffidenza nei loro confronti da parte di tutti. Questo affiatamento derivava loro anche dall’essere abituati a lavorare insieme e da una grande voglia di cambiamento, che hanno saputo trasferire positivamente in seno al Consiglio, portando le idee vostre e nostre (perché sono iscritto anch'io alla Federnotai) e trovando i sentieri giusti per attuarle.

Tutto ciò ha cambiato anche noi. Anch'io sono cambiato. Roveda ha detto "noi siamo cambiati". E ha detto una cosa giustissima.

Anche se è vero che certe volte dobbiamo assumere posizioni molto più prudenti di quello che in realtà non sarebbe il nostro desiderio.

Bisogna superare sciocche contrapposizioni. Il futuro è davanti a noi, dobbiamo lavorare, non preoccuparci delle polemiche di qualcuno destinato a restare indietro.

Sostiene Roveda che in un anno, un anno e mezzo, si sono aperte davanti a noi delle autostrade. Bisogna essere capaci di gestire il nuovo, di non farlo morire.

 

Condò Se qualcuno pensa che ci sia una connessione tra noi, FederNotizie, la redazione, il direttore, sbaglia fattualmente, ma concettualmente non sbaglia, perché c'è una continuità di pensiero.

 

Piccoli Rovescio il ragionamento di Condò e auspico che voi torniate a scrivere su FederNotizie, perché sicuramente attraverso le vostre riflessioni si sono capite alcune difficoltà del Consiglio Nazionale.

Ma concordo con Condò sul fatto che chi ha responsabilità istituzionali di qualunque genere deve sapere che ogni cosa che dice finisce per riflettersi sull'etichetta che in quel momento porta.

 

Roveda Torno a fare una domanda, per fare poi una piccola considerazione: queste sensazioni sono percepite in ambito locale o corrono sulla posta elettronica, o le cogliete qui nei corridoi? Questo mi interesserebbe capire.

 

FN In genere è un ragionamento che viene fatto da chi considera il sindacato come un partito, come una fazione . . . e non lo ama.

 

Condò Secondo me, il sindacato, in passato ha criticato il CNN più di quanto non faccia oggi. Capita così che oggi c'è chi fa dietrologia senza capire che il Consiglio Nazionale è meno criticabile di prima, perché (per esempio sull’informazione) la situazione è molto migliorata.

 

Roveda Nessuna di queste persone sa, per esempio, che noi per tre anni abbiamo informato tutti i colleghi della zona con relazioni scritte quadrimestrali, che siamo andati alle assemblee collegiali, a riunioni consiliari, a tutte le riunioni di comitato regionale e anche, di quando in quando, alle riunioni della redazione di FederNotizie, e della locale associazione sindacale.

Si può lavorare in Consiglio Nazionale in tanti modi e magari il nostro è stato anche il peggiore, ma lo sforzo di essere veramente a disposizione di tutti i colleghi è stato esasperato.

A questo punto, ti senti francamente leggero: la coscienza è più che a posto.

 

FN Anche leggendo le relazioni annuali del segretario si ricava l’impressione che l’attività internazionale rivesta grande importanza ed assorba molte energie. Poche sembrano però le ricadute in termini di utilità. Che cosa è dato di sapere, ad esempio, della posizione ufficiale della U.I.N.L. sulla equiparazione tra professione e impresa? perché la U.I.N.L. non promuove fattivamente una conoscenza migliore del diritto comunitario? perché non partecipa in qualche modo - purché concreto - alla chiarificazione di problemi che, come quello della reciprocità per l’Italia, certamente non mancano di attuale concretezza?

 

Roveda Domande pertinentissime che evidenziano un vuoto, una lacuna grave. Mi pare di aver capito che le energie, in quel campo, siano state spese quasi esclusivamente per cercare di potenziare l'Unione e la diffusione del notariato di tipo latino nel mondo, perché, caduto il muro di Berlino, si è offerta sul mercato la possibilità di condizionare gli ordinamenti di molti paesi. La Bulgaria, la Romania, la Cecoslovacchia, la Russia, tutti questi Stati si sono dati un ordinamento e lo sforzo che ha fatto l'Unione è stato teso ad impedire che questi Stati si spostassero sul versante della diritto anglosassone. Probabilmente, è stato sopravvalutato questo impegno rispetto allo studio comparatistico su argomenti che sono di grande importanza. Probabilmente tutto dovrà maturare. Noi, però, siamo dei critici attenti dei progetti dell’internazionale.

Per due anni siamo intervenuti sul bilancio ottenendo tagli per decine di milioni. Forse alcune spese possono sembrare eccessive rispetto ai riscontri. Dovete però prendere atto che molto è stato fatto raggiungendo risultati che non sono secondari, perché, se potessimo usare la cartina di tornasole sulla mappa del mondo, ci accorgeremmo di quanto sia cresciuta la diffusione del notariato di tipo latino.

 

Condò L’impressione è che c'è un enorme dispendio di mezzi e di energie: c'è una quantità di sigle tra le quali io non mi raccapezzo, c'è un grande numero di persone che permangono nell'Internazionale per decenni senza avere più cariche nazionali, il che mi sconcerta un po'; si fanno riunioni in luoghi disparati e non sempre se ne afferra il contenuto.

Io ho avuto un'unica esperienza, quando sono andato in Romania a parlare della nostra legge notarile, un'esperienza che è positiva, perché abbiamo avuto la sensazione di "dare" ai colleghi rumeni qualcosa. Quello che ha detto Roveda, però, è verissimo.

 

Piccoli Io credo che qui i piani che si intersecano siano i due o tre già adombrati da Roveda e Condò.

Che cos'è l'Unione Internazionale? L'Unione Internazionale non è un organismo elettivo. All'inizio può essersi manifestato in tale senso, ma poi via via che i tempi sono cambiati, ha dovuto, ha voluto, ha potuto assumere delle responsabilità e un ruolo anche di tipo politico. L'Unione ha il compito di portare la presenza del notariato a livello europeo e mondiale.

I notariati dell'Unione Europea non sono tutti uguali: abbiamo il non notariato anglosassone, oppure alcune frange di notariato anglosassone, abbiamo il notariato tedesco, il notariato italiano e spagnolo, che è molto simile e compatto (ancorché i tedeschi abbiano anche la figura del notaio/avvocato, in alcuni Lander), e poi ci sono i francesi, i belgi, i lussemburghesi, gli olandesi, i cui notariati hanno le caratteristiche del notariato latino, ma nella pratica della loro professione hanno sviluppato alcune funzioni diverse, per esempio di vero e proprio mediatore immobiliare. Tutto ciò, portato a livello di Commissione Europea, rischia di far entrare nelle direttive europee una visione del notariato che ci ritroveremo in casa nostra senza poter avanzare obiezioni. Da questo punto di vista, purtroppo, gli organismi internazionali acquistano sempre più importanza e noi non dobbiamo sottovalutarli. Dobbiamo tagliare (e qui concordo con Roveda e Condò) tutte le cose inutili, gli orpelli, gli sprechi, tutto ciò che non ha alcun interesse rispetto all'obiettivo, che è quello di garantire la funzione notarile.

Sarebbe però un errore non considerare l'attività internazionale importantissima, perché, mentre siamo tutti affannati a guardare dentro il fortino, rischiamo, senza accorgercene, di avere gli indiani alle porte.

Per quanto riguarda gli interventi e gli studi, credo che si debbano dare due risposte.

Una prima risposta consiste nel dover constatare che in alcuni settori effettivamente gli studi non sono stati fatti e bisognerà sollecitarli.

La seconda risposta è che alcuni studi sono stati fatti e non lo sappiamo, ma questo probabilmente dipende da noi, non dall'Unione o dalla Conferenza dei Presidenti. In questo caso bisogna allertare chi si occupa degli studi e quindi avviare gli strumenti informativi.

 

Condò Manca la comunicazione tra questo "club internazionale" e il Consiglio Nazionale. Non so se la colpa è del "club" o del CNN, certamente non c'è comunicazione, perché mai nessuno ci viene a dire perché si sono spesi quei soldi, per fare che cosa e con quale risultato.

 

Piccoli Su questo forse ha ragione Condò. Al di là del fatto che anche a me arrivano montagne di carte che poi si leggono quando si può. Però ogni tanto qualcuno dovrebbe operare una relazione di sintesi sugli argomenti svolti o trattati.

Non è una critica. Voglio dire che c'è da migliorare sicuramente. E’ molto probabile che il Consiglio debba valutare un po' di più le iniziative che vengono assunte. Nel bilancio preventivo si stanziano cifre, alcune delle quali riguardano la parte strutturale, mentre altre vengono spese da Consiglieri autonomamente. Certo tutto è positivo, però può darsi che qualcosa sia più utile e qualcos'altro meno. Quindi credo che nel prossimo mandato si debba ragionare su certi incontri, certe conferenze, certe iniziative, magari in una seduta, non come controllo costante, perché poi chi è impegnato in questo ruolo deve anche potersi muovere. Un ragionamento complessivo, comunque, andrà fatto.

 

Mariconda Vorrei sottolineare che l’attività internazionale ha importanti riflessi anche all’interno. Io credo che, a livello di notariati comunitari, sarebbe opportuno tentare di avere maggiore influenza e capacità di incidere sulle scelte della imperante burocrazia centralista dove tutto si concentra e si decide.

 

FN Sulla base della vostra esperienza, in considerazione del tipo di lavoro che presumibilmente si dovrà svolgere nel prossimo triennio, qual è, secondo voi, l'identikit del consigliere nazionale ideale?

 

Mariconda Il consigliere nazionale più vicino a quello ideale deve avere qualità morali, buona conoscenza dei problemi di categoria, disponibilità ed apertura a comprendere le ragioni degli altri, attitudine al dialogo "politico"

 

Condò Secondo me, l'identikit è un po' diverso dal passato, perché in questo periodo il Consiglio Nazionale è cambiato molto. Sono emerse responsabilità direi quasi manageriali, soprattutto nel campo dell'informatica, tant'è che abbiamo costituito una società di servizi proprio in questa ottica.

L'identikit che vedo io è questo: una persona più giovane di noi (quanto meno di Roveda e me), che sia disposta a dare moltissimo, perché secondo me l'impegno è destinato ad aumentare. Il consigliere ideale, per conformazione mentale, non dovrebbe pensare di rappresentare la categoria solo politicamente e istituzionalmente; probabilmente dovrebbe essere esperto di informatica, telematica, etc. Vorrei ripetere ciò che ho già detto: vedremo se può uscire un messaggio di questo tipo dal Consiglio, il che forse è un po' opinabile; il sindacato, invece, che è l'unica forza di gruppo che esiste nel notariato, può sicuramente non solo comunicare l'identikit, ma anche promuovere, guidare, proporre candidature alle prossime elezioni.

 

Roveda Io uso una metafora per dire la stessa cosa: mi piacerebbe che il Consiglio futuro fosse una perfetta orchestra da camera, di quelle che suonano senza direttore, con un ottimo violino di spalla, dei primi violini, senza trombe e tromboni.

 

Piccoli Condivido l’idea di Roveda, nel senso che abbiamo bisogno di un CNN capace di lavorare con una straordinaria e concorde collegialità, perché le sfide che ci attendono sono complesse e delicate.

Condivido anche l’idea di Condò, nel senso che ci vogliono persone giovani, ma non giovani anagraficamente, giovani nella testa, duttili, disponibili anche a mettere in discussione se stesse. Non gente che ha le sue idee e non è disposta ad ascoltare gli altri, ma gente disposta al cambiamento (perché dovremo attraversare anni sicuramente delicatissimi), a confrontarsi con la base e a mettersi in discussione, accettando anche critiche (ognuno di noi ha difficoltà in questo senso); gente che abbia anche una certa sensibilità politica (nel senso positivo del termine, riuscendo a capire ciò che accade fuori).

 

FUOCHI D’ARTIFICIO

Se c’è stato, in questo Congresso, un colpo ad altissimo effetto, che abbiamo definito magistrale, esso è consistito nell’aver richiamato in una sola occasione, massimamente amplificata, l’attenzione del mondo politico, imprenditoriale, sindacale professionale e - non per ultimo - confessionale - sull’importanza, la funzione ed il ruolo del Notaio.

Se in questi ultimi anni la frangia più lungimirante del Notariato si era battuta per proiettare all’esterno l’immagine del notaio attivo, all’altezza dei tempi, ebbene è bastato questo lancio ad effetto, per segnare con una sola battuta, il punto di vantaggio.

E tutto questo, oltreché all’opera sottile e costante del Consiglio Nazionale del Notariato, del Comitato organizzatore, lo dobbiamo all’attuale Presidente, purissimo politico prestato al Notariato, intelligente imprenditore di situazioni e realtà.

Una cosa però vogliamo ricordare a chi ha a cuore le sorti del Notariato e cioè la esortazione di Massimo D’Alema, ad assumere un ruolo di forte responsabilità quale classe dirigente di questo Paese.

Non è più eludibile il problema relativo all’adeguamento dei nostri strumenti operativi alle aspettative dei cittadini, non fosse altro perché, mai come ora, si ha tutta la legittimazione a portare avanti questa istanza.

E poiché l’effetto immagine è andato a segno, si deve evitare che il suo naturale supporto, il NOTARIATO, rimanga sottodimensionato, rispetto ad essa e che quanto è dietro il sipario, ne costituisca solo un frazionamento irrisorio.

Con questo evento, si chiude, quindi, e splendidamente un lungo periodo di gestione del Consiglio Nazionale del Notariato, improntata alla politica pura ed alla valutazione, attenta ma rischiosa, di situazioni che con lo spirito del Notariato vero e proprio hanno pochissimo o punto a che vedere.

Ora dobbiamo tornare allo studio, alla ricerca, al cimento, al dibattito interno, denso, ma discreto, per fondare un Notariato moderno, consapevole del suo ruolo e responsabile.

Per questo non occorrono solo Congressi o Convegni, quanto piuttosto incontri stratificati a tutti i livelli soprattutto fra i giovani notai, dove l’interesse di partecipare e proporre sia primario rispetto a quello di mostrarsi.

Occorre risalire la corrente che ha travolto ogni entusiasmo in senso proprio, ristabilire la fiducia e per fare questo è necessario che, chi avrà l’onere di guidare il Notariato, sia prescelto tra persone dotate di quell’ascendente non necessariamente carismatico, ma semplicemente umano, frutto di esperienze di vita, più che accademiche e semiculturali e rechi dentro di sé quale germe invisibile ma fertile, quietamente riformatore, quell’equilibrio fra sensibilità e intelletto destinato a creare idee nuove e adepti convinti, più che sostenitori. E’ necessario che si ispiri ai principi classici della antica "paideia" e conosca l’umiltà del dialogo pacato e la considerazione delle idee altrui, senza abusare di fermezza.

E’ necessario, tanto per fare un esempio, che qualche volta, specie nei Congressi, entri dall’ingresso secondario e sieda tra noi, affinché gli intelligenti e sagaci avversari non si trasformino in inutili nemici e tutti vivano la professione e il Congresso con autentica passione, senza irridere o invidiare le lacrime del Presidente.

Carlo Fragomeni notaio in Frosinone

 

KANGAROO

Einige Betrachtungen als Versuch einer Erklaerung der Beziehung zwischen Kaengaruhs, Beethoven und internationalen Kongressen.

Nel corso della tavola rotonda di sabato 29 novembre 1997, durante il 36° Congresso Nazionale del Notariato, un andirivieni progressivamente crescente fece capire a tutti i presenti che subito fuori dalla sala erano disponibili cuffie per la traduzione simultanea: infatti alcuni relatori avrebbero parlato nella loro lingua madre, diversa dall’italiano. Coincidenza significativa, questa della traduzione simultanea ma che poi mi è sembrata contraddittoria perché il documento telematico costituiva l'argomento del dibattito e nessuno dei relatori dedicò una parola ai problemi delle traduzioni fra lingue diverse. Insomma, perché gli italiani comprendano un inglese si ritiene giustamente necessario l’intervento di un traduttore mentre invece nessuno si preoccupa di chiedersi se per un giurista sia essenziale capire - e dunque verificare, padroneggiare - un sistema dì comunicazione artificiale così complesso quale è l’informatica.

La coincidenza e la contraddizione mi hanno suggerito alcune divagazioni

Prima divagazione. L’ho già fatta avendo scritto in tedesco il sottotitolo (a proposito esso significa: alcune divagazioni per cercare di spiegare cosa collega canguri, Beethoven e congressi internazionali ). Desideravo evidenziare la stranezza di chi pretende di comunicare in una lingua non conosciuta dai destinatari del suo messaggio: eppure in Italia sono più numerose le persone che conoscono il tedesco di quelle che conoscono un linguaggio informatico.. Tutti avrebbero criticato l’organizzazione congressuale se le relazioni in lingua straniera non fossero stato tradotte in simultanea, ma nessuno si chiede se la transizione da linguaggi naturali verso linguaggi artificiali comporti almeno l'utilità di un ... sistema di traduzione.

Seconda divagazione. Un rapido modo di risanare i bilanci municipali sarebbe quello di sostituire la segnaletica stradale con avvisi che raccontassero, anche in lingua italiana, il disegno grafico dei cartelli. Al posto del cartello che impone il divieto di transito si potrebbe così porre il seguente:

AVVISO

Sappiano tutti i cittadini che da questo punto in avanti la fruibilità della porzione di territorio comunale - che pur appare strettamente dedicata alla circolazione di mezzi meccanici di ausilio alla locomozione e/o di trasporto di merci e/o persone - è regolamentata da una figura geometrica circolare, con bordo esterno di colore rosso e l'area interna di colore bianco. Ogni trasgressione sarà severamente punita a norma delle vigenti disposizioni di legge.

 

Tradurre i segni in linguaggio naturale renderebbe tutto molto più complicato e meno comprensibile.

Terza divagazione. Si esegua la seguente frase musicale di tre battute, ciascuna di tre movimenti, ognuno dei quali del valore di un quarto. Prima battuta: mi ( valore 1/8 ), re diesis ( valore 1/8 ). Seconda battuta: mi ( 1/8 ), re diesis ( 1/8 ), mi (1/8 ), si ( 1/8 ), re naturale ( 1/8) , do ( 1/8 ). Terza battuta, limitata al suo inizio: la ( 1/8 ). Pur scritta in modo innaturale e sommario, è la traduzione in lingua italiana della notazione musicale della sonata beethoveniana " Per Elisa".

Le parole hanno fornito prescrizioni univoche ed eseguibili musicalmente, eppure penso che a nessuno verrebbe in mente di sostituire la notazione musicale con il linguaggio naturale. E pochi confonderebbero l’esecuzione di "Per Elisa" con quella della canzonetta "Passion Flower", pur identiche nella partitura iniziale.

Quarta divagazione. Non potendo competere con Cittanova (Villeneuve) e Calzolari (Schumacher) alla guida di una formula 1, potrei provare ad emularli scrivendo queste righe con una penna marcata "Ferrari". Li emulerei oppure mi illuderei?

Quinta divagazione. Se il legislatore, invece di sancire l’equiparazione tra forma scritta e forma elettronica, avesse previsto l’equiparazione tra lingua italiana - alfabeto latino e lingua giapponese - alfabeto "Kana", sarebbero cambiate le opinioni manifestate al 36° Congresso del notariato?

Almeno nelle intenzioni, le divagazioni vorrebbero suggerire alcune domande ed invitare ad alcune riflessioni.

E’ indifferente il fatto che la prescrizione sia manifestata in linguaggio naturale oppure in un linguaggio diverso (sopra ho proposto esempi di prescrizioni espresse a mezzo della geometria e della notazione musicale)?

La transizione da un sistema linguistico ad un altro è senza problemi? I problemi che essa eventualmente pone sono gli stessi posti dalla traduzione fra linguaggi naturali? La transizione può implicare legami con la psicologia dell’apprendimento, e quindi consigliare di verificarli?

A me sembra che fra un linguaggio ed un altro - ed a maggior ragione fra un sistema linguistico ed un altro - ci siano differenze immediatamente apparenti ed altre più nascoste ma forse ancor più importanti: chi può garantire relatore ed ascoltatori che il traduttore riporti correttamente e fedelmente parole e pensiero originali? (ed in un congresso giuridico, un traduttore specializzato in chimica, andrebbe altrettanto bene di uno specializzato in diritto?)

Quello che non capisco - ma temo di essere io a sbagliare, e l’errore farebbe comodo anche a me - è il fatto che i giuristi trascurino certi problemi dell’automazione del diritto. Partendo dal Congresso di Roma e passando per Beethoven, mi sono ricordato che quando i primi marinai scesero sulla terra che oggi chiamiamo Australia incontrarono animali strani (infatti non li avevano mai visti): indicandoli agl’indigeni chiesero in inglese come si chiamassero. Gl’indigeni risposero nella loro lingua "Kangaroo". Tornati sulla nave, i marinai raccontarono meraviglie su questi nuovi animali chiamati "Kangaroo". Invece gl’indigeni sapevano di avere risposto: "Non ho capito", perché questo voleva dire Kangaroo nella loro lingua.

Quale sarà il futuro dell’automazione del diritto: "Kangaroo" oppure "Non ho capito"?

Spero che i lettori abbiano provato lo stesso divertimento col quale ho scritto. Qualcuno potrebbe invitarmi ad indicare una soluzione ai problemi che ho posto: riscriverei, magari aggiornandole, le relazioni al 1° ed al 2° Congresso Federnotai. Ipotizzai un cammino che non presumo sia definitivo, né mi illudo sulle sue difficoltà e durata: prima si inizierà a percorrerlo, prima arriverà la risposta. Non mi risultano altre risposte, diverse dal trascurare le domande. Questa è la mia risposta, fermo restando, è il timore di poco fa, che il mio potrebbe essere un errore radicale.

Con stima riconoscente e forte simpatia l’autore, Alessandro Marzocchi, dedica al collega notaio Angelo Gallizia ed alla memoria dell’ing. Enrico Maretti queste righe scritte sorridendo giovedì 4 dicembre 1997.

Alessandro Marzocchi notaio in Grosseto

 

LA DELUSIONE DI UN COMMISSARIO

 

 

Durante il 35° Congresso Nazionale di Stresa avevo avuto l'opportunità, per la prima volta, di partecipare ai lavori della Commissione Consiglio; al di là dei temi discussi e degli ordini del giorno prodotti, su cui non spetta a me dare un giudizio, avevo partecipato ad un dibattito sempre vivace e sostenuto, pur se concluso con un'Assemblea plenaria di chiusura non particolarmente brillante.

Memore delle sensazioni vissute solo quattordici mesi prima, avevo dato la mia disponibilità a ripetere l'esperienza durante il 36° Congresso, recentemente tenutosi a Roma, e sono stato nuovamente accontentato.

Nell’accingermi al compito che volontariamente avevo accettato, però, non avrei mai immaginato di partecipare ad un rituale vuoto di qualsiasi utilità, in un clima distratto e frettoloso, circondati come siamo stati da un'aria di generale disinteresse. Ci siamo trovati a discutere di problemi di categoria senza passione e senza entusiasmo, alle prese con ordini del giorno dettati più dall'ansia di produrre comunque qualcosa che dall'intima convinzione della loro utilità, defaticandoci in interminabili discussioni su dettagli trascurabili senza riuscire ad andare al nocciolo dei problemi.

Una discussione, insomma, fatta più per dovere che per piacere.

Il massimo del paradosso si è toccato con l’unico ordine del giorno che sia stato capace di destare delle passioni, cioè quello sul tema, sempre ricorrente negli ultimi trentasei congressi, della riforma dell'ordinamento. Un ordine del giorno così blando che più blando non si sarebbe potuto esprimerlo: senza neanche nominare la riforma dell'ordinamento, ancestrale tabù da esorcizzare per sempre, esprimeva solo l’auspicio che il Consiglio Nazionale, dopo oltre tre anni di oblio, riprendesse almeno ad esaminare i lavori che esso stesso e, su suo invito, Federnotai avevano prodotto, prima che ammuffissero definitivamente.

Tutto qui. Con la collaborazione di tutti, dopo scritture e riscritture, limature e colpi d’accetta, alla fine di estenuanti discussioni, il voto è stato licenziato per la stampa.

Ma, ad un tratto, ecco il colpo di scena: un consigliere nazionale, pieno ancora d'energie nonostante la lunga permanenza in via Flaminia, anzi rinvigorito da un tema così stimolante, prendeva la parola, evocava la tragicità del momento, i rischi della catastrofe incombente, l'estrema pericolosità del tema. E' stato così che, una volta messo ai voti, ciò che fino ad un momento prima era stato un ordine del giorno da tutti condiviso è diventato un fardello scomodo e ingombrante, ed è stato bocciato, sia pure di strettissima misura. Se ne riparlerà al 37° Congresso, nel 1999: per almeno due anni il Consiglio Nazionale non sarà importunato da questa seccatura.

Non è però su questo episodio, per quanto sconfortante, che intendo soffermarmi, quanto piuttosto sull'inutilità di perpetuare un meccanismo apparso definitivamente inceppato e che dev'essere sostituito senza indecisioni. Premetto di essere animato da rispetto e stima per i colleghi che hanno diviso con me questa infelice esperienza; le mie impressioni non riguardano quindi le persone, ma le circostanze in cui si sono svolti i lavori di un Congresso che, per altri versi, è stato eccezionale.

Il Congresso di quest'anno, infatti, innovando grandemente rispetto anche ad un recente passato, aveva un tema molto ambizioso e, per la prima volta, non dichiaratamente "scientifico", bensì "politico". Mai come quest'anno la tradizionale assise dei notai italiani era rivolta verso gli interlocutori esterni della categoria. Questa scelta finalmente coraggiosa e lungimirante del nostro Consiglio Nazionale è stata premiata sia da una presenza straordinaria di notai (pare che gli iscritti siano stati oltre 1.200, quasi un terzo in più del solito), sia da un interesse di politici, parlamentari, sindacalisti, membri dell'Autorità Antitrust, degli stessi organi di stampa che ha superato ogni più rosea aspettativa, dando ragione a quanti sostenevano da tempo che il Congresso dovesse essere dedicato a temi tali da catturare l'interesse dei media, lasciando un segno anche al di fuori dei propri angusti confini.

Al tempo stesso, uno straordinario programma di visite, escursioni e manifestazioni di contorno, tra le quali è stata all'ultimo momento annunciata la celebrazione della Messa domenicale nella Basilica di San Pietro ad opera di Sua Santità Papa Giovanni Paolo lI, non poteva non frastornare completamente qualsiasi congressista; anche quello che, per avventura, fosse giunto a Roma armato della migliori intenzioni di lavorare, ascoltare, discutere, arrabbiarsi finanche, se fosse stato necessario.

Quale sia stato il risultato di tutto questo sui lavori congressuali è presto detto. A parte i centoventi componenti delle quattro Commissioni congressuali (sessanta effettivi e altrettanti supplenti: ma il più delle volte c’era solo qualcuno degli uni o degli altri, e talvolta mancavano entrambi), qualche raro componente del Consiglio Nazionale o del Consiglio di Amministrazione della Cassa e qualche ancor più sparuto "peone" del notariato, ben pochi sono stati quelli che avessero voglia di discutere di qualsiasi cosa. Troppe le distrazioni, gli arrivi annunciati e poi smentiti (quello del ministro Bassanini, ad esempio, è diventato ad un certo punto un vero e proprio tormentone), le presentazioni di siti "internet" o della rete "intranet", gli incontri più o meno ristretti, le assemblee di associazioni, di commissioni (non congressuali), di società cooperative: una vera e propria orgia di riunioni che ha ben presto esaurito le forze di chiunque fosse venuto al Congresso con in mente qualcosa da proporre o da sostenere. Un collega autorevole mi raccontava addirittura che, al mattino del giovedì, avrebbe dovuto partecipare, in contemporanea, a ben tre riunioni: un vero e proprio ingorgo, che probabilmente è stato superato intervenendo a quella con meno partecipanti, nella quale mascherare la forzata assenza sarebbe risultato più difficile.

Tanta voglia di ascoltare (questo sì), di compiacersi (forse), di esserci (chissà), di constatare le novità in campo di programmi informatici per il notariato (certo), di dare un’occhiata alla Banca Dati Notarile o ai quesiti di preselezione (perché no). Ma di discutere pubblicamente nessuno aveva la minima voglia, anche se i quotidiani scrivevano di notai italiani riuniti a Congresso "per dibattere... per affrontare i temi più scottanti . . .".

Nulla di meno vero.

E così mi sono lasciato sfuggire l’occasione, difficilmente ripetibile, di fare come tanti altri colleghi più fortunati (o lungimiranti) di me: visitare (senza estenuanti code) la Galleria Borghese o la Cappella Sistina o le antiche dimore patrizie della nobiltà capitolina; e questo solo per partecipare ai lavori della Commissione Consiglio. Ecco perché, dopo Stresa e Roma, non ci sarà una terza volta, almeno per me; ed ecco perché mi sono deciso a parlarne pubblicamente.

"Regolamento nuovo, Congresso vecchio", titolava questo stesso giornale nel suo numero precedente; credo che, alla luce di quanto sì è visto a Roma, il titolo sarebbe da rivedere: "Congresso nuovo, regolamento vecchio (anche se apparentemente nuovo)".

 

Luciano Amato notaio in Milano

LE MIE . . . VISIONI

Durante le aspre controversie tra protestanti e cattolici del XVI secolo, i riformati rimproveravano agli avversari di credere nel purgatorio, che non figurava nelle scritture e che Lutero chiamava "terzo luogo".

Jacques Le Goff, uno dei maggiori studiosi di storia medioevale in un libro interessante dal titolo "La nascita del purgatorio" dimostra come il terzo luogo sia "nato" soltanto nella seconda metà del secolo XII e che si sia affermato soltanto nella seconda metà del secolo successivo (Giubileo del 1300 indetto da Bonifacio VIII).

Uno degli strumenti attraverso i quali si cercò di diffondere tra la gente l’idea dell’esistenza del purgatorio fu quello delle "visioni", genere letterario molto antico, nato nella cultura apocalittica giudaico-cristiana (l’apocalisse di Pietro e quella di Paolo).

Le "visioni" avevano un fine edificante: servivano a provare l’esistenza dell’al di là, ad ispirare nei vivi un timore sufficiente della morte che consentisse loro di riformare, in meglio, la vita.

Forse sotto la spinta emotiva nata da queste letture, anch’io ho avuto una visione: ciò ha confermato la tesi, sostenuta da alcuni, secondo cui sono un semplice e pericoloso visionario!

Ebbene ho visto la mia anima fuoriuscire dal corpo ed avviarsi, finalmente leggera, alla scoperta dell’al di là accompagnata dall’anima guida del direttore di FederNotizie.

Mi sono ritrovato in una valle immensa, con fiori, pietre preziose, alberi, oro, miele, latte, in una eterna primavera dal clima temperato dove gli eletti non hanno preoccupazioni, pensieri, peccati e malattie ma "la pace eterna".

Le anime emanavano una luce tanto intensa da offuscare la mia vista e sprigionavano un profumo dolce ed inebriante.

Mentre volavo felice con la mia anima guida che non mi perdeva d’occhio più per proteggere sé (temeva le mie domande impertinenti e le mie esternazioni) che me, intravidi un gruppo nutrito di anime che si dissetava presso una sorgente di acqua fresca e pura che sgorgava copiosa da un topazio di dimensioni straordinarie.

"Maestro - diss’io tutto tremante - chi son costoro?" Codeste sono le anime sante dei notai, che anche dopo la morte continuano a celebrare il loro congresso nazionale: ovviamente, aggiunse, quello riformato dalla commissione presieduta da Alberto Fornari che in Paradiso considerano un "dono della Provvidenza".

Come mai, diss’io non ancora appagato, bevono tanta acqua e con tanta avidità?

I notai, eternamente assetati di "informazione e partecipazione", mi rispose con voce affettuosa la mia guida, con questo rito che si rinnova ogni anno come il miracolo di San Gennaro, soddisfano la loro sete con l’acqua benedetta che sgorga copiosa dal cuore del loro roccioso presidente nazionale.

La mia guida, da buon padano, raccolse un po’ d’acqua in una splendida ampolla e, consegnandomela con le consuete istruzioni per l’uso disse: sorseggiata al mattino, a stomaco vuoto, quest’acqua oligo-minerale fa scendere il tasso di colesterolo nel sangue, coadiuva il trattamento della colite spastica e della stipsi, ringiovanisce l’epidermide rendendola fresca e vellutata, trasmette una sferzata di energia anche nelle anime un po’ debilitate.

Mentre le anime si dissetavano, si udiva nell’aria, una musica "purissima e levissima" che conciliava il sonno e facilitava l’effetto purificatore dell’acqua; la mia guida mi spiegò che quello splendido concerto di musiche già note era eseguito dalla "orchestra dei saggi". Non si udiva alcuna nota stonata, nessun accordo stridente, niente che potesse infastidire o preoccupare le anime disciplinatamente incamminatesi sui consueti binari dell’ovvio e del già detto.

Maestro, diss’io molto dubbioso, in questo luogo si verifica mai qualcosa che possa provocare uno scatto umorale degno del MAL?

GIAMMAI mi rispose pallida in volto ed un po’ risentita la mia guida: in questo mondo e in questo ambiente uno scatto umorale è peggio di una "cosa immorale". Mi spiegò che da quelle parti il congresso, anche se riformato, era "naturalmente" privo di imprevedibilità, di pathos, della possibilità di parteggiare spudoratamente per uno dei contendenti; nessuno faceva uso dell’ironia perché c’era "naturalmente" una distanza tra sé e gli avvenimenti e non c’era bisogno di scoprire che il gioco era molto meno serio di quanto si volesse far credere.

Mentre le anime saziavano la loro sete, gli angeli rivolgevano il loro inno al Signore: laudato sia il Signore per la superiore professionalità che ha voluto donare ai Notai! Udendo questo inno non potei fare a meno di pentirmi per aver pensato che professionalità significa "consapevole rinuncia alla sua esibizione".

Mentre volteggiavo felice nell’aria, la mia attenzione fu richiamata da alcune anime che in ogni angolo ed in ogni anfratto, trascorrevano molto tempo a scambiarsi effusioni, abbracci, strette di mano, occhiate ammiccanti di complicità in un contesto dove era tutto un assentire, condividere, avallare con smorfiosa civetteria e presuntuosa autocompiacenza.

"Che fanno e a chi appartengono queste anime gioconde" chiesi incredulo ed estasiato al mio maestro.

Codeste son le anime dei consiglieri nazionali che hanno il compito di raccogliere onori e riconoscimenti; hanno condotto una esistenza virtuosa ed irreprensibile impegnandosi a diffondere le loro supreme virtù in tutto il notariato latino. Immagina, disse con palese e malcelato orgoglio la mia guida, che alcuni di loro hanno fatto parte del Consiglio Permanente dell’U.I.N.L.

Mentre assistevo a questo celestiale spettacolo, non so perché, cominciai a canticchiare un vecchio motivetto di moda tra i legionari che a guerra ormai conclusa si recavano in Africa Orientale:

"quando la pugna diventa pugnetta // ogni gerarca a venire s’affretta // se spira il più lieve sospiro di vento // chiedono ed hanno medaglie d’argento // ma c’è qualcuno // è sempre il più stronzo // che pur si contenta di quella di bronzo".

Ad un certo punto del mio viaggio mi ritrovai in una grande piazza: era senza dubbio piazza Plebiscito di Napoli, chiamata così dopo l’unità d’Italia (precedentemente si chiamava semplicemente largo palazzo).

Sulla facciata del palazzo reale non c’erano più le grandi statue di marmo che re Umberto I volle collocare in ricordo e onore dei sovrani più gloriosi della città, ma nientemeno che le loro anime. Con gioia ed emozione vidi le anime di Ruggiero il normanno, Federico II di Svevia, Carlo I D’Angiò, Alfonso I D’Aragona, Carlo V, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat e Vittorio Emanuele II.

Vedendo che anch’io partecipavo indegnamente al congresso, le anime di questi illustri personaggi si "animarono" in un acceso dibattito (rivisitazione di un vecchio aneddoto napoletano ndr.): Carlo V indicando me, chiedeva imperioso: chi l’ha fatto venire qui? Carlo III, allargando le braccia borbottava: io non ne so niente. La colpa è di Gioacchino! Murat portandosi la mano destra sul cuore diceva: giuro, non sono stato io. Il Savoia, impugnando e sollevando la sciabola, guardandomi fisso negli occhi con aria di rimprovero e sfida gridava: se ti piglio, ti taglio o’ pesce!

Interveniva il Presidente che venendomi paternamente incontro diceva: non farò quello che suggerisce il RE; quelle cose lui le fa a Torino, dove ha la maggioranza, ma ca’ a’ Napoli comando io, o’ President.

Quanto a te, venendo qui, hai approfittato del fatto che per me, tutti i notai, sono piezze e core! Adesso però basta!

Devi rientrare nel tuo corpo e devi tornare sulla terra e vivere tra i notai: se ti sforzerai di osservare "almeno a parole" dirittura e semplicità, avrai dopo la morte un posto tra quegli spiriti gioiosi che hai veduto. Mi consegnò il codice deontologico con una serie di "divine norme interpretative", chiamò a sé un drappello di angeli (Piccoli-Miccoli-Gennaro e Vincenzo) due arcangeli (Guido e Gianfranco) e ordinò loro di riaccompagnarmi sulla terra.

Sulla via del ritorno, con la mia consueta sfrontatezza, per chiarirmi completamente le idee, chiesi ai miei celestiali accompagnatori, se fosse possibile dare una furtiva occhiata all’inferno. Il mio maestro impallidì per tanto ardire ma gli angeli furono molto gentili e comprensivi (noblesse oblige!).

Vidi allora, sprofondato nelle viscere della terra un fiume di fuoco sul quale erano ammassate circa 5000 anime come api presso l’alveare; gridavano, gemevano mentre il presidente dell’antitrust le tormentava con il fuoco della "concorrenza" nel quale venivano spinte ad una ad una, alcune fino alla cintola, altre fino alle ascelle, altre ancora fino al mento.

Una creatura "MALvagia" parlava loro di mancato rispetto della deontologia, dei giudizi terreni ai quali erano stati sottoposti senza alcun risultato, di partecipazione a cui si erano sottratti. Distribuiva loro i "FIOR DEL MAL" ricordando loro che erano stati "poveri di interessi e privi di voglia di partecipazione". Altre anime prave si dimenavano in un mare di lava incandescente che fuoriusciva da una enorme bocca in eruzione. Mentre le anime gemevano e gridavano su di un maxischermo venivano proiettate ininterrottamente le immagini dei congressi nazionali ante riforma con gli interventi dei presidenti e delle autorità. Satana in persona interrogava le anime chiedendo loro di ripetere a memoria le cose interessantissime udite; in qualche caso veniva richiesta l’indicazione esatta delle gite organizzate. Ad ogni risposta errata la temperatura della lava aumentava di 1000 gradi.

Mi spiegarono che quelle erano le anime dei notai che in vita si erano rifiutati di partecipare ai congressi e che, attraverso quel castigo perpetuo, espiavano la loro colpa.

Mi ritrassi spaventato da quell’orrendo spettacolo anche se ero consapevole che la paura, almeno normalmente, nasconde attrazione ed eccitazione; per l’ultima volta guardai il volto celestiale dei miei angeli custodi, Piccoli, Miccoli, Gennaro e Vincenzo, dei cherubini Guido e Gianfranco, del mio spirito guida (che restò in paradiso) e contemplai avidamente il fascino e la bellezza del paradiso.

Fu allora che mi parve di vedere un gruppo meno numeroso di anime che celebrava un rito che a me, limitato mortale, pareva non dissimile da quello celebrato dalle altre. La domanda che "sorgeva spontanea" mi resto’ in gola. La mia anima guida, burbera e scura in volto, mi bloccò dicendo: torna sulla terra e più non dimandare! Capii che non era il caso di insistere!

Ritornai dunque nel mio corpo ed alle occupazioni terrene sforzandomi di moderare il mio carattere come "affettuosamente" mi era stato consigliato: non ritrovavo però la mia serenità.

L’interpretazione della visione secondo i consueti canoni ermeneutici non mi appagava; d’altro canto le categorie morali del bene e del male non mi erano mai state congeniali.

Tutto si chiarì improvvisamente dopo aver letto la coraggiosa lettera aperta indirizzata al C.N.N. da Luigi Augusto Miserocchi e, sull’ultimo numero di FederNotizie, le scontate riflessioni di Gennaro Mariconda sulla congiuntura delle libere professioni, la "SUMMA DEONTOLOGIAE" di Gianfranco Re e la "prima epistola" sulla santità (son santi coloro "che dedicano la loro vita agli altri, sottraendo tempo alla cura della propria famiglia e allo svago") indirizzata al mio direttore da Simona Rubino Massaretto, il cui cuore grondava stupore e indignazione.

La collega da sempre tanto devota ai santi non trascurava di segnalare il pericolo del carcere ai "fanti"!

Compresi finalmente che dietro la mia "visione" si celava la consapevolezza che solo nell’al di là (visto che nell’al di qua non se ne parla!) potrà avvenire all’interno del notariato, una trasparente selezione: da un lato coloro che legittimamente si ispirano a certe idee ed a certi valori dall’altro coloro che, altrettanto legittimamente, si ispirano a valori ed ideali alternativi. Questa chiarificazione resta, in questo mondo, un miraggio, anche se, a mio parere, la trasparenza delle posizioni potrebbe servire a rianimare il confronto e a ridurre la pigrizia intellettuale, la sonnolenza deontologica, l’opportunismo civile, la diffusa tendenza ad abdicare alla facoltà di pensare con la propria testa, la prevalenza della retorica sul pensiero, il bigottismo, la religione dello stereotipo del luogo comune, il lasciarsi trascinare dalle correnti.

Molto più facile e comodo, sulla terra, continuare a recitare questa incredibile, eterna, anche se divina COMMEDIA!  

Benedetto Elia notaio in Milano

 

VERSO IL TERZO CONGRESSO DI FEDERNOTAI

Chi ha avuto la ventura di assistere, durante il congresso del Notariato, all’intervento del Vice Presidente della Confindustria avrà capito (se non lo sapeva, già) dove si trova il principale arsenale antinotarile e antiprofessionale. Ai presenti è toccato ascoltare una lezione dal mondo dell’impresa su come tutelare l’interesse della collettività. "Preferisco dire consumatori invece che cittadini", tuonava l’oratore, appassionatamente come se volesse offrire il proprio corpo per salvare l’ex cittadino da quel branco di pescecani.

Ma sarà poi vero che al consumatore conviene essere consumatore ? Le definitive dimissioni di costui dal rango di cittadino sono la questione che separa l’area imprenditoriale dall’area professionale. Che è una zona grigia, un’anomalia, un corpo estraneo. Da assimilare e ridurre a uniformità, da accogliere a pieno titolo nel campo dei servizi d’impresa.

Eppure il principale rischio di distruzione del mercato è un rischio endogeno, è la pervasività della logica del profitto che - per sopravvivere ella stessa - ha bisogno di zone di riserva, nelle quali i criteri utilitaristici nell’offerta della prestazione ricevano un temperamento. Il notariato, per una serie di sue caratteristiche si iscrive tra queste zone di riserva ed è necessario alla comunità che sia così. Lo ha rammentato efficacemente l’intelligentissimo Ciro Caccavale nella sua relazione congressuale, "Le funzioni notarili nella logica del mercato". Relazione dotta, arguta, serrata nelle argomentazioni. Ma anche lei con un difetto, comune ad altre difese dall’interno dell’istituzione notarile : dipingere un mondo per come non è, idealizzare eccessivamente i moventi e la realtà dei comportamenti della categoria, tacere che il vento mercantilista ha già soffiato e soffia sul notariato e ha già prodotto una modificazione del paesaggio. Che può piacere o meno ma è già lì. E che comunque non sempre è così più terribile di quello che un certo furore mistico da taleban, non esente talora da manifestazioni patologiche, vorrebbe disegnare.

Il mercato non è il demonio né un totem. Per svolgere la sua funzione, e soprattutto per vederla riconosciuta, il notariato deve rinunciare alle posizioni che costituiscono una sterile difesa corporativa. Per far valere il punto di vista che la logica e gli strumenti del mercato non sempre valgono, bisogna riconoscere, invece, quando è che valgono. Non ha senso tirarsi sdegnosamente fuori dalla storia: la relazione antitrust- pur malata a sua volta di una visione del mondo eccessivamente imprenditoriale- contiene spunti che il notariato non può non accogliere. Anzi, deve servirsene come spunto per la crescita. Occorre riconoscere ciò che di sano c’è nel mercato.

Per questa ragione il congresso di Federnotai, a giugno, sarà sulla concorrenza. Vista all’esterno e all’interno della categoria, secondo una prospettiva di ampio respiro, con l’aspirazione di rivendicare i valori del notariato ma anche di assecondare un’auspicabile mutamento culturale, con la ferma volontà di non fare dell’occasione un palco per chi risolve la questione della concorrenza nelle lamentele sul notaio recapitista.

La concorrenza va vista come diritto del notaio di esprimere pienamente nel lavoro la sua personalità ma anche ( e specialmente) come dovere verso la collettività degli utenti/cittadini ( e nei limiti in cui un ampliamento della concorrenza accresce effettivamente la qualità della prestazione).

Risposta negativa deve scaturire da riflessioni nuove ed aggiornate.

La concorrenza, nell’ordinamento notarile, è un oggetto misterioso. Che esista una concorrenza lecita lo si deduce a contrario dal fatto che ne esiste, espressamente, una illecita. Tale è considerata dalla legge del 1913 quella che si svolge con "riduzione degli onorari". Con il 1936 diviene vietato farsi pubblicità : in un certo senso, rispetto al pensiero dell’epoca, tale divieto era già implicito nello stesso art. 147, nella parte in cui si impone al notaio "decoro", ciò che tutti ritenevano sarebbe stato leso reclamizzando il proprio prodotto ( che del resto nessuno avrebbe mai chiamato tale). Dall’ordinamento risulta anche che una forma di concorrenza sleale è quella di aggirare la disciplina dei recapiti. Come si vede, la regolamentazione negativa sulla concorrenza era chiaramente mossa da due fini : la tutela della corporazione, attraverso un’equanime distribuzione del reddito (che forme spregiudicate di concorrenza avrebbero messo a repentaglio) e una questione di bon ton. D’interesse del pubblico a beneficiare della concorrenza non c’è traccia : la sanzione riguarda gli onorari troppo bassi e non quelli troppo alti, la concorrenza sleale è quella attuata con riduzione di onorari e non quella attuata con riduzione di costi, benchè, in linea generale, la seconda sia quella che danneggia gli utenti del servizio. E soprattutto non c’è nemmeno una nota dedicata a ciò che è lecito. La lacuna riappare nel codice deontologico dei giorni nostri : ed è ancora più impressionante, sia perchè l’esperienza di ottant’anni avrebbe pur dovuto insegnare qualcosa in merito, sia perchè, per sua etimologia, il codice deontologico dovrebbe per prima cosa riguardare ciò che deve essere piuttosto che ciò che non deve essere.

La mancanza di una regolamentazione della concorrenza lecita determina almeno quattro perniciose conseguenze :

Una concorrenza viene pur svolta ma è illecita e occulta. Se al notaio non è possibile imprimere apertamente accelerazioni su alcuni profili che lo renderebbero validamente competitivo (specializzazione, tariffario ragionato, pubblicità di una felice e rapida organizzazione dei servizi, ecc.) ne risultano avvantaggiati coloro che possono occultamente offrire convenienze moralmente discutibili (remunerazioni di intermediari, riduzione sistematica di onorari). La diffusione di concorrenza illecita e occulta è inversamente proporzionale alla quantità e alla qualità di concorrenza ammessa.

La differenziazione, agli occhi degli utenti, fra coloro che esercitano il servizio notarile è direttamente proporzionale alla possibilità di questi ultimi di palesarsi come non fungibili, attraverso forme lecite di concorrenza. Non si possono congiungere un’alta considerazione del lavoro svolto da una persona e la convinzione che quello stesso lavoro venga svolto da tutti coloro che vi si cimentano in maniera indifferenziata.

La carenza di forme lecite e palesabili di concorrenza ( è evidente che l’impossibilità di palesazione- che non necessariamente coincide con la pubblicità ma che comunque non deve essere intesa con la confidenza amichevole ad un interlocutore delle caratteristiche del servizio offerto - rende alquanto inefficace qualsiasi forma di concorrenza) e il diritto a una limitazione territoriale della concorrenza hanno impigrito molti notai, li hanno disincentivati all’aggiornamento, sia sul piano della preparazione che dell’efficienza.

La convinzione che i notai non abbiano la possibilità tra loro di farsi lecitamente concorrenza, se non abbassando i prezzi, si è trasferita sull’intera categoria, identificata come negazione dei principi di concorrenza. Nell’opinione pubblica trova ancora credito la natura ereditaria della qualifica notarile, la composizione di casta e si pensa che tutta la categoria voglia sottrarsi alla concorrenza, rifiutando corporativamente di confrontarsi con altre categorie che provino ad offrire gli stessi servizi.

Una riflessione su quest’ultimo punto è doverosa. I notai possono avere il nervo scoperto su alcuni attacchi perchè consapevoli della legittimità degli stessi. Ma coloro che propongono, non di eliminare alcune funzioni ( come ad esempio chi ritiene che l’autentica sulle vendite di autoveicoli sia un inutile appesantimento) ma di redistribuirle a vantaggio di altre cerchie di professionisti, sostengono una tesi obiettivamente assurda. Forse che qualcuno ha mai pensato di estendere ai notai il lavoro che fanno gli avvocati o quello che fanno i commercialisti ? Come è inutile puntualizzare tra noi, alcuni atti negoziali sono stati ritenuti meritevoli di copertura notarile, ma il lavoro del notaio è sempre lo stesso, anche se comprende una categoria più estesa di atti.

La levità con cui si propone la "collettivizzazione" della funzione notarile discende anche da una imperfetta conoscenza della stessa. Tale considerazione dimostra che non bisogna essere troppo timorosi di rendere pubbliche le discussioni sul futuro del notariato. Troppo spesso siamo condizionati da ciò che riteniamo inopportuno far filtrare all’esterno. Credo che oggi sia maggiore il pericolo che all’esterno non filtri nulla e ciò susciti più disinformazione che sacralità e lasci circolare l’impressione di una categoria chiusa a riccio nel suo ambiente. La categoria deve avere il coraggio di far sentire la propria voce sui progetti di riforma prima che li formulino, e in maniera definitiva, altri.

Pregiudizialmente ad ogni discorso sulla concorrenza, si deve capire se è giusto accogliere l’idea che i notai possano concorrere tra loro e se tale competizione debba avvenire in forme profondamente diverse da quelle attuali. Credo che se la risposta fosse negativa il Congresso si attesterebbe su posizioni di retroguardia le quali, oltre ad essere indifendibili e prive di prospettiva per il futuro, creerebbero una spaventosa discrasia tra quanto si cerca di accreditare all’esterno e quella che è effettivamente la realtà del mestiere notarile, lasciando quest’ultimo alla mercè dei colleghi che la concorrenza la praticano nelle forme poco ortodosse che conosciamo.

Il congresso sull’argomento deve essere vissuto come un momento essenziale non solo per elaborare linee di riforma dell’ordinamento ma anche per salvare la professione da coloro che, dall’interno, la stanno minando, nei suoi fondamenti e nella sua spicciola quotidianità.

Non pare che l’attitudine del notariato a perseguire interessi pubblici precluda un discorso sulla concorrenza lecita. Si dice che il notaio non può agire solo in base al profitto. Ma forse che diversamente può fare il medico o l’avvocato? La tesi della magistratura privata, anche se accolta, non deve condurre a un distacco dal troncone professionale del notariato. Anche perché su quella sponda, scampato il pericolo di essere appaiati ai professionisti e alla normativa antitrust che li minaccia, si profila il pericolo di una parificazione ai magistrati, con tanto di inquadramento da stipendiati, rispetto alla quale la pur brillante considerazione che il notaio deve essere terzo anche rispetto allo stato sembra corazza troppo esile, se indossata da sola. Se poi si ribatte che lo Stato deve incentivare le mansioni notarili sottraendolo al meno allettante stipendio da burocrate, oltre a dare per scontato il reiterarsi di una scelta politica, si ricade nella stessa logica di mercato che si intendeva aggirare.

Mi pare che un primo abbozzo di tesi ( anzi, per ora solo ipotesi) congressuali possa essere il seguente:

Se lo specifico notarile si realizza nella compenetrazione delle figure di pubblico ufficiale e libero professionista, non si possono eliminare alcuni caratteri che sono indissolubili dallo svolgimento di un’attività professionale: tra questi rientra la concorrenza.

La funzione pubblica deve circoscrivere gli aspetti su cui esercitare la concorrenza, nel senso che una serie di attività debbono essere svolte sempre e non affidate alla libera discrezionalità del notaio. Già oggi un notaio non potrebbe fondare la sua competitività sul fatto che registra gli atti, poiché tutti i notai sono tenuti a farlo. Si tratta di alzare il numero degli adempimenti obbligatori per tutti in certi tempi ( mi viene da pensare a un termine minimo, serio, per la trascrizione) in maniera che la scelta tra l’uno e l’altro notaio non si traduca mai nella scelta tra una prestazione buona e una scadente, inadeguata al raggiungimento degli obiettivi che si vogliono raggiungere con la stipula.

al di fuori di questo minimum, che comunque deve essere considerevolmente più alto di quello attuale, i notai devono essere in condizione di competere liberamente e pubblicamente, ma il loro "noviziato" può consentire di meditare criticamente sulle esperienze delle altre categorie e di evitare ogni degenerazione esageratamente mercantilistica.

il notaio non è solo un professionista e non è solo un organizzatore di servizi: il suo specifico, che si situa altrove, va ribadito e rafforzato. Ma i due aspetti indicati non vanno ignorati. I notai non possono subire il ricatto che li condanna all’ipocrisia per non essere spazzati via dalla normativa antitrust. I notai non debbono avere paura di parlare di profitti e debbono abbandonare il linguaggio con il quale si presentano, in maniera che comincia a suonare irritante, come pronti al nobile sacrificio di....guadagnare bene.

quando non si trovano rimedi efficaci e reiterabili per stroncare le forme di concorrenza sleale bisogna compiere un salto: regolamentare la forma di concorrenza sin lì vietata. In altre parole ( e per partire dall’esempio più brutale): o si trova un modo per stroncare le provvigioni ai procacciatori d’affari oppure queste vanno in qualche modo rese lecite e in qualche forma disciplinate.

La disciplina della concorrenza va vista dall’angolazione dell’utente dei servizi. Ciò che beneficia gli utenti deve orientare la disciplina della concorrenza.

Come ogni buona disciplina della concorrenza esige, bisogna disincentivare la formazione di monopoli.

Ma il Congresso dovrà anche cimentarsi con i grandi tabù del notariato: la condivisione delle funzioni con altre categorie, la competenza nazionale, l’abolizione del numero chiuso. Credo sia ora che il notariato raccolga la sfida su questi argomenti e che Federnotai accetti di non considerare i loro contrari come dogmi inattaccabili, ma vi si misuri con la mente sgombra da pregiudizi e riesca a produrre l’elaborazione notarile più approfondita sinora raggiunta ( compito che non dovrebbe risultare sovrumano, stante che gli organi nazionali vi si sono sempre allontanati per timore di restare fulminati da una scossa elettrica).

Naturalmente, come insegna Wittgenstein, su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere. Se il notariato non saprà offrire soluzioni convincenti non sarà il caso di lasciare in piedi solo la pars destruens. Ma davvero il notariato non possiede le risorse per ri-creare se stesso?   Remo Bassetti notaio in Torino

Segretario della Giunta Federnotai

 

COSE NOSTRE

Dopo 45 anni di attività professionale ho deciso di cessare dall'esercizio delle funzioni, a mia domanda.

Prima di chiudere mi si consenta di formulare alcune brevi considerazioni su questioni notarili.

- LA VIGENTE LEGGE NOTARILE non è da buttare.

Quando sono entrato in professione, nel 1952, come ogni novizio saccente ritenevo che la nostra legge notarile fosse tutta sbagliata, fosse tutta da rifare, per dirla alla Bartali. Oggi sono invece convinto che ce la dobbiamo tenere cara, che è piena di intuizioni geniali che, spesso, non abbiamo né compreso, né sfruttato e che ci sono da fare solamente poche piccole modifiche formali (aggiornare duemila lire di reddito annuo per sede notarile, eliminare la menzione della rinuncia ai testimoni, togliere la nota spese sull'originale e poche altre cosette del genere).

Solo qualche esempio della genialità della nostra legislazione: la elezione di un terzo dei membri dei Consigli notarili per anno per evitare le rivoluzioni che osserviamo negli organi direttivi delle altre professioni; la cauzione notarile, unico strumento esistente per bloccare un elemento scorretto e, per la Cassa, l'istituto della integrazione ed il principio della mutualità.

Quindi occorrono, a mio giudizio, solamente alcune leggine di adeguamento ma non occorre nessuna riforma che, tra l'altro, i nostri parlamenti non sarebbero attualmente in grado di compiere.

- INDENNITA' DI CESSAZIONE - Sono del parere che ogni notaio che va in pensione dovrebbe ricorrere per anticostituzionalità avverso la tassazione della indennità di cessazione. L'art. 16 lettera e) della Legge Irpef (DPR 22/12/86, n°917) che stabilisce la tassazione separata è anticostituzionale perché la indennità di cessazione dalle funzioni notarili non è un reddito, ma è un capitale accumulato dal notariato e che viene restituito al notariato; trattasi di denaro dei notai, pertanto già "ivato", che viene depositato alla Cassa dai notai ed ai notai, a suo tempo, col principio mutualistico, restituito. Quindi non può essere tassato. Situazione analoga si è già verificata per gli statali ed infatti la Corte costituzionale, con sentenza n. 178 del 7 Luglio 1986, ha dichiarato non soggetta a tributo la liquidazione degli statali per la parte che rappresenta la somma corrispondente ai contributi posti a carico del dipendente.

Il procedimento giudiziario per il notariato è già in corso, instaurato dagli eredi del compianto collega genovese Carlo Emiliano Verde; io stesso sto iniziando la procedura per ottenere la dichiarazione di incostituzionalità, sempre con il patrocinio dello stesso avvocato che vinse per gli statali nell'86. Entro il corrente anno dovrebbe essere deciso, speriamo, il rinvio alla Corte Costituzionale. Ma tale ricorso deve essere generalizzato e la Cassa dovrebbe inviare ad ogni notaio che va in pensione la formula del ricorso stesso e le istruzioni relative, indicare la competenza territoriale e, stante l'interesse generale, soprattutto deliberare di assumersi la spesa della difesa.

Diciamoci francamente che se si fosse iniziato a ricorrere dal Luglio 1986, data della citata sentenza della Corte Costituzionale, oggi il problema non esisterebbe più e la Cassa probabilmente, potrebbe versare ai pensionati l'intera indennità senza deduzioni.

- TRATTAMENTO DI QUIESCENZA - Naturalmente le pensioni sono da aumentare. Già sette anni or sono calcolavo che, essendo nel 1952 la tassa fissa di registro di Lire 200.= e la pensione mensile di circa Lire 30.000.= oggi, essendo la tassa fissa di registro di Lire 250.000.= la pensione dovrebbe essere di Lire 37.500.000.= mensili. Non capisco perché, se aumentano le tasse, non debbano aumentare nella stessa proporzione anche le pensioni. A suo tempo mi dettero quasi tutti ragione.

Ma mi rendo conto che per ottenere un tale risultato, occorre pregiudizialmente aumentare la tariffa notarile, inspiegabilmente ferma da oltre dieci anni e che, seguendo anche solo l'indice ISTAT, dovrebbe essere almeno raddoppiata. Peraltro, attualmente, in questo momento politico in cui, demagogicamente, si bada solo all'importo della pensione e non all'importo dei versamenti, l'unica possibilità immediata di fare qualche aumento, oltre quello sull'indice costo vita ISTAT, è di modificare nuovamente l'art. 18 del Regolamento della Cassa riportando le annate, oltre le dieci, "fino ad un massimo di altri trentacinque anni" come era prima; almeno si aumenterebbe automaticamente a chi ha più di quaranta anni di esercizio professionale. E, in ogni caso, per favorire anche gli altri, ogni cinque o dieci anni rifare il telamolino.

- PENSIONE DI RIVERSIBILITA' - Mi rendo conto che è un argomento sgradevole, ma occorre riconoscere che le pensioni di reversibilità ci costano troppo. Spendiamo di più per le pensioni di reversibilità che per le pensioni dirette. Infatti abbiamo 850 notai in pensione e 1300 vedove. Occorre prendere atto delle tabelle di mortalità attuali e di quelle previste fra dieci anni dalle quali risulta che le femmine sopravvivono mediamente di oltre dodici anni ai maschi e provvedere in conformità.

Occorre pertanto modificare l'art. 20 del Regolamento approssimativamente in questo senso:

a) al coniuge superstite il 65% della pensione diretta;

b) con un figlio 80% - con due figli 90%

con tre o più figli 100%

Anche senza fare riduzioni alle pensioni di reversibilità attualmente esistenti (le aventi diritto non gradirebbero e si opporrebbero) in pochi anni, con la solita apposita norma transitoria, l'operazione può andare a regime.

Occorre inoltre modificare il comma 1 dell'art. 11 del Regolamento della Cassa per evitare che qualche notaio pensionato, magari novantenne, di stato libero ed arteriosclerotico, si sposi con una ventenne che la Cassa si troverà sul gobbo per i successivi settanta anni!

E, a proposito. Lo so che a pensar male si fa peccato. Però ritengo utile che la Cassa richieda ai Consigli Notarili competenti per territorio, per non scomodare gli aventi diritto, un certificato di esistenza in vita di tutte le vedove (e i vedovi se ce ne sono) di Notaio prima di erogare i vitalizi del prossimo Dicembre. Con tutte le deleghe che ci sono non si sa mai!

- MUTUI - La Cassa dovrebbe iniziare subito, con il sistema proposto sei anni fa dalla apposita Commissione, ad accordarsi con una banca, a tassi stracciati, per concedere un contributo sui mutui per acquisto studio e casa; il costo della operazione è ampiamente sostenibile e in dieci anni, se i mutui saranno decennali, andrà a regime. Dopo dieci anni, cioè, alla Cassa costerà molto poco pagare un contributo a fondo perduto sugli interessi poniamo del 4% sui mutui stipulati dai notai. Tenuto anche conto che, dopo mezza generazione, tutti avranno ottenuto il loro mutuo e ci saranno da fare solo i mutui per i notai di nuova nomina.

Diciamoci francamente che se si fosse iniziata la operazione mutui contemporaneamente alla separazione Consiglio/Cassa, oggi saremmo alla metà dell'opra.

- COPERTURA ASSICURATIVA - Occorre solamente un atto volitivo da parte dei due Consigli di Amministrazione per addivenire alle due assicurazioni sanità e responsabilità professionale.

La Cassa lo ha avuto e a Gennaio partirà la assicurazione sanitaria. Il Consiglio Nazionale, per la polizza responsabilità civile professionale, trova nel suo interno numerose resistenze per diverse ragioni.

- Il notariato è nella grande maggioranza d'accordo che questi rischi siano coperti dalla comunità rifacendosi al principio della mutualità che è così sentito da tutti.

Sappiamo che il Presidente della Cassa Nazionale del Notariato, approvata finalmente dai Ministeri la apposita modifica statutaria, sta per firmare, o ha già firmato, con il premio a carico esclusivo della Cassa, la polizza per il rimborso delle spese sanitarie che prevede la copertura sia del notaio in attività che in pensione, nonché del coniuge e dei figli; un esercito di quindicimila persone!

Sappiamo altresì, lo so perché la presiedevo io, che la Commissione polizze ha presentato al Consiglio Nazionale del Notariato la polizza per la copertura della responsabilità professionale del notaio che copre i rischi fino a dieci anni dopo la cancellazione dal ruolo nonché la bozza del bando d'asta internazionale.

Si spera che il CNN non trovi proibitivo il costo del premio di questa polizza. Eventualmente si metta d'accordo con la Cassa per la copertura della spesa. Ai notai non interessa chi paga il premio assicurativo; ai notai interessa avere la polizza unitaria che è una comune difesa.

Mentre faccio voti che le due polizze entrino in vigore al più presto, debbo dire che per la soluzione definitiva del problema assicurativo notarile prevedo la necessità, come è stato fatto altrove, della costituzione di un apposito Ente, Commissione o altro, costituito istituzionalmente dai due nostri organismi che provvederanno ad eleggere l'organismo dirigente, in modo da evitare una responsabilità diretta, politica o patrimoniale, da parte di Cassa e Consiglio.

Occorre, in sostanza, creare una Commissione Polizze del Notariato o un Ente Polizze notarili, o chiamatelo come volete, con carattere istituzionale composta di tre membri: un Consigliere del Consiglio per le ragioni deontologiche, un Consigliere della Cassa perché finanzierà l'intera operazione (il bilancio della Cassa lo consente, il bilancio del CNN non lo consentirà mai senza forzature) ed un Presidente estraneo ai due Organismi Istituzionali che però lo nominano.

La Commissione Polizze del Notariato deve avere carattere istituzionale, firmare le polizze, scegliere e trattare con le Compagnie assicuratrici, pubblicare i bandi, dire quando il notaio è responsabile e quando no, creare una giurisprudenza, gestire insomma l'intero sistema a tempo pieno, mentre i due Organismi (Cassa e Consiglio) non dovrebbero essere coinvolti dalla esistenza di un sistema assicurativo del notariato che può avere vicende alterne.

- CONSIGLIERI - del Consiglio e della Cassa - Dovrebbero, a mio giudizio, lavorare a tempo pieno - come oltralpe, se non vogliamo condannarci all'immobilismo. E, possibilmente, non esercitare la funzione notarile nel periodo in cui sono in carica - pur conservando la anzianità di servizio.

Anche se devono avere personalità e caratteristiche umane diverse a seconda dei due enti cui vengono elettivamente preposti, occorre procedere alla parificazione degli emolumenti dei Consiglieri dei due Organismi istituzionali. In caso contrario avremo Consiglieri di serie A e Consiglieri di serie B.

Lasciatemi aggiungere che i rapporti Consiglio/Cassa non sono ancora quali dovrebbero essere. La Commissione paritetica dovrebbe sedere in permanenza per un po’ di anni per risolvere i mille problemi che si presentano giornalmente e per eliminare lo spirito di vecchietti stizzosi che si è annidato per le scale del palazzo, forse perché la statua al piano terra è senza testa.

Per dir l'ultima, pensate che il Collegio dei revisori dei conti, sono tre notai, nella relazione al bilancio consuntivo 1996, in relazione ad un credito del 1992, contestato sull'an debeatur fra Cassa e Consiglio e di non semplice soluzione giuridica, istiga il Consiglio Nazionale del Notariato a trascinare in Tribunale la Cassa Nazionale del Notariato per venire a capo della controversia. Potete figurarvi quale immagine presenterebbe di sé il notariato italiano quando ai giornali arrivasse un messaggio Ansa che Cassa dei notai e Consiglio nazionale dei notai stanno fra di loro litigando in una aula di tribunale, l'un contro l'altro armati, e per una questione di soldi.

- COMPAGNIA ASSICURATIVA - Occorre acquistarne una o, meglio, acquistare il pacchetto di maggioranza di una compagnia assicurativa, lasciando il pacchetto di minoranza ad un'altra compagnia che la gestisca con il suo personale. Deve essere considerato come un qualsiasi investimento della Cassa che dia un normale reddito. Potrà essere utile in avvenire, anzi lo sarà certamente e fra cinque anni vi spiegherò il perché. La spesa è tranquillamente sostenibile dalla Cassa; va considerato un normale investimento mobiliare.

- FATTORIE - Già che siamo in tema di investimenti, lasciatemi spendere ancora una parola a favore dell'acquisto da parte della Cassa di tre grandi fattorie, una al nord, una al centro ed una al sud. Se ne era già scritto sulle nostre riviste 15 o 20 anni or sono, ma l'idea è rimasta lettera morta.

La cosa è utile e conveniente per più ragioni.

E' un investimento un po’ diverso dal solito; abbiamo sempre investito in fabbricati o in beni mobiliari.

Può essere utile persino disporre di prodotti agricoli di alta qualità da offrire ai colleghi a prezzi ragionevoli; la clientela non ci mancherà con la vendita diretta.

Può essere utile per qualche famiglia di pensionati che voglia preferire la vita agricola e, contemporaneamente, rendersi utile per la conduzione dell'impresa.

Anche questo deve partire come un normale investimento della Cassa. La spesa è minima. E poi da cosa nascerà cosa.

- BILANCIO CASSA - Dovrebbe risultare nel bilancio della Cassa Nazionale del Notariato anche, in cifre ed in percentuale e con i suoi bravi soliti grafici e ben messo in evidenza affinché tutti ne rilevino la interessante comparazione:

A) Importo totale spesa previdenza - Importo totale spesa assistenza - Importo totale spesa gestione Cassa.

B) Importo totale pensioni dirette - Importo totale pensioni indirette.

- COMUNICAZIONI agli associati della Cassa - Sugli argomenti della Cassa la Categoria è assolutamente ignorante. Va bene la fiducia nel Consiglio di Amministrazione e nella Assemblea dei delegati, ma qualcosa sarebbe utile che i notai conoscessero. Il malcontento di alcuni è generalmente dovuto alla ignoranza della legislazione e dei problemi della Cassa.

La Assemblea dei delegati, importantissima realizzazione, che dovrebbe fare da trait-d'union con la base, non ha ancora cominciato, sotto questo profilo, a dare frutti.

- CAUZIONE NOTARILE - E' una istituzione notevolissima, non conosciuta dalla categoria ed alcuni vorrebbero abolirla solo perché è di un importo ridicolo.

Sequestrare una cauzione da 15.000. lire o da 20.000.000. comporta lo stesso risultato: che il notaio si trova sospeso dalla funzione. Si tratta dell'unico strumento legislativo esistente per fermare un elemento pericoloso, e un paio di volte è effettivamente servita. Occorre salvare l'istituto della cauzione, anzi portarla a 20.000.000. per costituire il fondo rischi non assicurabili ed il fondo pensioni integrative. La nuova norma disporrà per l'avvenire, quindi i 20.000.000., che sono una cifra di gran lunga inferiore alle Lire 15.000. del 1913, verranno versati dai notai di nuova nomina e non allo Stato, per carità, ma ad un apposito Fondo, pur rimanendo un credito dei singoli. Dopo una sola generazione, fra versamenti e reddito prodotto, i notai si troveranno un fondo di cento miliardi molto utile quale fondo rischi non assicurabili, quale fondo pensioni integrative e per eventuali nuove necessità della categoria.

Diciamoci francamente che se si fosse iniziato la operazione cauzione qualche anno fa, oggi avremmo un fondo di diverse diecine di miliardi.

- CONTRIBUTO MATERNITA' - E' una voce che toglierei dal Bilancio della Cassa e terrei come conto separato. Poiché tanto esce e, diviso per il numero dei notai in esercizio, tanto entra, penso sia inutile sommarlo al bilancio della Cassa. Perché mi sono sentito dire da un collega incompetente, che la Cassa ci guadagna sopra.

- NOTAI A RIPOSO - Le loro energie devono essere sfruttate, se lo desiderano. Hanno tempo libero, hanno esperienza della funzione notarile e delle cose del notariato. Perché non conferire a loro certi incarichi che portano via tanto tempo ai Colleghi in esercizio e che possono, peraltro, eseguire altrettanto bene?

Per esempio, i notai in pensione potrebbero fare gli Amministratori delle Società del notariato senza incorrere nei problemi di incompatibilità di cui all'art. 2 L.N. e potrebbero fare i sindaci e i dirigenti di qualche nostro organismo.

- TARIFFA - La tariffa degli onorari, dei diritti, delle indennità e dei compensi spettanti ai notai italiani è ferma dal 1° Luglio 1987. Non mi sembra regolare. Le Commissioni all'uopo nominate hanno lavorato, si fa per dire, per anni e non si è ancora visto nulla anche perché sono imbrigliate, chissà perché, da un mandato ristrettissimo. Eppure la nostra tariffa è la più bassa del mondo; anche se venisse raddoppiata resterebbe la più bassa del mondo. Il sistema contrattuale di diritto latino, come è ben noto persino in estremo oriente, è molto meno costoso del sistema del common law e, nell'ambito dei paesi di diritto latino, la nostra tariffa rimane la più bassa. Non vorrei che qualche politico da strapazzo dicesse che la tariffa notarile viene artatamente tenuta così bassa per favorire la evasione fiscale. Mi è infatti già capitato di sentirmi dire che la parcella notarile di una normale compravendita immobiliare, essendo così bassa la tariffa ufficiale, può sottoesporre anche mezzo milione rimanendo sempre nella legittimità tariffaria. So bene che nessun notaio lo ha mai fatto, ma per evitare di far pensar male, sarà bene provvedere al più presto possibile all'aggiornamento della nostra tariffa ed a rimetterci così nell'ordine e nella legalità.

- Se compariamo le nostre con le tariffe degli avvocati rileviamo che un preliminare relativo ad un bene del valore di un miliardo fatto da un Notaio costa 4 o 5 milioni; se fatto da un avvocato costa anche 50.000.000.=; nessun membro di Commissione tariffe mi ha mai spiegato il perché.

- L'onorario di repertorio deve comprendere l'onorario di rogito più i compensi per tutte le formalità obbligatorie. Quindi l'onorario di repertorio di vendita immobiliare deve comprendere l'onorario di rogito, e tutti i diritti, onorari, compensi ed indennità relativi alla trascrizione, alla registrazione (compreso il deposito somme, gli accessi, i rischi, ecc.) ed alla voltura catastale. Si faccia coraggio il Consiglio e accetti questo principio. Anche questo sarebbe uno strumento per combattere la illecita concorrenza. Rimarranno a parte, se compiute, le funzioni professionali relative alle visure, ricorsi, maggiorazioni per atti complessi, ecc.

- Nella parte della tariffa che riguarderà le attività della libera professione, separata da quella della pubblica funzione, occorre non dimenticarsi la voce "pareri professionali" orali e scritti, le consulenze civili e tributarie anche telefoniche, nonché tutte le altre attività che hanno fino ad oggi mancato di comparire nella tariffa professionale creando problemi ad ognuno di noi; tutte voci che potrebbero essere facilmente mutuate dalla tariffa degli avvocati.

- Le scritture private autenticate si legittimano solamente nel caso di urgenza. Ma la urgenza ha un suo costo. Pertanto l'onorario di repertorio delle scritture private autenticate dovrebbe essere raddoppiato rispetto all'onorario di repertorio di un atto pubblico. Pensate un po’ alle conseguenze. A tutte le conseguenze.

Si tenga presente che la tariffa notarile incide profondamente sull'importo delle pensioni. Quindi il Consiglio, ritardando l'aggiornamento delle tariffe, incide sull'importo delle pensioni ben più gravemente di quanto possa fare la Cassa che non può aumentare l'importo della sua previdenza se la aliquota tariffaria di sua competenza non aumenta. Quindi abbiamo la stranezza che l'importo delle pensioni che dovrebbe essere di pertinenza esclusiva della Cassa, subisce il comportamento elusivo sulla tariffa del Consiglio, e la Cassa si trova nella impossibilità di deliberare aumenti per mancanza di entrate. Questo problema dovrà essere risolto perché sta creando una situazione illogica e non basta per farlo la commissione paritetica.

- RELAZIONI PUBBLICHE - Ci piaccia o no, dal praticante notaio Honoré de Balzac in poi, i notai non hanno una buona stampa.

Siamo, in genere, in ottimi rapporti con il Palazzo, con i pubblici poteri, con la Pubblica Amministrazione, con Comuni, Provincie e Regioni, con le Istituzioni in genere. Ma non andiamo bene con la pubblica opinione che non capisce assolutamente la nostra funzione e non si rende conto che se non ci fosse il notaio spenderebbe il doppio o il triplo per esempio per comprarsi casa, ed avrebbe molti più rischi.

Tutti gli sforzi che potranno essere fatti per migliorare questa situazione saranno benedetti.

Inoltre, più lo Stato ci impone nuove funzioni, più il pubblico se la prende con noi.

Penso che le armi per superare un costume così sgradevole siano la televisione e la stampa.

A Genova funziona il Comitato regionale per i servizi radiotelevisivi. Noi ci siamo buttati da anni, come Consiglio notarile, e, trimestralmente, ci presentiamo alla radio ed alle televisioni pubbliche e private ove, quasi gratuitamente, parliamo, con tono assolutamente familiare, persino in dialetto, di argomenti di interesse generale quali: la prima casa, la successione legittima, il testamento, il testatore senza figli, ecc.

Penso che una campagna del genere, fatta su tutto il territorio nazionale, attraverso i Co.Re.Rat. regionali, potrebbe portare vantaggio alla collettività e buon nome al notariato che gestisce le registrazioni. Io mi ci sono anche divertito, anche se non è facile trovare i colleghi, e le colleghe, disponibili ed è certo difficile attivare, in molte regioni italiane, i Corerat sonnolenti.

La stampa. Ai fini delle relazioni pubbliche non serve molto scrivere sui giornali economici o sulla stampa di categoria. Meglio scrivere su giornali più popolari, sui settimanali popolari, sulle riviste femminili, tenere rubriche con tanto di foto dell'articolista che si crea, così, un proprio pubblico.

E poi, ancora, perché non entriamo nel mondo dei media acquistando qualche giornale o qualche televisione? E' un investimento mobiliare come un altro, per la Cassa, può essere redditizio nei due sensi e può portare lontano.

Bene ha fatto il CNN a lanciare una politica informatica a tutto campo. Quando, nel 1984, mi dilettavo a scrivere di futurologia del notariato, mi ero fermato alle visure ipotecarie fatte dallo studio ed ai dati immobiliari ridotti a Comune, foglio, mappale, subalterno. Tutto si è avverato e prima del previsto. Ma non potevo pensare ad internet, ad intranet ed alle comunicazioni anche via etere che il CNN ci sta organizzando. Deve formarsi una rete fra il centro ed ogni studio notarile e fra tutti gli studi fra di loro anche con linguaggio criptato per la sicurezza delle informazioni. E la nostra professione deve pubblicamente risultare la più avanzata nel mondo delle comunicazioni. E dobbiamo farlo sapere. E nei concorsi si devono fare domande su questi argomenti. Quindi avanti, anche se dovrete acquistare un nuovo windows ogni due anni; tanto si scarica nelle spese!

Sollecito pertanto il CNN a proseguire sulla strada intrapresa solo ricordando che Bill Gates non è solo un genio informatico, ma anche un genio finanziario. Ed infatti a Dicembre dovremo caricare Memphis (windows 98).

- ATTO AUTENTICO - Provate a chiedere, a freddo, ad un certo numero di notai meridionali se, a loro avviso, l'atto autentico di cui alla legislazione europea, si riferisce all'atto pubblico od alla scrittura privata autenticata. La maggioranza vi risponderà che per atto autentico si intende l'atto pubblico solamente. Se rifate la stessa domanda ad un pari numero di notai settentrionali, la maggioranza vi risponderà che è atto autentico nel significato europeo sia l'atto pubblico che la scrittura privata autenticata. I notai meridionali sentono maggiormente l'influsso del notariato latino, mentre i notai settentrionali subiscono il presunto fascino del sistema anglosassone poiché nella scrittura privata si procede con maggior rapidità e, conseguentemente, con più facili guadagni oltre che, naturalmente, con minore responsabilità. Le conclusioni ve le tirate voi.

- CONGRESSI - La funzione dei congressi nazionali dovrà essere, io credo, rimeditata. Non so quanto costino e non so quanto rendano al notariato. Molti voti dei congressi non sono mai stati attuati; in compenso sono state fatte molte cose mai votate dai congressi. Se i congressi devono fare da trait-d'union fra la base ed il Consiglio Nazionale, non mi pare che lo scopo sia stato raggiunto.

Se devono servire per le relazioni pubbliche non vedo risultati.

La Cassa nazionale del notariato non so perché partecipi ai congressi quando ha l'Assemblea dei delegati dove ognuno può portare, almeno due volte l'anno, di persona se è un delegato o comunque tramite un delegato, la sua voce. La Commissione Cassa dei congressi, inoltre, non è stata certo, almeno ultimamente, il massimo.

Ai congressi internazionali è bene invece partecipare attivamente perché, a seguito di scelte felici, siamo sempre stati in grado di mandare dei colleghi di grande valore e che hanno fatto ben figurare il notariato italiano. Ricordo solamente Umberto Caprara che, in Olanda, presiedendo, ha parlato, e a braccio, in quasi tutte le lingue dell'Unione ed Umberto Morello che, a Berlino, nella Commissione Scientifica, si è dimostrato il maestro di color che sanno.

- AGGIO dallo Stato per l'incasso dell'imposta di registro. Ci è proprio dovuto. Non so perché i nostri due organismi, entrambi, non abbiamo mai avuto il coraggio di chiederlo.

Occorre lottare per il diritto. I Servizi riscossione tributi delle varie banche, le esattorie in genere, si fanno pagare dallo Stato. Perché noi, che siamo degli esattori con tutti i relativi oneri e che rispondiamo personalmente e patrimonialmente, non ci facciamo pagare, magari, tanto per cominciare, a favore della Cassa? Cosa siamo di meno delle banche e delle esattorie in genere? Perché il nostro lavoro ed i nostri rischi non devono essere retribuiti? Cosa dice al riguardo la Costituzione?

Oppure potremmo chiedere il ripristino del provvedimento 24 Agosto 1614 del Duca di Savoia Carlo Emanuele II° il quale, in considerazione che siamo uno dei sostegni dell'erario, stabilì che i notai fossero esenti da tributi personali.

Se, con queste considerazioni su una ventina di argomenti, sui quali, naturalmente, si può sempre tornare più diffusamente, tanto il tempo ora non mi manca, sarò riuscito a gettare qualche sasso nello stagno, avrò raggiunto lo scopo che mi ero proposto.

Genova, 5 settembre 1997 Luigi Antonmaria Ciampi

 

Finestra sul cortile

di Franco Cavallone

Quando (tanto, troppo tempo fa) i famosi autori, impresari e produttori teatrali Pietro Garinei e Sandro Giovannini acquistarono i diritti per l’Italia del musical americano You’re a Good Man, Charlie Brown!, ispirato ai fumetti di Charles M. Schulz, andarono alla ricerca del traduttore abituale di Peanuts e si stupirono alquanto di trovarlo annidato in uno studio notarile. Feci loro notare, nel corso di un breve e divertente carteggio, che la cosa non doveva far troppa meraviglia ai creatori di personaggi ben altrimenti eccentrici di notai nelle loro commedie musicali La Padrona di Raggio di Luna e Un Mandarino per Teo.

Un volume edito non molto tempo fa da Gremese, Tutto "G & G" 2 (c’era già stato un primo Tutto "G & G") raccoglie, con altri, i copioni di quei due fortunati lavori e offre a notai e non notai l’occasione di fare o, per i meno giovani, rifare la conoscenza di quei nostri simpatici, ancorché stravaganti colleghi.

Non mi illudo certo che l’evento editoriale summenzionato riesca a contendere presso il gran pubblico dei lettori, addetti ai lavori o profani che siano, il primato di popolarità detenuto dal quotidiano economico Il Sole - 24 Ore e dalla quasi quotidiana produzione libraria di Enzo Biagi. Tanto è vero che perfino lo stesso volume in questione si fregia di una introduzione dell’indefesso e celebrato giornalista, due paginette scarse farcite al solito di aneddoti risaputi e rassicuranti ovvietà. Quanto al foglio color paglierino, non si vuole in alcun modo contestarne la gloriosa tradizione (al fondatore di 24 Ore sono stato legato da devozione filiale e posso vantare l’amicizia di un successivo direttore e di numerosi redattori), nè l’indispensabile contributo giornaliero di conoscenza e di correlativo turbamento che esso offre alla nostra categoria. Piuttosto, mi piace riferire qui, anche se non c’entra niente, che Romano Levi, mitico distillatore di grappe sopraffine in Neive (CN) è perentorio assertore della assoluta superiorità delle pagine di quel giornale sopra ogni altro tipo di carta per avvolgervi le sue preziose bottiglie adorne di poetiche etichette manoscritte.

Ben consapevole, quindi, che il tomo di cui sopra non è entrato nelle classifiche dei bestseller, nè, tranne qualche poco significativa eccezione, nelle case e negli studi dei notai italiani, mi risolverò, da modesto ma coscienzioso cronista del folklore notarile, a darne qualche conto in questo spazio che, con generosità probabilmente eccessiva, seguita ad essermi concesso. Della effettiva necessità di ciò è lecito, ben inteso, dubitare.

La Padrona di Raggio di Luna, andato in scena nel 1955, si impernia sui casi di una giornalista, Claudia Gallinari, in arte Clara di Valmaura, titolare su un quotidiano milanese del pomeriggio di una rubrica del genere "posta del cuore". Il notaio di turno si chiama Enrico Alsani e viene, in una nota preliminare, descritto così: "E’ un uomo un po’ all’antica che vive soprattutto in provincia e ben raramente scende in città per affari. E’ un gentiluomo nel vero senso della parola e non sa dire di no, soprattutto a Clara, della quale è ancora segretamente innamorato nonostante siano passati molti anni da quando la conobbe all’università. Veste elegantemente, ma molto seriamente e un po’ fuori moda."

Come si vede, ahimè, non sono evitati i consueti logori trivia sull’immagine del notaio: "all’antica", "un po’ fuori moda", per fortuna anche "gentiluomo". Ma qual era la moda appropriata per un notaio nel 1955? Non certo quella odierna del giaccone al posto del cappotto, né quella di ieri, felicemente tramontata, del pantalone a zampa di elefante. Se ricordo bene, imperavano già da qualche anno i blue jeans, adottati plebiscitariamente da artisti e studenti, ma prudentemente negletti, almeno in ufficio, dai professionisti. Consoliamoci rilevando che questo personaggio suppostamente grigio era in realtà interpretato, nella produzione originale, dall’impareggiabile, brillantissimo e in ogni caso elegantissimo Ernesto Calindri, tuttora gagliardo protagonista sulle nostre scene.

Il notaio Alsani, orbene, prendendo fin troppo sul serio i doveri impostigli a norma dell’art. 623 del Codice Civile, si reca di persona a Milano dall’Italia centro-meridionale (non è ben chiaro dove operi, se a Roma o in Abruzzo, per cui, più che un problema di recapiti, si sospetta qualche diverso pasticcio territoriale) per comunicare a Claudia che ha ereditato per testamento da un amante dimenticato nientemeno che la proprietà del contratto di un importante calciatore. Si tratta di un "oriundo", ma non proveniente dall’America del Sud, come si è sempre usato nel calcio nostrano, da Raimondo Orsi a Omar Sivori, bensì dagli Stati Uniti. Fatto questo estremamente incongruo, data la notoria mancanza di una seria tradizione calcistica in quella nazione, tanto più all’epoca in cui la vicenda si svolge. La scelta fu probabilmente suggerita dalla disponibilità di un attore-cantante americano di origine italiana, Robert Alda (attivo e rinomato sia a Broadway che a Hollywood) e dalla volontà di inserire nella trama un precorso intrigo gangsteristico ambientato nella Chicago del proibizionismo. L’oriundo, comunque, è una mezzala sinistra, si chiama Tony Mangelli, detto Raggio di Luna per via di una ciocca bianca di capelli e appare un temibile troglodita incline alla dissolutezza.

Per farla breve, il distinto notaio viene coinvolto in un complicato e compromettente intreccio, specialmente quando l’azione si sposta nella villa di lui in Abruzzo, dove convengono, con la giornalista e con pittoreschi personaggi del mondo del calcio, anche una procace soubrette e un intero complesso di ballerine di rivista. E tosto il nostro collega si trova al centro di un numero musicale intitolato Notaio’s Cha- Cha, dove si immagina che egli stesso, ricevuta la inopinata visita del famoso bandleader Xavier Cugat (all’epoca, in effetti, ben spesso presente nel nostro Paese), sia stato da questi richiesto di una inconsueta prestazione professionale:

"E sotto il mio segreto notarile

depositava musiche e parole

di certa sua invenzione musicale

denominata mambo del cha-cha

(omissis)

Io notaio in Roma e in Aquila

con un rogito certifico

che si tratta dell’autentico

vero mambo del cha-cha".

Ecco qui evidenziata senza mezzi termini una seria, preoccupante confusione di ordine distrettuale: quale sarà mai la vera sede del notaio? Può darsi che la temerariamente enunciata ubiquità sia una innocua vanteria, o una licenza poetica indotta da esigenze di metrica (tutta una sequenza di versi termina con parole sdrucciole). E quegli "affari" per i quali il notaio scende, pur raramente, in città non rientreranno nella previsione di incompatibilità di cui all’art. 2 L.N.? Non c’è dubbio che una indagine conoscitiva da parte dei due Consigli notarili competenti sarà apparsa nell’occasione non solo opportuna, ma addirittura doverosa. Su questo argomento, purtroppo, il nostro volume, che si configura come una semplice raccolta di testi teatrali, non aggiunge alcunché.

Fatto sta che, mentre il notaio Alsani volteggia allegramente fra le ballerine, sopraggiunge un tale onorevole e/o assessore Migoretti a portargli, non si capisce in nome di quale autorità, "la nomina a capo della nostra missione al congresso notarile di Losanna". Ma l’ambiente, le circostanze e tutta una serie di imbarazzanti agnizioni ed equivoci, di cui è impossibile riferire qui, indispongono non poco l’uomo politico e paiono compromettere le possibilità di Alsani di brillare sulla scena internazionale del Notariato Latino, riunito a congresso nella vicina Confederazione (o, a scelta, sulle rive del Lemano).

Ma poi, grazie ad altri più favorevoli sviluppi narrativi, ad altre più propizie agnizioni e comunque in ossequio alle leggi inesorabili del teatro di intrattenimento, tutto si aggiusta e il notaio si ritrova ad animare, con la soubrette e il coro delle ballerine e dei boys, un nuovo numero musicale, anche questo deliziosamente demenziale:

"E lei notaio vuol forse imparare

il bughi-vughi o il bajon?

Preferisco il cha-cha dei miei tempi

il cha cha cha cha cha charleston

(omissis)

forza su notaio provi a fare il vughi-vughi

lasci i protocolli

lasci i codicilli

getti ai quattro venti

bolli, codici e sigilli

lasci che le spieghi

presto su si sbrighi

e il vughi-vughi ballerà".

Ma il notaio, ostinato, insisterà a prodursi nel charleston della sua gioventù. E il lieto fine, anche sul piano sentimentale, è d’obbligo, salvo un estremo colpo di scena costituito, guarda caso, dall’annuncio di una nuova, altrettanto scomoda eredità. Ma ormai cala il sipario fra gli applausi di rito.

In Un Mandarino per Teo, rappresentato per la prima volta nel 1960 e oggetto di un successivo revival televisivo, la figura del notaio è assai più marginale. Il personaggio si chiama Lucio Feri ed è descritto come un essere "elegante, raffinato, gaudente", nel quale tutto "deve esprimere joie de vivre e bonomia", mentre "solo qualche piccolo particolare deve far intuire sotto la sua piacevolezza qualcosa di più" (meno male, grazie). In teatro era interpretato da Alberto Bonucci, squisito caratterista troppo presto scomparso e, nella versione televisiva, dal più sanguigno Arnoldo Foà.

Protagonista del lavoro è Teo Brosci, giovane esuberante che fa di mestiere la comparsa cinematografica e compito del notaio Feri, anche qui, è recargli, su un set di Cinecittà, la notizia di un’altra eredità testamentaria. Un ricco cinese a lui del tutto sconosciuto (il mandarino del titolo) gli ha lasciato un miliardo di lire e la cosa, in sé inspiegabile, va fatta risalire a una antica leggenda anch’essa praticamente inspiegabile, quanto meno in questa sede. L’incontro fra i due avviene sotto il segno di un plausibile, soddisfacente scambio tecnico-notarile. Lo squattrinato Teo, quando il Feri si qualifica porgendo il suo biglietto da visita, pensa subito a una cambiale scaduta e l’altro replica, icastico: "Non vado in giro a fare protesti".

In seguito il notaio diventa una specie di accompagnatore fisso di Teo e con lui frequenta locali notturni, nei quali si esibisce con apprezzata perizia di danzatore e assiste a spettacoli di spogliarello. Inutile scandalizzarsi, offendersi o lagnarsi. Prendere o lasciare: se uno vuol fare il notaio in una commedia musicale, bisogna che si adatti a sgambettare come tutti gli altri, anche se il contesto gli appaia estraneo. Sarebbero mal tollerati quadri senza canzoncine e senza balletti che lo vedessero impegnato nel suo studio a indagare la volontà delle parti, a dettare atti di cessione di ramo d’azienda o a firmare pigne di dichiarazioni antimafia. Questo notaio, poi, è dichiaratamente gaudente e frivolo di suo, veniamo a sapere che possiede un panfilo e che si dispone a soggiornarvi con una bionda dal volto angelico ("Non si vive di solo panfilo"). Per cui, poco dopo la metà dello spettacolo, si allontana e si perde completamente di vista, mentre la storia di Teo va avanti per i fatti suoi, fatti di nessun interesse notarile.

A conclusione di queste rapide e disordinate notazioni, con tutto l’affetto e l’ammirazione che sono dovuti a G & G per mezzo secolo di prodigiosa attività all’insegna di una entusiastica letizia (Sandro Giovannini è morto nel 1977, ma la ditta validamente sopravvive), possiamo dirci vagamente delusi? Non che ci si risenta per essere raffigurati come poco serie macchiette. Non si può, l’abbiamo già detto, pretendere di partecipare a uno spettacolo di teatro leggero in veste di paludati tutori del rigore morale e della scienza giuridica che contraddistinguono (o almeno dovrebbero) la figura del notaio nell’esercizio delle sue attività istituzionali. Anche noi sappiamo divertirci, ma non vorremmo essere rappresentati sempre come quelli delle eredità e dei testamenti, come gentiluomini un po’ fuori moda, come bacchettoni le cui inaudite occasionali trasgressioni provocano divertito scandalo. Il notaio Feri di Un Mandarino per Teo arriva perfino, a un certo punto, a intonare, sia pure per scherzo, l’efferato "porto il mantello a ruota e fo il notaio". A quando un moderno musical finanziario con cori e balletti di manager, segretarie e azionisti e con un notaio intento a governare facinorose assemblee di società quotate, a disegnare arditi progetti di fusione e di scissione, emissioni di obbligazioni con warrant, offerte pubbliche di acquisto . . .  Franco Cavallone

VIRTU’ E VIZI DELLE MAILING LIST

"Ecco il pivello!". Sogghignano di certo le vecchie volpi di Internet quando sulle liste di discussione (o mailing lists) notarili appaiono messaggi che fanno in qualche modo trasparire l'inesperienza del mittente.

Per qualunque goffaggine tecnica vige in verità la massima tolleranza, e per due ottimi motivi. In primo luogo perché nessuno (ma proprio nessuno) può permettersi di scagliare la prima pietra. Neppure Enrico Maccarone, che ha fondato e coordina il tutto con passione e competenza straordinarie. Una o due paperette le ha prese persino lui. In secondo luogo perché difficilmente può succedere qualcosa di grave: accade che qualche messaggio arrivi un po' pasticciato nei ritorni a capo, che le lettere accentate siano illeggibili, oppure che si sbagli indirizzo. Poco male, e comunque nulla che possa neppur lontanamente paragonarsi alle quotidiane arrabbiature provocate da fax evocativi della migliore nebbia in Val Padana.

Talora capita però di leggere dispacci del tipo: "Si richiede di conoscere se sussista reciprocità in materia immobiliare tra l'Italia ed il Batusoland. Con osservanza, Romolo Romani notaro in Roma".

Mentre Arrigo Roveda scende, per tutt'altri motivi, sul sentiero di guerra, le vecchie volpi della Rete più che sogghignare si innervosiscono, e non a torto.

Messaggi simili tradiscono, infatti, un fraintendimento grave della funzione del mezzo, se non, addirittura, scarso rispetto per i colleghi. Ma andiamo con ordine.

Una lista è un meccanismo estremamente semplice. Qualunque notaro che possiede un computer, un modem ed un abbonamento Internet può inviare un messaggio. Basta avviare il programma, scrivere il testo, digitare nell'apposita casellina l'indirizzo che identifica la lista (ad esempio: sigillo@infsun.infcom.it) e premere il pulsante "Invia". All'altro capo del collegamento non c'è una persona, ma un computer nella cui memoria è stato inserito l'elenco dei notai aderenti. A ciascuno di essi la macchina fa automaticamente pervenire, nel giro di qualche minuto, una copia del messaggio. Tutto qui. Neppure con l'imminente transizione alla Intranet cambierà alcunché: le comunicazioni, anziché nel mare magnum di Internet, avranno luogo all'interno di una sorta di piscina inaccessibile agli estranei, ma il meccanismo resterà assolutamente invariato, e si adopereranno persino gli stessi programmi.

Come si vede non vi è nulla di fantascientifico: si tratta di una banale applicazione della posta elettronica, sistema che, contrariamente a quanto talvolta si legge, non ha proprio nulla di moderno, giacché è sostanzialmente invariato da circa un ventennio. Tecnologia "antica" quindi, almeno per i tempi dell'informatica, ed anche molto "povera": trasmettere testi è infatti infinitamente più economico che trasmettere suoni od immagini (in questa seconda categoria rientra il fax).

Per renderci conto della "economicità" della posta elettronica, possiamo fare mente locale al contenuto di un compact disc.

Nella versione musicale contiene circa un'ora e un quarto di musica (leggenda vuole che tale formato sia stato scelto avendo in mente la sublime esecuzione della Nona di Beethoven del 22 marzo 1942, con Wilhelm Furtwängler sul podio dei Berliner, che infatti ci sta di giustezza).

Lo stesso supporto può contenere con ampio margine tutte le leggi d'Italia, con note richiami e rinvii, od una dozzina di repertori di giurisprudenza. Il che vuol dire che trasmettere via rete tutte le leggi d'Italia in un sol colpo equivale, in termini di tempo e potenza di collegamento richiesta (e dunque di costi) a trasmettere un'ora di suono, sia

pure d'ottima qualità. Un discorso analogo potrebbe farsi anche per il fax. E' chiaro quindi che l'inoltro di una o due paginette via Internet, foss'anche a mille destinatari, ha costi ridicoli: il costo della telefonata urbana e l'abbonamento annuale ad Internet. Ben diverso sarebbe, in termini di tempo e di costi l’inoltro di mille fax.

Torniamo a noi. Il messaggio, partito dalla scrivania di un notaro, approderà ai monitor di mille colleghi sparsi per l'Italia. Un ottimo strumento per discutere un po' di tutto, per confrontare (su scala nazionale) prassi ed opinioni, ed anche per accettare qualche piccola sfida intellettuale. Nei giorni in cui scrivo (principio di dicembre) si sta esaurendo un appassionato dibattito intorno al patto commissorio, ed una sola cosa è risultata finora chiarissima: i confini esatti di questa figura, che ci sembrava familiare, sfuggono ai migliori sforzi di tutti i partecipanti.

Si tratta, dunque, di un rapporto da collega a collega, in una discussione paritaria, nella quale non contano fama o prestigio ma solo la qualità di ciò che si scrive.

Perché mai Romolo Romani ricorre dunque ad una prosa degna di un'istanza "a Codesto Superiore Ministero"? Inesperienza? Forse. Ma è anche molto probabile che Romolo Romani, in vita sua, non abbia mai toccato altra tastiera che quella del pianoforte della zia, e si rivolga alla lista, tramite qualche volenteroso che maneggia il computer per lui. Ma facendo così tradisce sul piano umano e culturale la funzione che il sistema consentirebbe di sviluppare. Nessuno tra noi, salvo casi d'emergenza, manderebbe, infatti, un impiegato ad una riunione di colleghi con l'incarico di alzarsi, porre il quesito che interessa, prendere nota delle risposte, ringraziare ed andarsene. Francamente non vedo motivi per ammetterne l'equivalente telematico. Se mi attendo che gli altri ragionino sul mio problema, è buona creanza che anch'io a mia volta ragioni sui loro: in Rete ci sono colleghi, non subalterni.

Spero che nessuno si senta offeso. E se anche così fosse, questa sarebbe tutt'altro che una novità per il mondo di Internet: in Rete i permalosi abbondano, almeno all'apparenza. In realtà le cose stanno un po' diversamente. Inoltrare un messaggio, come s'è visto, è cosa assai facile e rapida: un gesto che con l'abitudine diviene progressivamente sempre più spontaneo e meno sorvegliato, direi addirittura più prossimo all'oralità che alla scrittura tradizionale. Ma dal punto di vista del destinatario le cose cambiano: il messaggio che si materializza sullo schermo di centinaia o migliaia di persone, memorizzato e stampabile, ha l'impatto di un articolo su una rivista. Una frase del tipo "Forse non hai colto il senso della sentenza della Cassazione", che passerebbe inosservata in una riunione, diviene un affronto da lavare col sangue: si innescano furiose polemiche che gli americani chiamano flames. Salvo poi incontrare l'interlocutore ad un congresso, prendere un aperitivo insieme, discutere amabilmente di tutto, e domandarsi (inutilmente): "Come diavolo è successo che due . . . come noi . . . abbiano potuto accapigliarsi in pubblico?!".

  Ugo Bechini notaio in Lavagna

TELEMATICA SE NON CI ADEGUIAMO E' HARA KIRI . . .

(CE LO RICORDA ANCHE L'ANTITRUST!)

 Ritornare sui problemi legati alla informatizzazione (ma questa dovrebbe essere ormai preistoria!) ed alla telematicizzazione degli studi notarili, con ciò aderendo al gentile invito rivoltomi dal presidente dell'ASNOL, non può che ingigantire la sensazione di immobilismo e di impotenza che da tempo, novello "Cassandra" del mondo notarile, vado segnalando nei brevi scritti che con ultroneo ottimismo ho dato alle stampe di FederNotizie e della Mailing List tenuta dal nostro webmaster Enrico Maccarone.

Dato per scontato (ma sarà così?) che la pillola della informatizzazione degli studi notarili è già stata ingurgitata dalla intera categoria, la gravità dell'attuale momento per tutte le professioni e per la nostra in particolare ci obbliga a segnalare che l'adeguamento al linguaggio telematico per tutti noi costituisce, forse, l'ultima ancora di salvezza che può permetterci di compattare l'intera categoria a difesa di quei valori che, a dispetto di autorevolissime voci di critica tra le quali spicca quella del Prof. Natalino Irti (Italia Oggi del 14 ottobre 1997), dopo la pubblicazione (Italia Oggi e Il Sole 24 Ore del 25 ottobre 1997) dell'indagine Antitrust sulle professioni sono destinati ad essere compressi se non cancellati dal nostro abituale svolgimento dell'attività professionale.

Rammento quanto circa un anno fa, in modo provocatorio (ma non tanto!) proponevo per una città come Roma; non più di venti studi notarili, composti ciascuno di venti notai, distribuiti equamente nel territorio del comune e della provincia.

A chi ha letto attentamente i rilievi dell'Autorità non può essere sfuggito il fermo invito alla costituzione di società professionali onde essere pronti all'urto derivante dalla liberalizzazione delle attività professionali stesse.

I miei auspici e l'invito dell'Antitrust sono, a mio parere, strettamente collegati fra loro e degni di una più profonda riflessione per noi.

Da quando scrissi quelle mie considerazioni ad oggi molte novità hanno visto la luce tra le quali spicca l'approvazione del documento informatico, della firma digitale e della attività di certificazione digitale che strenuamente in sede AIPA (Autorità Informatica della Pubblica Amministrazione) i nostri rappresentanti avocano alla funzione esclusiva del notariato.

La crescita elettronica e telematica che la Pubblica Amministrazione ha avuto in questo brevissimo periodo è sbalorditiva. Ho a disposizione per chiunque lo voglia ampio materiale:

sulla attivazione di reti civiche on line delle più grandi (e non solo!) città italiane;

sulla attivazione, attraverso l'ANUSCA (Associazione degli Ufficiali di Stato Civile e di Anagrafe), di linee di interscambio telematiche di dati e sulla nascita della c.d. carta dei servizi telematica che a breve terrà luogo della carta d'identità;

sulla futura Agenzia Autonoma per la gestione del Pubblico Registro Immobiliare che gestirà, così come accade per i Registri Automobilistico e Camerale in modo unitario ciò che attualmente viene gestito da Catasti e Conservatorie (a partire dal 1° gennaio 1998 in via sperimentale il Comune di Rimini utilizzerà il progetto Agenzia Autonoma per l'attuazione del censimento degli immobili comunali permettendo al Comune stesso il precalcolo di ogni tributo e la spedizione dei bollettini al domicilio dei contribuenti).

Potrei proseguire con tantissimi altri esempi per dimostrare che la telematica è il linguaggio universale con il quale si colloquia, ormai in via esclusiva, con la Pubblica Amministrazione italiana (per ora) ed europea nel futuro.

In questa frenetica e prolifica atmosfera di innovazioni da New Deal del nuovo millennio il notariato si distingue per mancanza di iniziative, se non altro di immagine, che possano testimoniare all'esterno la disponibilità dello stesso alle indispensabili innovazioni.

Se ci fosse un po’ più di fantasia e la consapevolezza della urgente necessità di manifestarci anche all'esterno, suggerisco che sarebbe agevole, semplice e immediato il poter organizzare un piccolo Distretto Notarile totalmente telematicizzato ove la interconnessione tra notai e Consiglio del Distretto stesso fosse reale e dalla cui intranet il Consiglio Nazionale del Notariato potrebbe attingere on line dati, sicuramente preziosissimi, di cui famelicamente necessitano i Comuni interessati al Distretto stesso. Se avessimo il coraggio di attuare ciò (ma subito!!), daremmo finalmente all'esterno un grande positivo segnale, (perché gli utenti che leggono le raccomandazioni dell'Antitrust sono gli stessi che possono misurare con la realtà di fatti positivi l'utilità o meno di chi nel mirino dell'Antitrust è).

Per gli inguaribili nostalgici dell'individualismo, per coloro che caparbiamente insistono nel voler proseguire da soli il cammino che il futuro ci propone, rammento che l'altra pressante previsione dell'Antitrust riguarda l'abolizione delle tariffe minime.

Se in un qualche modo non si riuscirà ad arginare in materia i desideri dell'Autorità, per coloro che non vogliono capire che l'unico modo per difenderci è quello di unire le nostre forze in pochi, efficienti, facilmente controllabili e dai costi contenuti, uffici notarili, raccomando, (e ciò lo faccio, credetemi, senza ironia) di far sì che con molta fretta acquistino, in prima persona, dimestichezza e manualità con un posto di lavoro del quale qui di seguito do, alla data di oggi, la configurazione consigliata, preventivando, per il futuro, la conduzione di un proprio studio notarile composto, oltre che dal notaio altamente informatico, da uno o al massimo da due dipendenti.

CONFIGURAZIONE CONSIGLIATA

Pentium 200 mhz MMX, Ram 32 megabyte, Cache 512 kb, Hard disk 3.2 gigabyte, Scheda audio sound blaster, CD Rom 16x, Monitor colore 15 pollici, Modem/fax esterno 33.600

Luigi La Gioia notaio in Roma

 L’ABROGAZIONE DELL'ARTICOLO 17 DEL CODICE CIVILE

 

La recente legge 15 maggio 1997, n.127, meglio conosciuta quale Legge Bassanini, contiene al suo interno una disposizione di particolare rilevanza per l’attività notarile. L'articolo 13 della citata legge, infatti, ha abrogato, com'è noto, l'articolo 17 del C.C. che cosi recitava: "La persona giuridica non può acquistare immobili, né accettare donazioni o eredità, né conseguire legati, senza l'autorizzazione governativa". Una norma ulteriore, l'articolo 5 delle Disposizioni di Attuazione, indicava nel Prefetto della Provincia ove la persona giuridica avesse sede, l'Autorità competente ad emettere tale provvedimento autorizzativo.

La norma abrogata trovava la sua ragion d'essere nell'evitare la cosiddetta "manomorta", cioè l'accumulo indiscriminato di capitali nelle mani di enti ed associazioni in genere che, per la particolare attività svolta, priva di finalità produttive, avrebbero potuto sottrarre per lungo tempo tali beni alle movimentazioni tipiche del commercio economico, causando pericolosi blocchi alla circolazione patrimoniale.

Alla norma in esame risultano tuttavia, direttamente ed indirettamente, collegate una serie di altre disposizioni in materia di acquisti, sulle quali l'abrogazione dell'articolo 17 ha, di certo, rilevanti riflessi. Eppure il legislatore, questo legislatore che, a volte, ci è sembrato "divertirsi" nel guazzabuglio di richiami a norme e regole citate con formale (ed esclusivamente formale!) correttezza, questa volta, stranamente ha quasi saltato a pie' pari il problema delle norme che, in qualche modo collegate all'articolo 17 (oggi abrogato), avrebbero meritato un maggiore coordinamento con I'abrogazione medesima. "Sono altresì abrogate - recita l'articolo 13 della citata legge Bassanini - tutte le altre disposizioni che prescrivono autorizzazioni per l'acquisto di immobili o per accettazione di donazioni, eredità e legati da parte di persone giuridiche, associazioni e fondazioni". La genericità di tale prodotto legislativo è davvero sconcertante e getta nello sconforto chi, con tali eventi negoziali, convive quotidianamente nello svolgimento della propria attività professionale. Nulla di più aggiunge, è ovvio, la nota indirizzata dal Ministero deIl'Interno al Consiglio Nazionale del Notariato nel mese di giugno appena trascorso, precisando solo che, a seguito delle novità introdotte, la Direzione del citato Ministero e le Prefetture non hanno da adottare alcun provvedimento autorizzativo per l'acquisto di beni, accettazioni ereditarie, legati e donazioni.

La prima considerazione che balza agli occhi di tutti è che l'articolo 13 della legge Bassanini ha recato con sé un curioso affastellamento di concetti. L'articolo 17 C.C. abrogato, infatti, fa esclusivo riferimento al concetto di "persona giuridica", laddove la norma abrogativa finisce per riunire sotto lo stesso "tetto" persone giuridiche ed enti privi di riconoscimento.

Il Codice Civile prevedeva un sistema articolato in cui l'autorizzazione si rendeva necessaria per gli acquisti a titolo oneroso di beni immobili e per l'acquisto a titolo gratuito di qualunque specie di bene che avvenisse da parte di "persone giuridiche". Per gli enti non riconosciuti, invece, nulla prevedendosi in tema di acquisti a titolo oneroso (anche se di immobili e/o di mobili registrati), si rinviava a norme contenute nel libro secondo e, segnatamente, agli articoli 600 (in tema di successione) e 786 (in tema di donazione) che prevedono, in materia di acquisti a titolo gratuito, il necessario preventivo riconoscimento dell'ente destinatario delle disposizioni. Ottenuto, poi il riconoscimento e divenuto l'ente a tutti gli effetti una persona giuridica, l'articolo 473 C.C., da un lato, sancisce la necessità dell'accettazione dell'eredità col beneficio di inventario, e, dall'altro, sancisce la piena osservanza delle disposizioni riguardanti la necessaria autorizzazione governativa perché il beneficiario, una volta riconosciuto quale persona giuridica, possa acquistare validamente. L'insieme sistematico delle norme predette costituisce, direi, una sorta di chiusura del cerchio, determinando in pratica la riunione di eventi negoziali relativi ad entità, diverse dalla persona fisica e dalle società commerciali, sotto l'egida normativa dell'articolo 17. Ma ciò solo in relazione agli acquisti a titolo gratuito, non esistendo alcuna norma, lo ribadiamo, che prevedesse autorizzazioni di sorta o forzati riconoscimenti preventivi per consentire l'acquisto a titolo oneroso (anche di immobili) da parte di enti privi della personalità, ed anzi esistendo una norma, consacrata nella legge 27 febbraio 1985 n. 52 e nella nuova formulazione dell'articolo 2659 C.C. in tema di trascrizione, che espressamente consentono acquisti immobiliari in capo ad associazioni (ed enti in genere) non riconosciuti.

Perché, allora, l'articolo 13 della legge Bassanini si è affrettato ad abrogare anche "le altre disposizioni che prescrivono autorizzazioni per l'acquisto di immobili o per accettazione di eredità, legati e donazioni da parte di associazioni e fondazioni" (ergo non riconosciute)? E di quali norme si tratta?

L'impressione è quella di trovarsi di fronte ad una malriuscita formulazione normativa. Se vi erano, infatti, delle norme che richiedevano autorizzazioni per l'acquisto di immobili, tali norme erano dedicate agli acquisti a titolo gratuito, e tali norme non distinguevano tra acquisto di immobili ed acquisto di altri beni. Pertanto la distinzione contenuta nell'articolo 13 tra autorizzazioni per l'acquisto di immobili ed autorizzazioni per accettazione di donazioni, eredita e legati e, in relazione agli enti non riconosciuti, priva di utilità.

Che poi, di fatto, l'articolo 17 C.C., secondo parte della dottrina, dovesse applicarsi anche agli acquisti a titolo oneroso di enti non riconosciuti (in tal senso anche Consiglio di Stato parere 18 dicembre 1991) o, peggio, come altresì sostenuto (Salani in Riv. Dir. Civ. 1964 parte II pag. 371), che le entità prive di riconoscimento non potessero rendersi titolari di acquisti immobiliari, è esercizio che lasciamo volentieri agli studiosi del diritto, essendo essenzialmente questo, un tentativo di vedere più chiaro all'interno della genericità della norma abrogativa dell'articolo 17 C.C.

Assodato, allora, come non fosse presente, nel nostro Codice Civile alcuna norma che prescrivesse autorizzazioni per l'acquisto di immobili a titolo oneroso da parte di un ente non riconosciuto, sembra possa concludersi, sotto questo aspetto, che l'abrogazione dell'articolo 17 C.C. non ha arrecato alcuna innovazione di diritto. Mentre per coloro i quali hanno sposato la ricostruzione dottrinale sopraccennata, secondo cui l'articolo 17 C.C. doveva ritenersi applicabile, per identità di ratio, anche in caso di acquisti da parte di associazioni ed enti non riconosciuti, l'articolo 13 della Legge Bassanini serve solo a fugare tutti i dubbi circa la necessarietà dell'autorizzazione governativa all'acquisto.

IL COORDINAMENTO DELL'ABROGAZIONE DELL'ARTICOLO 17 C.C. CON LE NORME IN MATERIA DI SUCCESSIONI E DONAZIONI A FAVORE DI SOGGETTI DIVERSI DALLE PERSONE FISICHE

In materia di successioni e donazioni effettuate a favore di soggetti diversi dalle persone fisiche, la distinzione tra persone giuridiche ed enti privi di riconoscimento viene drasticamente a cadere in quanto l'articolo 600 C.C. e l'articolo 786 C.C., di fatto, impediscono, come abbiamo visto, che una disposizione successoria o a titolo di donazione possa avere effetto senza previo riconoscimento giuridico del soggetto destinatario. Il che determina in pratica un medesimo trattamento giuridico degli acquisti a titolo gratuito (per successione o per donazione) da parte di enti non riconosciuti e di persone giuridiche, entrambi costretti a rispettare le disposizioni dell'articolo 17 C.C. e quelle dell'articolo 473 C.C. secondo cui le eredità devolute a persone giuridiche non possono che essere accettate con il beneficio di inventano, "osservate le disposizioni di legge circa l'autorizzazione governativa".

Ora, posta l'abrogazione dell'articolo 17 C.C., l'articolo 473 C.C. resta lettera morta in relazione alla necessità dell'autorizzazione governativa. Il problema che invece l'articolo 473 C.C. lascia aperto e che la norma abrogatrice dell'articolo 17 C.C. non risolve, è quello della necessità, ancora oggi, dell'accettazione beneficiata. Sembra tuttavia che la ratio sottesa alla necessità dell'accettazione beneficiata da parte delle persone giuridiche non venga minimamente intaccata dalla norma abrogatrice dell'articolo 17 C.C. e che, pertanto, l'articolo 473 C.C. debba considerarsi pienamente da applicare nella parte in cui prevede l'obbligatorietà dell'accettazione beneficiata da parte delle persone giuridiche.

E nel caso di disposizioni mortis causa o inter vivos, a titolo gratuito, a favore di enti non riconosciuti? La portata della norma abrogatrice, pur nella sua genericità, non sembra tale da determinare alcun cambiamento (tacito) delle due norme basilari poste a regolare le disposizioni a titolo gratuito a favore di enti privi di personalità: L'articolo 600 C.C. e l'articolo 786 C.C., che comunque continuano a richiedere il riconoscimento dell'ente beneficiario della disposizione prima che, in capo al medesimo, possa verificarsi l'acquisto. Le norme che dispongono tale preventivo riconoscimento, infatti, sono ispirate dal medesimo principio informatore: la disposizione fatta ad un ente come tale, non può produrre effetti finché non sia intervenuto il riconoscimento governativo dell'ente stesso, mancando, prima di tale riconoscimento, il soggetto destinato ad assumere la veste di beneficiario dell'attribuzione patrimoniale. Il principio, già voluto dal legislatore del 1865, per quanto fortemente messo in discussione dall'ormai acclarata possibilità di rendere intestatari, perfino di beni immobili, le associazioni non riconosciute (cfr. il nuovo testo dell'articolo 2659 C.C.), non pare poter considerarsi intaccato dalla disposizione abrogatrice contenuta nella legge Bassanini la quale, certamente, non può essere interpretata cosi al di là del suo tenore letterale che fa esclusivo riferimento alla esclusione dell'autorizzazione governativa per gli acquisti ed essendo la volontà del legislatore essenzialmente quella di porre sotto stretto controllo (anzitutto attraverso il riconoscimento quali persone giuridiche) gli enti e le associazioni non riconosciute allorché si fossero resi destinatari di acquisti presumibilmente rilevanti sotto l'aspetto patrimoniale.

Altre invece sarebbero le conclusioni se le ragioni del legislatore, nel richiedere il necessario preventivo riconoscimento ex artt. 600 e 786 C.C., fossero state determinate esclusivamente dalla volontà di riportare sotto l'egida dell'articolo 17 C.C. anche gli acquisti a titolo gratuito degli enti non riconosciuti. In tal caso, infatti, potremmo concludere che, venuta meno (con l'abrogazione dell'art. 17) la necessità dell'autorizzazione governativa per gli acquisti delle persone giuridiche, mancherebbero le ragioni di far diventare necessariamente persona giuridica l'ente privo di riconoscimento. Ma una conclusione siffatta, perché possa lasciare davvero tranquillo il notaio nello svolgimento della propria attività, avrebbe bisogno di essere supportata da una chiara indicazione legislativa in tal senso, che non pare possa "de iure" rintracciarsi nella generica formulazione dell'articolo 13 della legge Bassanini.

L'ABROGAZIONE DELL'ARTICOLO 17 C.C. E LE CONSEGUENZE SULL'ARTICOLO 782 C.C.

L'ultimo comma dell'articolo 782 C.C. dice che se la donazione è fatta a favore di una persona giuridica, il donante non può revocare la sua dichiarazione dopo che gli è stata notificata la domanda diretta ad ottenere l'autorizzazione governativa ad accettare e che, trascorso un anno da tale notifica, senza che l'autorizzazione medesima sia stata concessa, la dichiarazione può essere revocata.

E' naturale chiedersi allora quale sia la reale valenza oggi, alla luce della disposizione abrogatrice contenuta nella legge Bassanini, dell'ultimo comma dell'articolo 782 del C.C. Posto, infatti, che l'autorizzazione governativa di cui all'articolo 17 C.C. non esiste più, parrebbe che anche la donazione fatta a favore di una persona giuridica resti sottoposta al regime ordinario di qualsiasi altra donazione, con possibilità - dunque - da parte del donante di revocare la donazione stessa fintantoché non sia stata comunicata al donante l’accettazione del donatario e perciò fino a quando il contratto stesso di donazione non si sia effettivamente perfezionato con l'incontro delle volontà delle due parti: donante e donatario. La donazione fatta ad una persona giuridica, sotto il vigore del vecchio articolo 17 C.C., non poteva esistere come contratto fino al momento in cui l'ente beneficiario non avesse ottenuto l'autorizzazione governativa di cui alla citata norma; e fino a quel momento la volontà del donante restava solo una mera "proposta" (non a caso l'ultimo comma dell'articolo 782 C.C. parlava di "dichiarazione"), non potendo assurgere per ragioni "fisiologiche" alla dignità di contratto fino al momento in cui, rilasciata l'autorizzazione governativa al beneficiario, questi si fosse venuto a trovare nella possibilità di accettare validamente.

Sotto l'attuale normativa codicistica, invece, mancando ormai l'obbligo dell'autorizzazione, la persona giuridica è nelle medesime condizioni di qualunque altro donatario ed il perfezionamento della donazione dunque potrà essere anche immediato, avendo determinato, per questa via, l'articolo 13 della legge Bassanini, una sottrazione della donazione a favore della persona giuridica al regime, altrimenti necessario, della fattispecie a formazione progressiva. Antonio Testa notaio in Monza

 

COSTRUZIONE ABUSIVA - ORDINANZA DI ACQUISIZIONE - CONDONO EDILIZIO - ANNULLAMENTO DELL’ORDINANZA DI ACQUISIZIONE - COMMERCIABILITÀ DEL BENE

L’ordinanza del Sindaco di acquisizione al patrimonio indisponibile del Comune, della costruzione eseguita in assenza della concessione o in totale difformità dalla stessa, trasferisce all’ente la piena proprietà dell’immobile e costituisce titolo di legittimazione al possesso.

Dottrina e giurisprudenza ritengono che la sanzione dell’acquisizione gratuita debba essere inquadrata nell’ambito della confisca amministrativa e ciò in relazione alla ratio legis, che tutela rilevanti interessi urbanistici ed ambientali (Cons. di Stato 19.10.1985, n.593; Cass. S.U. 5.9.1989, n. 3840).

Discusso è se l’atto ablativo del diritto di proprietà operi con effetto immediato, quasi automatico, o meno.

Naturalmente, anche se l’acquisizione viene configurata come un effetto di diritto, che si verifica decorso il termine di novanta giorni dall’ordinanza di sospensione o di demolizione, deve ritenersi che occorra sempre un apposito provvedimento di natura dichiarativa e ricognitiva, l’ordinanza di acquisizione legittimamente emessa e non impugnata.

L’art. 15, quinto comma, della legge 28.1.1977, n. 10, sostituito dall’art. 7 della successiva legge 28.2.1985, n. 47, disponeva che l’ordinanza fosse vidimata e resa esecutiva dal pretore nella cui giurisdizione ricadeva il Comune interessato.

L’ordinanza di acquisizione veniva così ad avere un effetto costitutivo, o più esattamente ablativo della proprietà e l’attività del pretore, di vidimazione e di esecutività, risultava estranea alla vicenda del trasferimento coattivo della proprietà, nel senso che detto trasferimento si era già verificato con l’emissione dell’ordinanza di acquisizione (Cass. 16.3.1981, n. 1448; Cass. 12.7.1991, n. 7769).

In effetti le operazioni del pretore, vidimazione e formula esecutiva, costituivano atti dovuti, intesi a consentire sia la trascrizione dell’ordinanza nei Registri Immobiliari, e quindi la sua opponibilità ai terzi, che l’immissione in possesso.

L’art. 7, quarto comma, della legge 47/85, non prevede invece l’intervento del pretore e dispone che l’accertamento dell’inottemperanza all’ingiunzione a demolire costituisce titolo per l’immissione in possesso e per la trascrizione nei Registri Immobiliari.

La trascrizione dell’ordinanza è un mezzo di pubblicità legale con efficacia dichiarativa, mentre l’effetto costitutivo e quindi ablativo della proprietà è dato dall’ordinanza stessa.

Quanto poi alla presa di possesso del bene confiscato può avvenire secondo varie modalità: o per vie amichevoli, nel caso in cui il proprietario confiscato riconosca lo ius detinendi del Comune, o azionando l’ordinanza presso il giudice ordinario e quindi con lo spossessamento vero e proprio, con la richiesta da parte del Comune del pagamento dei canoni di locazione agli occupanti degli immobili confiscati, ecc.

Si è sostenuto, infatti, che per la realizzazione dell’effetto traslativo della proprietà non occorra né la trascrizione del provvedimento nei Registri Immobiliari, che opera esclusivamente sul piano della pubblicità e dell’opponibilità ai terzi, né la materiale presenza di un titolo di per sé idoneo all’acquisto della proprietà.

L’ordinanza si inserisce nel rapporto tra il bene ed il proprietario confiscato con effetto dirompente, nel senso che estingue il rapporto di proprietà e modifica quello di possesso, posto che la disponibilità giuridica della res spettano ormai al Comune che ha effettuato la confisca.

L’acquisizione può ritenersi uno degli ultimi atti del procedimento previsto dal legislatore per combattere l’abusivismo edilizio, perché dopo l’acquisizione il sindaco deve provvedere alla demolizione delle opere eseguite.

Questa interpretazione trova conforto nel dettato del terzo comma del citato art.15 della legge 28 gennaio 1977, n. 10, sostanzialmente poi riprodotto dall’art. 7 della legge 28.2.1985, n. 47: "Le opere eseguite in totale difformità o in assenza della concessione debbono essere demolite, a cura e spese del proprietario, entro il termine fissato dal sindaco con ordinanza. In mancanza le predette opere sono gratuitamente acquisite, con l’area su cui insistono, al patrimonio indisponibile del Comune, che le utilizza a fini pubblici, compresi quelli di edilizia residenziale pubblica."

L’acquisizione sembra, quindi, un effetto di diritto collegato all’inadempimento del provvedimento di demolizione.

Una diversa linea di pensiero, invece, ritiene necessario operare un distinguo tra "l’emissione" del provvedimento ablativo e la sua "esecuzione". Si assume che alla fase dell’acquisizione deve seguire quella della esecuzione affinché il provvedimento stesso possa dirsi eseguito (T.A.R. Marche 10.3.1988, n. 216).

Anche questo orientamento sembra trovare conforto nella norma. Ed invero, l’art. 43 della legge 47/85 dispone: "L’esistenza di provvedimenti sanzionatori non ancora eseguiti, ovvero ancora impugnabili o nei cui confronti pende l’impugnazione, non impedisce il conseguimento della sanatoria".

In tal modo il legislatore se da un lato consente la sanatoria anche in presenza di un provvedimento di acquisizione, dall’altro pone in risalto il principio secondo cui si può beneficiare del condono anche quando il provvedimento sanzionatorio è stato emesso, ma non ancora eseguito. Così facendo differenzia la fase dell’emissione da quella dell’esecuzione del provvedimento.

Ulteriore conferma è la circolare illustrativa della legge 47/85, emanata dal Ministero dei LL.PP. in data 30.7.1985, n. 3357/85, secondo la quale la procedura sanzionatoria non può ritenersi completamente eseguita se all’acquisizione della proprietà non faccia seguito l’immissione in possesso.

Solo lo spossessamento determina l’avvenuta esecuzione del provvedimento.

In presenza di tali non chiare e contraddittorie dizioni legislative occorre stabilire dei punti fermi.

In particolare l’operatore del diritto, il notaio, l’avvocato e lo stesso privato interessato, debbono conoscere se in presenza dell’ordinanza di acquisizione il bene debba ritenersi definitivamente fuori commercio, se possa o meno essere trasferito e con quali cautele, se l’atto di trasferimento sia valido o nullo.

Va subito osservato che l’ordinanza di acquisizione al patrimonio indisponibile del Comune non impedisce la facoltà del proprietario confiscato di produrre la domanda di condono, facendo nascere nel Comune l’obbligo di provvedere su di essa in senso positivo o negativo.

In altri termini il Comune non può non tener conto della domanda di condono, anche in presenza del provvedimento ablativo.

Il menzionato art. 43 della legge 47/85 non offre adito a dubbi.

Stabilire poi se il provvedimento repressivo possa in concreto ritenersi eseguito o meno appare, ad avviso di chi scrive, del tutto ininfluente alla luce delle nuove disposizioni contenute nella legge 724/94.

E valga il vero; l’art. 39, comma 19, della legge 724/94 afferma: " Per le opere abusive divenute sanabili in forza della presente legge, il proprietario che ha adempiuto agli oneri previsti per la sanatoria ha il diritto di ottenere l’annullamento delle acquisizioni al patrimonio comunale dell’area di sedime e delle opere sopra questa realizzate disposte in attuazione dell’art. 7, terzo comma, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e la cancellazione delle relative trascrizioni relative nel pubblico registro immobiliare dietro esibizione di certificazione comunale attestante l’avvenuta presentazione della domanda di sanatoria. Sono in ogni caso fatti salvi i diritti dei terzi e del Comune nel caso in cui le opere stesse siano state destinate a attività di pubblica utilità entro la data del 1 dicembre 1994".

La normativa in discorso nella sua formulazione appare molto chiara. La domanda di sanatoria interrompe e vanifica il procedimento amministrativo di acquisizione, qualunque sia la fase in cui si trova. Unica riserva è che sono fatti salvi i diritti dei terzi e del Comune nel caso in cui le opere stesse siano state destinate ad attività di pubblica utilità entro la data del 1 dicembre 1994.

Il proprietario che ha adempiuto agli oneri previsti per la sanatoria ha il diritto di ottenere l’annullamento delle acquisizioni al patrimonio comunale e la cancellazione delle trascrizioni nel pubblico registro immobiliare, dietro esibizione di certificazione comunale attestante l’avvenuta presentazione della domanda di sanatoria.

In definitiva per gli edifici che formano oggetto dell’ordinanza di acquisizione, per i quali sia stata chiesta ma non ancora ottenuta la concessione in sanatoria, è consentita la circolazione, con gli stessi limiti e con le stesse formalità dei manufatti abusivi.

Ne consegue che l’atto di vendita avente ad oggetto il bene acquisito al patrimonio del Comune, per il quale è stata prodotta istanza di condono, è pienamente valido, ma occorre evidenziare nello stesso la posizione urbanistica del cespite.

La procedura per l’annullamento dell’acquisizione non incide sulla validità dell’atto, ma mira solo ad eliminare una formalità pregiudizievole.

Vale la pena aggiungere che per tutti gli immobili acquisiti al patrimonio indisponibile del Comune, per i quali non è stata determinata destinazione pubblica alla data del primo dicembre 1994, è opportuno conseguire certificazione utile, rilasciata dall’amministrazione comunale, per la cancellazione nei Registri Immobiliari e dar corso alla relativa procedura. Nell’ipotesi di diniego del Conservatore dei Registri immobiliari si renderà necessario ricorrere al magistrato e in tal caso farà carico al Comune provare l’eventuale destinazione delle opere ad attività di pubblica utilità.

Di diverso avviso sembra andare, peraltro, una recente sentenza del Consiglio di Stato, n.ri. 220/97 Reg.Disc., 2263 Reg. Rec. anno 1994, depositata il 7.3.1997.

Il Supremo Collegio ha sancito che l'ordinanza di acquisizione delle opere eseguite senza concessione, o in totale difformità, determina ipso iure l'estinzione di una situazione soggettiva (il diritto di proprietà del privato) e la contemporanea costituzione a favore del Comune di una nuova situazione soggettiva in ordine al medesimo bene, per cui non rileva la prodotta domanda di sanatoria qualora il provvedimento sanzionatorio (ordinanza sindacale trascritta) non sia stato ritualmente impugnato dall'interessato.

La sentenza non può essere condivisa in quanto si limita ad affermare un principio radicato in giurisprudenza sotto il vigore della legge 28.1.1977, n.10, art. 15 (Cass.12.7.1991. n.7769), senza entrare nel merito della normativa sul condono e senza considerare che la prodotta domanda di condono, corredata dai relativi adempimenti, incide radicalmente sul procedimento amministrativo e determina una restitutio in integrum.

Come detto innanzi, la domanda di condono, anche se l’ordinanza di acquisizione non sia stata impugnata, annulla il provvedimento sanzionatorio e ripristina la situazione antecedente al provvedimento stesso.

Sotto questo aspetto la legge 724/94 è molto chiara e lineare, ma lo stesso principio, ad avviso di chi scrive, è sancito nella precedente legge 47/85, art. 43.

Il legislatore con la norma 724/94 ha solo adottato una terminologia più incisiva al fine di evitare bizantinismi interpretativi.

Voler sostenere che l’ordinanza di requisizione non impugnata deve ritenersi annullata se la domanda di condono è stata prodotta sotto il vigore della legge 724/94, mentre conserva tutta la sua efficacia ablativa se prodotta sotto il vigore della precedente legge 47/85, è un non senso, crea una disparità di trattamento tra gli utenti e non coglie la ratio della norma.

Basti osservare che la legge 724/94 è correlata con la norma 47/85. Dispone, infatti, l’art. 39, comma 19, della legge 724/94, "Il proprietario...... ha il diritto di ottenere l'annullamento delle acquisizioni . . . disposte in attuazione dell’art. 7, terzo comma, della legge 28.2.1985, n.47."

Il legislatore nella formulazione delle due norme segue, quindi, lo stesso iter logico, la stessa ratio.

Si è detto che il legislatore ha inteso dare un’ampia portata alla normativa sul condono edilizio. Questa esigenza ha probabilmente ispirato la formulazione prima dell'art. 43 della legge 47/85 e poi dell’art. 39 della legge 724/94.

L'art. 43 sanciva l'ammissibilità della domanda di condono anche in presenza di provvedimenti sanzionatori:

- nei cui confronti pende impugnazione;

- ancora impugnabili;

- non ancora eseguiti.

Mentre alquanto chiara nel suo contenuto è la dizione legislativa di provvedimenti sanzionatori ancora impugnabili o nei cui confronti pende impugnazione, meno facile è definire il concetto tecnico giuridico di provvedimento sanzionatorio non ancora eseguito. Qualunque sia il contenuto che si voglia dare a detta espressione è certo che la distinzione tra provvedimenti eseguiti e non eseguiti è nella legge e non nella mera volontà dell'interprete.

Sembra chiaro a questo punto che non può sostenersi, come si assume dal Consiglio di Stato, che l'ordinanza di acquisizione determina ipso iure effetti modificativi ed estintivi del precedente rapporto di proprietà. Se cosi fosse il provvedimento ablativo una volta emesso sarebbe eseguito e la distinzione legislativa tra provvedimento eseguito e non eseguito verrebbe a cadere.

In effetti la legge sul condono ha travolto il vecchio principio dell'ordinanza con effetto estintivo immediato della proprietà del privato ed ha richiesto qualcosa in più rispetto alla sola emissione del provvedimento di acquisizione.

Sta di fatto che la domanda di condono incide sulla procedura amministrativa e comunque ne annulla gli effetti acquisitivi, a meno che non siano intervenute manifestazioni del Comune intese a comprovare la volontà di dare esecuzione al provvedimento.

In altri termini, perché il provvedimento di acquisizione possa dirsi eseguito si richiedono una serie di comportamenti materiali corrispondenti all’esercizio del diritto di proprietà (art. 1140 C.C. e seguenti) ossia l’esteriorizzazione di tale potere in una attività corrispondente all’esercizio di un diritto reale.

Si tratta di una serie di operazioni che possono riguardare la materiale apprensione, la richiesta di canoni di locazione, il controllo dell'agibilità o dell'abitabilità del bene acquisito, l'accatastamento dello stesso, la destinazione al pubblico servizio, ecc..

Solo in tal modo riusciamo a distinguere i provvedimenti eseguiti da quelli non eseguiti.

Va osservato che per comprendere appieno il portato di una norma occorre sempre esaminare i lavori preparatori del Parlamento.

Nella specie, mentre la Camera dei Deputati nel formulare l'art. 43 della legge 47/85 il 22.3.1984 si limitava a prendere in esame i provvedimenti sanzionatori "ancora impugnabili o nei cui confronti pende l'impugnazione", il Senato nel testo definitivo, approvato il 2.10.1984, aggiungeva la dizione provvedimenti sanzionatori "non ancora eseguiti".

Evidente allora è la volontà del legislatore di aggiungere qualcosa in più rispetto al provvedimento emesso, impugnato o ancora impugnabile, di interessare anche la fase dell'esecuzione, o meglio della messa in atto del provvedimento.

Una conferma a questa interpretazione va ravvisata nel successivo art. 44 che, dall'entrata in vigore della legge, sospendeva i procedimenti amministrativi "e la loro esecuzione", ponendo così una netta distinzione tra fase di emanazione del provvedimento e quella della sua esecuzione.

Del resto l'esigenza di dare alla norma in esame una ampia portata veniva avvertita dallo stesso Ministero del Lavori Pubblici che, con circolare 30 luglio 1985 n. 3356/25, nell'esplicitare l'art. 43 assumeva: "La disposizione, pertanto, riguarda tutte le sanzioni pecuniarie, di demolizione, di acquisizione gratuita, irrogate ma non ancora eseguite e pertanto, dalla data di presentazione della domanda di sanatoria, non può pretendersi la riscossione di somme per sanzioni pecuniarie, deve cessare la demolizione, anche se già iniziata, non può proseguire l’iter per l'acquisizione gratuita degli immobili abusivi, a meno che non sia intervenuta l'immissione in possesso del manufatto."

E' questa una interpretazione che non si limita ai provvedimenti impugnati o ancora impugnabili, ma si estende ai provvedimenti emessi, ma non ancora eseguiti.

Può pertanto sostenersi che la domanda di condono, anche se il provvedimento ablativo non è stato impugnato, annulla di per sé gli effetti dell'ordinanza di acquisizione, a meno che il provvedimento non sia stato già eseguito.

Sotto questo aspetto le due norme, art. 39, comma 19, della legge 724/94. ed art. 43 della legge 47/85, hanno la stessa sostanziale portata, una serie di considerazioni inducono a tanto:

- l'ampia portata dell'art. 43 che consente la proposizione del condono nei confronti di provvedimenti ablativi impugnati, ancora impugnabili o non eseguiti;

- la stessa ratio delle due norme;

- la correlazione tra le due norme, espressamente richiamata nella legge;

- lo svolgimento dei lavori parlamentari che comprova la volontà del legislatore di ampliare la portata dell'art. 43;

- l’incostituzionalità della disparità di trattamento tra gli utenti nel caso di una diversificata interpretazione delle norme stesse.

Marcello de Jorio notaio in Napoli

BIBLIOGRAFIA GENERALE

1) Santarcangelo, Condono Edilizio, Milano 1991, Mengoli, Manuale di Diritto Urbanistico, Milano 1986; Predieri, Abusivismo Edilizio, condono e nuove sanzioni, Roma 1985; Falcone, Abusivismo edilizio; Giuffrè, Sanatoria e repressione degli abusi edilizi, Napoli 1985; Barone, la sanatoria delle opere edilizie abusive, Napoli-Majolo; Fiale, Il condono edilizio, Napoli 1985;

2) Circolare del Ministero dei Lavori Pubblici del 30.7.1985, n. 3356/25

3) T.A.R. Marche 10.3.1988, n.120; T.A.R. Trentino 1.12.1987, n.363; T.A.R. Liguria 21.3.1988, n.216; Tribunale Napoli I Sez. Civ. sentenze del 5.4.1991 n.7145 e 7413 e dell'11.10.1991, n. 12754.

4) Rubino, La compravendita, pag. 468.

ANCORA UN CONVEGNO SUI PARCHEGGI

A cura di Arturo Brienza

Il 18 ottobre 1997 si è svolto a Milano il Convegno, organizzato dal Comitato Regionale Notarile Lombardo, sul tema "Parcheggi - Profili civilistici ed urbanistici".

 

Il Comitato ha ritenuto opportuno ritornare sull'argomento, già trattato nel Convegno tenutosi a Brescia il 30 giugno 1990, poiché le prime esperienze applicative della legge 122/89 hanno evidenziato un intreccio di problematiche civilistiche ed amministrative di difficile gestione. Su queste occorreva una riflessione più meditata alla luce di progetti ed interventi che si sono scontrati con una normativa rigida e disincentivante; la collaborazione tra mondo accademico e notariato è riuscita ad individuare alcune possibili soluzioni e ad orientare la Pubblica Amministrazione verso scelte tecnicamente più corrette.

La verifica delle problematiche è stata sviluppata: a) per i profili urbanistici e civilistici dalla Prof. Avv. Maria Alessandra Sandulli; b) per i profili pubblicistici dal Prof. Avv. Michele Pallottino; c) per i profili fiscali dal Prof. Dr. Adriano Propersi; d) per i profili relativi all'esperimento pilota del Comune di Milano, prima della legge Tognoli, dal Dr. Giuseppe Cozza, Direttore del Settore Trasporto, Traffico e Viabilità del Comune di Milano.

Infine il collega Antonio Marsala ha diffuso le conclusioni di una ricerca, affidatagli autonomamente da FederNotizie, con la quale ha gettato un raggio di luce su una tematica, i parcheggi condominiali in uso esclusivo, rispetto alla quale il Notariato deve essere più consapevole e responsabile.

Impossibile sintetizzare le relazioni dei tre docenti universitari: la vastità e profondità delle argomentazioni ne risulterebbero compromesse: esse sono in corso di pubblicazione sulle riviste giuridiche e, comunque, sono a disposizione presso la sede del Comitato.

Tuttavia si ritiene opportuno, per le ragioni accennate, riportare uno stralcio dei punti più significativi delle relazioni dei Proff. Sandulli e Pallottino nonché pubblicare integralmente quelle del Dr. Cozza, seguite da alcune brevi annotazioni, e del collega Marsala.

DALLA RELAZIONE DELLA PROF. SANDULLI:

"Il profilo più delicato della problematica relativa ai parcheggi "pertinenziali" è oggi a mio avviso costituito dagli effetti del nuovo vincolo con le "singole unità" immobiliari introdotto dall'art. 9 L. 122 per i parcheggi realizzati all'interno dei fabbricati già esistenti o nel sottosuolo di questi o delle relative aree di pertinenza.

 

I problemi che la costituzione di un rapporto diretto ed inderogabile con le singole unità del fabbricato invece che con l'immobile nel suo complesso sono di vario genere:

Il primo, non lieve, ordine di problemi investe la realizzazione dei parcheggi de quibus in un immobile in regime di proprietà condominiale. La L. 122 disciplina il caso soltanto attraverso l'indicazione della maggioranza (voti che rappresentino la maggioranza degli interventi e almeno la metà del valore dell'edificio) richiesta per l'approvazione dell'intervento, fatti salvi gli artt. 1120 e 1121 c.c. (i quali rispettivamente vietano "le innovazioni che possano arrecare pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti dell'edificio inservibili all'uso o al godimento anche di un solo condominio" e prevedono che "qualora l'innovazione importi una spesa molto gravosa o abbia carattere voluttuario rispetto alle particolari condizioni o all'importanza dell'edificio, e consista in opere, impianti o manufatti suscettibili di utilizzazione separata, i condomini che non intendono trarne vantaggio sono esonerati da qualsiasi contributo nella spesa", ma possono poi "in qualunque tempo, partecipare ai vantaggi dell'innovazione, contribuendo nelle spese di esecuzione e di manutenzione dell'opera").

Dal momento che, quanto meno nella grande maggioranza dei casi, difficilmente i nuovi parcheggi potranno soddisfare le esigenze di tutti i condomini, la necessaria "assegnazione" degli stessi alle singole unità immobiliari - e dunque ad alcuni soltanto dei condomini - creerà problemi di non facile soluzione. Né sembra che la legge lasci spazio alla costituzione di un vincolo "promiscuo" rispetto a due o più unità.

Trattasi comunque di problemi esclusivamente civilistici, posto che ai fini dell'autorizzazione comunale deve ritenersi sufficiente la presentazione di una valida delibera assembleare.

Riesce parimenti difficile ipotizzare la creazione di parcheggi pertinenziali a singole u.i. (e dunque a servizio esclusivo di queste), che non rientrino tra le innovazioni che rendono talune parti dell'edificio inservibili all'uso o al godimento anche di un solo condomino: una circostanza, questa, suscettibile di incidere sulla stessa legittimità del titolo autorizzatorio (in argomento si è pronunciata la recente Cass., II, 4.6.1997 n. 5369, la quale ha dichiarato la nullità della delibera condominiale, adottata a maggioranza, che abbia autorizzato il parcheggio degli autoveicoli nelle aree comuni, nonostante la contraria previsione contenuta nel regolamento condominiale: secondo la S.C. infatti, i diritti acquisiti da ciascun condomino sulle parti comuni in sede di acquisto non possono essere oggetto di delibere assembleari adottate a maggioranza, senza che su ciò possa legittimamente incidere il disposto dell'art. 9 co. 1 e 3 L. n. 122 del 1989, che stabilisce le maggioranze richieste per la validità delle delibere relative alla realizzazione di parcheggi, ma non prevede deroghe al principio generale che esclude la possibilità della maggioranza dei condomini di menomare diritti validamente acquisiti da ciascuno di essi);

Parimenti dovrebbe escludersi, a stretto rigore di legge, la assentibilità di posti auto in autorimessa automatica, per loro natura insuscettibili di stabilire assegnazione ad unità immobiliari preindividuate;

Ancora, sebbene la soluzione non abbia alcuna spiegazione logica, non potrebbe ammettersi lo "scambio" di posti auto tra una ed altra unità immobiliare: in questo caso tuttavia una soluzione potrebbe essere offerta dalla richiesta di un'autorizzazione comunale in variante;

Analoga soluzione potrebbe essere accolta in caso di frazionamento dell'unità immobiliare: la richiesta di concessione per la realizzazione delle opere finalizzate alla suddivisione della cosa principale dovrebbe recare altresì la richiesta di trasferimento del vincolo pertinenziale a favore di una sola di esse;

Anche se la legge non pone limiti in tal senso, non mi sembra inoltre che, a meno che i parcheggi materialmente realizzabili non eccedano il numero delle unità immobiliari del fabbricato, possa essere disposto l'asservimento di più posti auto a vantaggio di un'unica unità."

DALLA RELAZIONE DEL PROF. PALLOTTINO:

"Vi è poi il problema del c.d. "invenduto" che preoccupa particolarmente il Comune di Milano per il nuovo programma dei parcheggi.

 

Come osservato la questione non dovrebbe correttamente porsi, in quanto il P.U.P. deve dimensionare l'infrastruttura secondo le richieste e le esigenze, come imposto dalle norme.

Può tuttavia avvenire che le esigenze mutino nel frattempo, ovvero che alcuni dei proprietari delle unità immobiliari non vogliano più, anche per ragioni economiche, realizzare l'infrastruttura o acquistare la proprietà superficiaria.

Poiché non è ipotizzabile una rinuncia unilaterale ad un diritto reale, è opportuno che nella Convenzione sia disciplinata espressamente questa ipotesi, con "decadenza" del diritto e acquisto di esso in capo al Comune.

Nello stesso modo dovrebbero essere regolate le sanzioni per le inadempienze più gravi del superficiario, come la vendita separata (in aggiunta alla nullità prevista dalla norma) o come l'uso del parcheggio in modo non idoneo: si tratta di vedere se l'ipotesi vada ricondotta ad una clausola contrattuale ad effetti reali (come preferibile e più corretto) o ad effetti obbligatori.

Non si tratta naturalmente di atti nulli ai sensi del co. 5, sia perché, come si dirà subito, il bene è destinato a soddisfare ancora l'esigenza di parcheggi secondo la legge n. 122 del 1989, sia perché, a stretto rigore, non si è in presenza di una cessione, ma dell'effetto "ope legis" dell'estinzione del diritto di superficie, ai sensi dell'art. 954 cod. civ.; a maggior ragione se, trattandosi di demanio, l'Amministrazione adotti atti unilaterali di autotutela.

Con la ricomposizione della proprietà piena in capo al Comune, nei casi visti e nel caso normale della scadenza del periodo della superficie, viene meno il vincolo pertinenziale.

Resta tuttavia la destinazione dell'infrastruttura a parcheggio privato pertinenziale, come un bene indisponibile, fissato nel P.U.P., per cui l'Amministrazione comunale deve cederla ad un proprietario di unità immobiliare nel raggio della "pertinenza urbanistica". Ogni diversa sua utilizzazione non può che dipendere da una modifica del regime conformativo del bene, attraverso una opportuna variazione del P.U.P.

Per i profili qui in esame, va osservato da ultimo come non concerna i parcheggi privati, ma soltanto il caso dei parcheggi pubblici realizzati sulla base del diritto di superficie su aree comunali (artt. 3 e 5 della legge), quanto previsto nel co. 7 dell'art. 4 della l. 122/89, secondo cui il Comune è autorizzato ad intervenire quale terzo datore dell'ipoteca sull'immobile a garanzia del mutuo."

L’ESPERIMENTO PILOTA DEL COMUNE DI MILANO

"E' con particolare piacere che ho accolto l'invito del Comitato Regionale Notarile Lombardo a partecipare a questo Convegno, dal quale l'amministrazione Comunale di Milano si attende un qualificato contributo tecnico-giuridico per sviluppare il programma dei parcheggi.

Nel mio breve intervento cercherò di mettere in evidenza i problemi di merito ed in particolare lo stato di criticità della situazione della sosta.

Non rientra infatti nel mio ruolo di responsabile operativo la disamina degli aspetti più squisitamente giuridici della materia, che pure sono stati affrontati e approfonditi in sede di elaborazione dei provvedimenti comunali, con il concorso di esperti esterni.

Brevemente vorrei richiamare l'attenzione su alcuni dati, a partire da quelli delle autovetture immatricolate a Milano che, nell'ultimo anno, hanno superato la soglia del milione.

Se si pensa che nel 1984 se ne registravano 730.000 si ha idea del tasso di sviluppo della motorizzazione nella nostra città.

Vero è che non tutte queste auto circolano e sostano nella città, perché molte di esse si riferiscono ad aziende con sede legale a Milano ed operanti su tutto il territorio nazionale od a società di leasing con intestazioni di veicoli di cittadini ed aziende sia insediatesi a Milano che altrove.

Resta comunque elevato il numero di autoveicoli dei soli residenti che supera di molto le 500.000 unità a fronte di una popolazione di 1.300.000 abitanti.

La gran parte di questi veicoli sostano sul suolo pubblico ed elevato è il numero dei veicoli in sosta diurna e notturna irregolare.

Le cause prevalenti di questa situazione sono sostanzialmente riconducibili alla rilevante densità edilizia delle aree urbane ed all'assenza di aree parcheggio private e pubbliche al servizio della residenza.

Sono note anche le cause di questo fenomeno:

- Piani Regolatori che consentivano concentrazioni volumetriche oggi inaccettabili;

- L'assenza di qualsiasi obbligo di dotare la residenza di aree a parcheggio fino al 1968, anno di introduzione degli standard urbanistici.

Il Nuovo Codice della Strada, ponendosi il problema del miglioramento delle condizioni della circolazione stradale, ha stabilito all'art. 2 l'obbligo dell'eliminazione della sosta dalla rete stradale di scorrimento che per Milano comporterà la soppressione di circa 60.000 posti auto.

Gli uffici comunali stimano il fabbisogno di nuovi spazi-sosta per residenti in almeno 100/150.000 posti auto.

Un'adeguata risposta a questa criticissima situazione richiede una forte mobilitazione delle risorse private e pubbliche nonché normative e procedure snelle e flessibili.

Milano ha cominciato ad affrontare in modo organico il problema nel 1985. dotandosi di una normativa locale che consentiva la realizzazione di parcheggi residenziali nel sottosuolo di aree pubbliche a servizio del residenti e degli operatori della zona.

L'art. 1 di questa normativa stabiliva, per l'appunto, che il "Comune di Milano" concede di costruire nel sottosuolo di aree pubbliche box o posti macchina da destinare all'esclusivo godimento di persone fisiche e giuridiche che abbiano residenza anagrafica o esercitino in modo continuativo la loro attività in un ambito di influenza da determinarsi in rapporto alla specifica collocazione dell'autosilo.

Nell'art. 2 si disponeva che "l'autosilo" sarà costruito a totale cura e spese del concessionario, ivi comprese le spese per lo spostamento ed il ripristino delle condutture del servizi pubblici del sottosuolo che eventualmente risultassero interessati al lavori di costruzione.

In applicazione di questa normativa è stato varato un primo programma di parcheggi per residenti che è tuttora in corso di realizzazione.

Si è di recente sviluppata una seconda fase del programma e le relative iniziative dell'Amministrazione si sono dovute inquadrare nella nuova disciplina fissata dalla Legge 122 che si è rivelata più restrittiva rispetto a quella comunale.

Pur perseguendo entrambe le normative l'obiettivo di impedire la sosta delle auto sulle sedi stradali, la disciplina cambia su alcuni rilevanti punti.

Rispetto alla normativa comunale che legittimava l'assegnazione ai residenti ed agli operatori di un determinato ambito, l'art. 9 della Legge 122 limita l'assegnazione ai soli proprietari di unità immobiliare.

E' questo l'elemento di maggiore innovazione, perché esclude una quota rilevante della potenziale domanda: cioè i non proprietari siano essi residenti o operatori con esercizio di attività nella zona.

Un'altra innovazione riguarda il titolo giuridico di assegnazione, che nella normativa comunale era costituito dalla concessione amministrativa (concessione d'uso), mentre con la legge 122/89 si prevede l'istituto del diritto di superficie.

Seguendo la procedura tracciata dalla Legge 122, il Comune di Milano ha approvato il nuovo Programma Urbano Parcheggi, che prevede 65 nuovi siti ove realizzare box/posti auto col regime dell'art. 9 della legge 122/89.

E' ora in corso di approvazione del Consiglio Comunale la deliberazione che stabilisce i criteri per la cessione del diritto di superficie.

Questi criteri sono stati ovviamente fissati in piena aderenza alla Legge 122 ed in particolare all'art. 9.

I parcheggi possono essere realizzati da privati o da società anche cooperative, costituite fra i proprietari di unità immobiliari.

I parcheggi devono mantenere la loro caratteristica di pertinenza di unità immobiliari al servizio della residenza, ovvero dell'attività economica esercitata entro l'ambito del parcheggio.

Restano pertanto esclusi i soggetti, pur residenti o operatori con attività nell'ambito, che non risultino proprietari di unità immobiliare.

Questa esclusione non prevista dalla normativa comunale riduce di molto la potenziale domanda e quindi rischia di lasciare molti box senza assegnazione.

In tal caso si verificherebbe una situazione paradossale di posti auto vuoti mentre sulla strada rimarrebbero irrisolti i problemi della sosta irregolare, magari anche in seconda fila.

Si è posto quindi per l'Amministrazione il problema di disciplinare questa situazione.

La soluzione che si è individuata prevede che per i posti ancora liberi e non più suscettibili di assegnazione da parte dei superficiari, l'Amministrazione, ricorrendo all'istituto della retrocessione, rientri nella piena disponibilità dei box "residui" e li ceda in concessione d'uso ai residenti od operatori economici, che esercitano la loro attività nell'ambito d'influenza del parcheggio senza vincolo di pertinenzialità.

Questo meccanismo verrà disciplinato in sede di convenzione ed in tal senso i suggerimenti forniti nella relazione del Prof. Pallottino saranno un contributo prezioso nell'elaborazione del relativi provvedimenti.

L'orientamento assunto dall'Amministrazione poggia sulla ratio dell'art. 9 che si propone l'obiettivo di soddisfare le esigenze di liberare le strade dalla presenza delle macchine. Non prevedere alcuna forma di utilizzazione del posti che non si è potuto assegnare, contrasterebbe con la finalità di interesse pubblico di decongestionare le strade e le aree di superficie dalla sosta del veicoli.

La soluzione prefigurata, volta ad assicurare la totale assegnazione dei box/posti auto, non può quindi ritenersi in contrasto con la normativa vigente.

Un'ultima annotazione riguarda l'interpretazione a dare all'espressione "cooperative appositamente costituite".

La nostra convinzione è che in questo ambito possano rientrare anche le società e cooperative già costituite per altri fini, che modificano il loro Statuto in ottemperanza al comma 6° dell'art. 9 della legge 122/89.

Questa interpretazione porta ad allargare il campo del soggetti senza tuttavia giungere ad ammettere società o cooperative, che non sono in possesso del requisiti fissati dalla Legge". Dottor Giuseppe Cozza Direttore del Settore Trasporto, Traffico e Viabilità del Comune di Milano Il problema del cosiddetto "invenduto" che preoccupa non solo il Comune di Milano ma tutte le grandi città si pone in questi termini: i parcheggi costruiti in diritto di superficie, ai sensi del quinto comma dell'art. 9 della legge 122/89, ed invenduti, possono essere ceduti in regime di concessione d'uso in modo tale da affrancarli dal vincolo legale pertinenziale sottoponendoli ad un regime convenzionale più liberale?

Le soluzioni tecnicamente possibili sono le seguenti:

a - il Comune modifica preventivamente ed opportunamente il P.U.P. e, quindi, concede in uso l'"invenduto" allo stesso operatore che ha realizzato il manufatto in diritto di superficie, con possibilità di successiva cessione in regime di sub-concessione amministrativa;

b - eventuale compensazione del corrispettivo della concessione in uso con il costo dell'"invenduto" o con il corrispettivo per la costituzione del diritto di superficie;

c - previsione, a questo punto, di un rapporto pertinenziale più elastico regolamentato da apposita convenzione;

il Comune può prevedere, solo nella fase di formazione del P.U.P., la costruzione di parcheggi "misti" da concedere parte in regime di concessione d'uso e parte in diritto di superficie.

Le preferenze del Prof. Pallottino sono orientate verso la seconda soluzione sulla base della considerazione, rigorosa ma teoricamente ineccepibile, che le previsioni della Pubblica Amministrazione se correttamente adeguate alla realtà non devono generare il problema dell'"invenduto"; è facile però ipotizzare che le preferenze della Pubblica Amministrazione saranno orientate verso la prima soluzione dal momento che spesso la pianificazione territoriale si è mostrata incapace di individuare definitivamente e preventivamente gli obiettivi da raggiungere.

PARCHEGGI CONDOMINIALI IN USO ESCLUSIVO

 

Tentativo di classificazione della fattispecie in esame:

A) Diritto reale

Plausibilità o meno di assimilazione al diritto d'uso ex art. 1021 ss. c.c.

Proprietà "mascherata"

Servitù

Conseguenze

B) Diritto obbligatorio

Natura contrattuale

Cedibilità

Accessorietà

Conseguenze

C) Conclusioni

Devo confessare che l’interesse per il tema nasce da una ricerca di chiarimento personale iniziata, data la complessità della materia, con alcuni colleghi-amici. Molto spesso leggendo atti che contemplavano l'uso esclusivo di posti auto, od anche di spazi, per esempio, destinati a giardino, situati all'interno di un condominio, mi sono chiesto di che cosa si stesse parlando dal punto di vista squisitamente istituzionale.

Muoverò allora, facendola mia, da una premessa mutuata dallo studio del Consiglio Nazionale del Notariato sulla Legge 6 agosto 1967 n. 765. (1)

Quando si parla di "spazi destinati a parcheggio" occorre tener presente che questi possono distinguersi in tre categorie:

a) Parcheggi cosiddetti "liberi";

b) Parcheggi ai sensi della Legge 6 agosto 1967 n. 765 (Legge "ponte");

c) Parcheggi ai sensi della Legge 24 marzo 1989 n. 122 (Legge "Tognoli");

I Parcheggi liberi sono quelli costituiti dalle aree poste all'interno di un condominio che vengono destinate a parcheggio indipendentemente da un obbligo di legge.

Possono quindi consistere in aree destinate al servizio di edifici la cui licenza di costruzione sia stata rilasciata in data anteriore all'1 settembre 1967, ovvero di edifici preesistenti ristrutturati successivamente a quella data, essendo pacifico che l'obbligo di destinazione a parcheggio riguarda soltanto le nuove costruzioni e non anche le ristrutturazioni. Rientrano inoltre in queste categorie anche tutte le aree destinate a parcheggio oltre gli standard previsti dalla legge.

II Parcheggi previsti dalla Legge "ponte" sono quelli costituiti da quegli spazi che devono essere necessariamente destinati a parcheggio per gli edifici la cui licenza di costruzione sia stata rilasciata dopo l'1 settembre 1967, data di entrata in vigore della Legge 6 agosto 1967 n. 765, che con l'art. 18 ha aggiunto l'art. 41 sexies alla Legge 17 agosto 1942 n. 1150.

III Parcheggi ai sensi della Legge Tognoli sono quelli che i proprietari di edifici già costruiti possono realizzare per destinarli al servizio delle singole unità immobiliari. Essi sono legati da un vincolo inderogabile di destinazione e non possono essere alienati separatamente dall'unità immobiliare al cui servizio sono inderogabilmente destinati.

Sono questi, quindi, gli spazi a parcheggio meno "disponibili" per la contrattazione privata.

Onde consentire una più semplice ed immediata individuazione della fattispecie che si vuole inquadrare, muoverò la mia analisi dalla prima categoria di parcheggi, vale a dire dai c.d. parcheggi "liberi", fermo restando che le conclusioni che se ne trarranno si potranno anche applicare ai due altri tipi di categorie.

Dicevo in premessa del mio personale disagio ogni volta in cui mi trovo in presenza di atti contenenti disposizioni inerenti "posti auto", od altri spazi (quali giardini, porzioni di cortile ecc.), in uso esclusivo; disagio nella qualificazione dell'istituto in esame. Infatti, come prima cosa, ci si deve domandare se siamo in presenza del diritto d'uso ex art. 1021 ss. del C.C., vale a dire di uno dei diritti reali tipici di godimento su cosa altrui o di qualche altro istituto, in quanto la prima soluzione apparirebbe come la più ovvia. Non può però non saltare all'attenzione il fatto che l’ "uso" ex art. 1021 C.C. si estrinseca nel diritto, per il soggetto titolare, di servirsi di una cosa (e, se fruttifera, di raccoglierne i frutti) per quanto occorra ai bisogni suoi e della sua famiglia, e quindi sia molto circoscritto come ambito soggettivo. Inoltre, a mente dell'art. 1024 C.C., il diritto d'uso non si può cedere o dare in locazione, così come la durata dello stesso, a mente dell'art. 979 C.C. richiamato dall'art. 1026 C.C., non può eccedere la vita del titolare, se persona fisica, o trenta anni, se persona giuridica.

A mio avviso occorrerà capire se effettivamente, nell'originario contratto che le parti hanno posto in essere, era intendimento dei contraenti dar vita ad una costituzione di diritto reale d' "uso", qualificato come diritto reale tipico; perché in tal caso non potremo validamente stipulare un atto di cessione così come per una nuova costituzione in favore di un nuovo soggetto occorrerà far capo al od ai titolari della nuda proprietà (ad esempio o al costruttore che se ne è riservato originariamente la proprietà, od ai condomini nel caso in cui si tratti di un bene condominiale). Quand'anche si possa prendere in considerazione una figura atipica di diritto d' "uso", mi sembra che le norme che prevedono il divieto di cessione e la durata massima del diritto, abbiano carattere imperativo e quindi siano inderogabili.

Ritengo pertanto che, pur dando anche ampio spazio alla interpretazione del contratto, difficilmente ci si possa costantemente trovare in presenza del tipico diritto reale d' "uso". In molti casi infatti il termine attiene più alla destinazione del bene che alla qualificazione del diritto.

Ritengo quindi che si debbano percorrere altre strade ed esplorare diverse soluzioni.

Volendo rimanere nel campo dei diritti reali mi domando se quando ci si trova in presenza di un "Diritto d'uso esclusivo e perpetuo", non ci si possa trovare invece in presenza più di una proprietà direi "mascherata", laddove non sia individuabile la volontà dell'alienante di conservare la nuda proprietà o, nel caso in cui si potesse optare per la nuda proprietà condominiale, la perpetuità e la impossibilità di fatto di un qualsiasi utilizzo da parte degli altri condomini non comprima così tanto la nuda proprietà sino ad annullarla completamente.

Nel caso in cui invece sia precisamente individuabile un proprietario dello spazio destinato a parcheggio o nel caso in cui la proprietà dello stesso sia inopinabilmente riconducibile al condominio potendone comunque, anche se solo parzialmente, goderne tutti i condomini, (ad esempio quando, in assenza di automezzi parcheggiati, gli altri condomini possono attraversare gli spazi destinati a parcheggio in uso esclusivo) ritengo che l'istituto in esame sia più correttamente qualificabile quale diritto di "Servitù" nel quale: il fondo servente è lo spazio destinato a parcheggio, il fondo dominante è l'unità immobiliare il cui titolare può godere del diritto, ed il peso imposto consiste nella facoltà esclusiva di parcheggiare l'automezzo; rimane il requisito dell'appartenenza dei due fondi a diversi proprietari. A questo punto la prima osservazione che può essere sollevata è quella di conciliare tale costruzione con il principio che "nemini res sua servit".

Tale osservazione, che rientra nel più grande ambito dei rapporti fra proprietà comune e proprietà esclusiva, risulterebbe ormai superata sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza (2). Infatti già da tempo alcuni autori, pur circoscrivendola a casi ben precisi, ammettevano tale possibilità (anche Biondi (3) è favorevole alla possibilità di costituire servitù tra fondo comune e fondo proprio: "Il principio "nemini res sua servit" non sarebbe di ostacolo dato che i due fondi non si trovano nella stessa situazione rispetto al medesimo soggetto, per cui per poter esercitare nel fondo comune facoltà maggiori di quelle normalmente concessegli sarebbe necessario far riferimento alle servitù" - Proto (4): "Invero se si riconosce sussistere una distinzione ben precisa tra fondo comune e fondo esclusivo, non solo in ordine alla materialità dei beni, ma anche e soprattutto in ordine alla titolarità, non si vede per qual ragione non si debba ammettere astrattamente la configurabilità della servitù").

In verità il limite di tale soluzione, a mio avviso, risulterebbe essere quello di aver creato volontariamente, senza quindi alcuna imposizione di legge, un vincolo indissolubile fra fondo dominante (appartamento) e fondo servente (spazio destinato a parcheggio) e ne conseguirebbe quindi l'impossibilità di una autonoma cessione del diritto.

Configurare tale diritto, come dianzi esposto, quale diritto reale ne fa conseguire una piena ed eventualmente anche autonoma trascrivibilità nei registri immobiliari, mentre dal punto di vista fiscale troverà applicazione l'art. 1 della Tariffa parte prima del DPR 26 aprile 1986 n. 131.

Volendo invece spostarsi sul piano obbligatorio, per la qualificazione del diritto d'uso, ci si prospettano due tipi di soluzioni a seconda che il proprietario dello spazio di parcheggio sia un singolo soggetto, nella quale ipotesi avremo una mera obbligazione derivante da un contratto che, a seconda dei casi, potrà essere ad esempio qualificato di affitto o di comodato, oppure che proprietario dello spazio di parcheggio sia il condominio, nel qual caso si rientra nell'ambito dei rapporti fra regolamento di condominio ed oneri reali.

Purtroppo non possiamo dilungarci in quest'ultima problematica, mi limiterò in questa sede ad evidenziare come entrambe le soluzioni comportino la impossibilità di un'automatica cessione della posizione contrattuale da parte dell'originario contraente titolare del diritto d'uso, in quanto occorrerà comunque: il consenso dell'originario contraente titolare dello spazio di parcheggio, nel caso di proprietario individuale, mentre nel caso di proprietà condominiale necessiterà, o l'approvazione dell'assemblea del condominio o, secondo parte di dottrina, il consenso, negozialmente espresso, di tutti i condomini.

Per quanto attiene invece all'aspetto pubblicitario conseguente alla qualificazione del diritto d'uso esclusivo, quale diritto obbligatorio, ritengo che nell'ipotesi di obbligazione nascente dall'accordo fra due parti, utilizzatore e singolo proprietario, non vi sia la possibilità di trascrivere l'accordo stesso nei Registri Immobiliari (salvo che siano convenuti periodi di utilizzo ultranovennali); nel caso invece in cui proprietario dello spazio di parcheggio sia l'intero condominio, sempre ammessa la possibilità di trascrizione nel caso di periodi ultranovennali, occorrerà rifarsi alla dottrina ed alla giurisprudenza più recenti, anche se l’ammissibilità di una pubblicità nei RR.II. è stata ammessa per il caso in cui i regolamenti condominiali prevedano oneri reali a carico di proprietà individuali ed in favore degli altri condomini.

Dal punto di vista fiscale non troverà invece applicazione l'art. 1 della tariffa parte prima del DPR 26 aprile 1986 n. 131 ma l'art. 5.

Infine, ritornando per un attimo alle altre categorie di parcheggi, quali quelli previsti dalla c.d. legge "ponte" mi limiterò esclusivamente a dire che alla luce dei recenti orientamenti della Corte di Cassazione (che ha sancito il principio della libera alienabilità del diritto di proprietà, indipendentemente dalla titolarità del diritto di utilizzazione nonché il diritto esclusivo di utilizzazione da parte di coloro che (proprietari o inquilini) dimorano abitualmente nell'edificio di cui gli spazi costituiscono pertinenza, arrivando a prevedere una integrazione "ope legis" dei contratti che comportino una sottrazione della superficie di parcheggio alla sua inderogabile destinazione prevedendo però, al fine del rispetto del sinallagma contrattuale, un corrispettivo da corrispondere al titolare dello spazio di parcheggio), tornerà utile la disamina iniziale al fine di individuare il proprietario avente titolo per la cessione o comunque l'avente diritto all'indennizzo conseguente all'utilizzo esclusivo.

In conclusione, mentre in fase interpretativa, a posteriori, può risultare difficile una qualificazione dell’ "uso esclusivo" del parcheggio all'interno di un condominio, la costituzione ex novo di tale diritto deve consigliare la massima attenzione nella confezione dell'atto e la corretta qualificazione istituzionale del diritto. Antonio Marsala notaio in Sesto S. Giovanni Note

(1) Studio 14 settembre 1990 n. 293 approvato dal CNN.

(2) Cass. Sez. 2 Sent. 05770 del 22 novembre 1985 - Il principio "nemini res sua servit" trova applicazione soltanto quando un unico soggetto è titolare del fondo servente e di quello dominante e non pure quando il proprietario di uno di essi sia anche comproprietario dell'altro, giacché in tal caso, l’intersoggettività del rapporto è data appunto dal concorso di altri titolari del bene comune.

(3) Biondi, in "Servitù reciproche, servitù in faciendo, oneri reali ed obbligazioni propter rem, in Giur. it. 1952, I, 1, 29.

(4) Proto, in Riv. del Notariato "XL" Parte I.

 

 

Interviste del lunedì

a cura di Pierluigi Scalamogna

Tribunale di Milano

Art. 2484 C.C.

Convocazione assemblea di S.r.l. – utilizzo telefax – limiti

L’assemblea straordinaria di una S.r.l. nel modificare il proprio statuto ha inserito la possibilità di convocare l’assemblea anche mediante telefax.

Il Tribunale ha sospeso l’omologazione della delibera ritenendo che la clausola contenente tale modalità di convocazione debba anche prevedere che il numero di telefax risulti dal libro soci.

Il Tribunale conferma il suo orientamento recentemente ribadito (massime divulgate nel giugno 1997) secondo il quale è ritenuta legittima "la clausola che preveda per la spedizione dell’avviso la scelta di un sistema di comunicazione diverso dalla raccomandata, purché assicuri il tempestivo ricevimento dell’avviso di convocazione (ad esempio il fax), con la precisazione che questo sistema deve trovare riscontro in dati di riferimento riportati nel libro soci".

Legge n. 196/1997 art. 2 lett. a

Oggetto sociale – fornitura di lavoro temporaneo – capitale sociale minimo

L’assemblea straordinaria di una S.r.l. ha deliberato la modifica dell’oggetto sociale, inserendo nello stesso la "fornitura di lavoro temporaneo ex legge n. 196 del 1997" e il contestuale aumento del capitale sociale a Lire 1.000.000.000 con sottoscrizione dello stesso limitatamente a Lire 200.000.000.

Il Tribunale di Milano ha sospeso l’omologazione della delibera sostenendo che il capitale sociale delle società aventi per oggetto la fornitura di lavoro temporaneo non possa essere inferiore a Lire 1.000.000.000 ai sensi dell’art. 2 lett. a della legge n. 196 del 1997, il che comporta che per tale importo il capitale debba essere sottoscritto.

Art. 2495 c.c. – Art. 2441 c.c.

Assemblea straordinaria di S.r.l. non totalitaria – abbattimento del capitale sociale per copertura perdite e sua contestuale ricostituzione – integrale sottoscrizione da parte dei soli soci presenti - limiti

Il Tribunale di Milano ha sospeso l’omologazione della delibera di un’assemblea straordinaria di S.r.l. avente ad oggetto l’abbattimento del capitale sociale per perdite e la ricostituzione dello stesso nella sua originaria consistenza con integrale sottoscrizione da parte dei soli soci presenti, senza che nulla si prevedesse con riferimento al socio assente.

La ragione della sospensione è stata rinvenuta nella necessità di salvaguardare il diritto di opzione del socio assente. Il Tribunale, peraltro, ha precisato che in tale ipotesi i soci presenti possono sottoscrivere integralmente l’aumento deliberato, purché sia garantito al socio assente l’esercizio del diritto di opzione a lui spettante.

Correttamente il Tribunale ha ritenuto che il diritto di opzione spettante al socio assente debba essere comunque salvaguardato. Analogamente, secondo il Tribunale di Bologna: "E’ omologabile la delibera di ripianamento delle perdite e ricostituzione del capitale sociale in cui un socio, dichiarando di voler esercitare il diritto di prelazione sulle quote eventualmente inoptate da parte di uno o più altri soci, provveda a sottoscrivere (oltre al proprio) anche per tale parte l’aumento di capitale (e a coprire le perdite) ed a versare immediatamente il residuo corrispondente importo, sottoponendo la definitiva acquisizione (ad opera della società) delle relative somme alla condizione risolutiva negativa del mancato esercizio in termine del diritto di opzione spettante ai soci" (massima recentemente divulgata).

DELIBERA CICR

Finanziamento soci con obbligo di rimborso – limiti

Il Tribunale di Milano ha sospeso l'omologa di un’assemblea straordinaria di S.r.l. che, nell’adottare un nuovo testo di statuto, ha inserito la seguente clausola:

" La società ha inoltre facoltà, nei limiti e alle condizioni stabilite dalle norme in vigore, di chiedere ai propri soci finanziamenti a titolo oneroso o gratuito con obbligo di rimborso".

La sospensione è stata motivata sostenendosi che nel caso di specie occorra precisare che il finanziamento dei soci con obbligo di rimborso debba avvenire "nel rispetto della legge (delibera C.I.C.R.)"

La sospensione in oggetto deriva, probabilmente, da una svista, non comprendendosi quale differenza possa rinvenirsi tra l’osservanza dei limiti e delle condizioni stabilite dalle norme in vigore ed il "rispetto della legge".

Art. 2475 c.c.

S.r.l. - oggetto sociale – genericità ?

E’ stato sospesa l’omologa di un atto costitutivo di S.r.l. che, con riguardo all’oggetto sociale, prevedeva quale clausola di chiusura: "La società potrà inoltre assumere, concedere e dismettere aziende in locazione; assumere, riconcedere, concedere, dismettere rappresentanze di case nazionali ed estere; ottenere e sfruttare concessioni, licenze, marchi e brevetti di ogni genere e specie ".

Il Tribunale ha ritenuto che l’oggetto, così come formulato, contenesse profili di genericità inammissibili.

La sospensione in oggetto appare non chiara; probabilmente il Tribunale ha ravvisato il profilo di genericità inammissibile nella previsione della possibilità, per la società, di "ottenere e sfruttare concessioni, licenze, marchi e brevetti di ogni genere e specie" che potrebbe permettere alla società stessa di modificare di fatto il proprio oggetto a proprio piacimento e senza modificare lo statuto.

Art. 2497 c.c.

S.r.l. – delibera di scioglimento – nomina liquidatori con firma disgiunta- inammissibilità

Non è omologabile la delibera di assemblea straordinaria di S.r.l. che, sciogliendo la società e nominando due liquidatori, attribuisca agli stessi il potere di compiere tutti gli atti inerenti alla liquidazione con firma disgiunta.

Il Tribunale di Milano conferma nuovamente il suo orientamento ormai consolidato (Cfr. massime del 1972 e del 1976 ) secondo cui : "Due o più liquidatori formano un consiglio di liquidazione" e " in caso di collegio di liquidatori, la previsione della loro attività disgiunta non è reputata legittima" (conformi gli orientamenti dei tribunali del Triveneto)

Art. 2516 c.c. – Art. 2364 co. 2 c.c.

Soc. Coop. a r.l. – Assemblea ordinaria – convocazione – sei mesi dalla chiusura dell’esercizio sociale – inammissibilità

Il Tribunale di Milano ha sospeso l’omologa di una delibera dell’assemblea straordinaria di una società cooperativa a responsabilità limitata portante la seguente clausola:

"L’assemblea ordinaria è convocata dal Consiglio di Amministrazione ogni anno entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio sociale".

Detta clausola è stata ritenuta inammissibile come previsione generale.

La clausola appare chiaramente illegittima in quanto proposta come clausola generale e, come tale, contrastante con l’art. 2364 co. 2 c.c..

E’, infatti, solo la presenza di particolari esigenze che legittima un differimento del termine (A tale riguardo, si sottolinea che il tribunale di Milano ammette che in statuto possa farsi generico riferimento alle "particolari esigenze")

Art. 2388 c.c.

S.p.A. – deliberazioni del consiglio di amministrazione – quorum

L’assemblea straordinaria di una S.p.A. ha modificato il proprio statuto nella parte relativa al consiglio di amministrazione prevedendo che:

Il consiglio sia composto da un numero variabile di membri, da tre a sette.

Le delibere del consiglio siano validamente adottate con la presenza di almeno tre membri ed il voto favorevole della maggioranza assoluta dei presenti.

Il Tribunale ha evidenziato l’incongruenza delle due disposizioni, in quanto nell’ipotesi di consiglio di tre membri risulterebbe richiesto un quorum costitutivo totalitario, mentre, nell’ipotesi di consiglio di sette membri, il quorum costitutivo sarebbe inferiore a quello tipico ex art. 2388 c.c..

Il Tribunale di Milano conferma le proprie opinioni sulle norme relative al quorum costitutivo richiesto per la validità delle delibere del consiglio di amministrazione.

Esso, infatti, rileva come le clausole in esame comportino le seguenti conseguenze:

in caso di consiglio composto a tre membri, sarebbe sempre necessaria la presenza di tutti i membri;

in caso di consiglio composto da sette membri, sarebbe sufficiente la presenza di un numero di membri inferiore a quello richiesto dall’art. 2388 co. 2 c.c..

Con riguardo alla prima ipotesi, il Tribunale ha già altre volte ritenuto inammissibile una clausola siffatta in quanto contraria ai principi di funzionalità ed efficienza che devono informare l’attività dell’organo; relativamente alla seconda ipotesi essa risulta palesemente in contrasto con quanto previsto dall’art. 2388 co. 1 c.c.

Attività sindacali  

SINTESI DEL VERBALE DELLA RIUNIONE DELL’ASSEMBLEA DEI DELEGATI DEL 27 NOVEMBRE 1997

 

Il giorno ventisette novembre millenovecentonovantasette, in una sala dell’Hotel Hilton a Roma, si è riunita l’assemblea dei delegati di Federnotai, alle ore dieci e trenta.

Sono presenti dunque tutti i componenti della Giunta ad eccezione del Presidente Prevete: Saggio, Macchiarelli, Bissatini, Marchetti, Grilli e Bassetti. Sono inoltre presenti Berionne, Porceddu, Piccinetti e La Gioia per il Lazio; Amato e De Stefano per la Lombardia; Di Iorio, Cimmino e Di Transo per la Campania; Lopez per la Calabria; Colangeli per le Marche; De Biase per la Puglia; Corsaro e Vigneri per la Sicilia; Montalti per l’Emilia.

In assenza di Prevete viene designato alla presidenza dell’assemblea il segretario Bassetti.

ASSICURAZIONI- Marchetti introduce il primo argomento all’ordine del giorno, la questione delle assicurazioni. Informa che è oramai imminente la disdetta da parte di Previdente, legata sia all’accresciuta sinistrosità nel settore, e più precisamente al superamento del rapporto convenzionato tra premi e sinistri riservati sia, forse in misura maggiore, alla ristrutturazione che sta attraversando quel gruppo assicurativo, orientato a considerare non sufficientemente remunerativo il ramo della responsabilità civile professionale. Il broker è già al lavoro per trovare il sostituto e i contatti avuti inducono all’ottimismo: sarebbe pronta ad assumere il ruolo di capogruppo una compagnia svizzera, che ha anche il vantaggio di una pregressa esperienza nel campo notarile e che presenta ottime garanzie di affidabilità. Per seguire da vicino gli sviluppi la Giunta ha già fissato un appuntamento con la Presidente della Nikols, Letizia Moratti, per il giorno 5 dicembre. Marchetti, ipotizza che, al di là delle questioni contingenti, la polizza è forse destinata ad avere sempre vita tormentata se non si accetta l’idea di un livello di premi diverso. Infine relaziona su una diversa questione, nello stesso settore: da alcuni anni il broker invia il sinistro al responsabile di zona che si fa carico di un pre-esame, a tutela pratica e psicologica del notaio interessato. Pare che però alcuni colleghi non gradiscano che il sinistro sia reso noto, sia pure al solo responsabile di zona. Marchetti ritiene opportuna una delibera di Federnotai sul tema.

Amato esprime la propria contrarietà a una delibera sino a che, perlomeno, non si sia formato un numero cospicuo di colleghi contrari alla prassi seguita dal broker. Nel frattempo, secondo lui, chi sottoscrive la polizza accetta integralmente le clausole che la compongono, le quali non possono non tenere in maggior conto l’interesse del gruppo rispetto a quello del singolo.

Prendendo spunto da quanto dirà il Presidente nel suo discorso, ritorna in primo piano la discussione sull’impostazione ideologica sotteso alla polizza stipulata da Federnotai. E’ ancora giusto il fondamento solidaristico? Tra i più vivaci nel contestarlo è Di Iorio il quale, preceduto e seguito da altri interventi, sostiene che l’esperienza dimostri come la polizza sia stata un comodo paravento per chi lavora male ed abbia invece costretto i notai diligenti a un continuo aumento annuale dei premi. La sensazione è che i tempi siano maturi per alcune innovazioni sostanziali nella struttura della polizza.

RINNOVO CASSA NAZIONALE- Macchiarelli espone la ferma richiesta di un’applicazione sostanziale dell’articolo 14, che impone la rotazione delle cariche all’interno dell’organo istituzionale, tanto più ritenuta necessaria nel caso specifico, dato che Federnotai è del parere che i criteri di conduzione della Cassa vadano rivisti. Egli dà lettura di una delibera da sottoporre a tutte le associazioni dei delegati che dovrebbero farla propria e divulgarla in vista dell’elezione. Nel progetto di delibera, fra l’altro, ci si richiama alla conclusioni raggiunte dai docenti invitati al convegno dell’Adep che hanno sottolineato la necessità di passare, nell’amministrazione delle casse privatizzate, da una gestione conservativa a una incrementativa. Dopo alcuni interventi che rilevano l’opportunità di proporre un ordine del giorno di eguale contenuto anche per la commissione cassa del Congresso nazionale, l’assemblea a voti unanimi approva la proposta di delibera.

REGOLAMENTO DEI CONGRESSI- Amato sottolinea l’importanza della questione riguardante l’approvazione del nuovo regolamento dei congressi e invita l’assemblea a prendere posizione sul tema. Ferve la discussione se votare contro a favore un regolamento che da un lato è pur sempre migliorativo di quello precedente ma dall’altro è assai lontano dalle richieste di Federnotai e dalle conclusioni raggiunte a Stresa, dove si decise di mettere mano alla riforma. La proposta decisiva proviene da Di Transo; votare a favore ponendo due condizioni pregiudiziali: l’eliminazione dei quorum che rendono difficoltosa l’emendabilità, una sorta di autoblindatura, e l’introduzione di una disciplina che renda effettivo e concreto il principio di preparazione adeguata dei lavori delle commissioni, introdotto solo dalla previsione di una nomina delle commissioni anticipata al mese di febbraio. L’idea viene apprezzata dall’assemblea che l’approva all’unanimità. Si presenterà in tal senso anche un emendamento alla commissione consiglio del Congresso.

TRANELLI TIROLESI-Prende la parola La Gioia il quale informa dell’esistenza di una circolare dell’Associazione Casse Rurali della Provincia Autonoma di Bolzano nella quale si invitano le associate a stipulare contratti di finanziamento con garanzie ipotecarie su beni immobili siti in territorio italiano dotato del sistema tavolare con autenticazione da parte dei notai austriaci, che fa seguito a una legge con la quale si prevede che gli originali delle scritture private autenticate in Austria, da valere in Italia e per i quali è previsto l’obbligo dell’intavolazione, sono esclusi dall’obbligo del deposito presso i notai italiani. Tale innovazione crea una slabbratura nel sistema unitario della pubblicità immobiliare. L’assemblea concorda con La Gioia circa la necessità che il Cnn si adoperi per l’abrogazione di tale norma e decide pertanto di proporre e votare una delibera in tal senso nella Commissione varie del Congresso.

SIETE SUL SITO- Grilli introduce l’argomento informatico. Presenta rapidamente una sua relazione, distribuita ai presenti, nella quale si dà conto, oltre che dei risultati sinora ottenuti, dei corsi di alfabetizzazione che Federnotai, con il concorso dei contributi Cee, si appresta a varare. Quindi cede la parola al consulente ingegner Bernardi, che presenta il sito Internet, illustrandolo in tutte le sue parti.

CONGRESSO DI FEDERNOTAI- Di Transo sviluppa una relazione sull’impostazione, enuncia le potenzialità e i rischi del percorso che si intende seguire, per il quale peraltro ritiene che i tempi siamo maturi. Secondo Di Transo bisognerà far venire alla luce ciò che scientemente nel congresso precedente era stato lasciato in ombra. Il massaggio dovrà essere che il notaio ha le energie per essere l’elemento propulsore della contrattazione privata. La concorrenza non dovrà essere vista solo come un diritto del professionista: il concetto elaborato a livello europeo è che i soggetti della concorrenza non sono i colleghi ma soprattutto gli utenti. A cura di Remo Bassetti

LE CASSE PREVIDENZIALI PRIVATIZZATE

Il Convegno A.d.E.P.P.

 

Il 9 ottobre 1997 si è tenuto in Roma il Convegno su "Le Casse previdenziali privatizzate" organizzato dall’A.d.E.P.P. - Associazione degli Enti Previdenziali Privati cui aderiscono dodici Casse Previdenziali privatizzate.

L’associazione è presieduta dal collega Prospero Mobilio, anche Presidente della Cassa Nazionale del Notariato, la quale ha dato un contributo determinante per l'organizzazione e la buona riuscita del Convegno, come tutti gli i intervenuti hanno riconosciuto e sottolineato.

Il Convegno, introdotto dal prof. Andrea Monorchio, Ragioniere Generale dello Stato, è stato di apprezzabile livello sia per la qualità dei relatori sia per la concretezza delle relazioni.

Prescindendo dalle relazioni più strettamente tecniche sul quadro normativo dell’autonomia delle Casse privatizzate (trattato dal prof. Massimo Luciani) e sul sistema sanzionatorio ed il regime fiscale degli Enti Previdenziali privatizzati (trattati rispettivamente dal prof. Francesco Paolo Rossi- e dal prof. Andrea Fedele), le relazioni di più immediato interesse in una prospettiva sindacale sono state quelle svolte dal prof. Maurizio Dall’Occhio e dal prof. Giulio Prosperetti.

Il prof. Dall’Occhio ha trattato il tema "La gestione del patrimonio degli Enti privatizzati" con esposizione agile ed immediata, evitando il ricorso ad eccessivi "tecnicismi" ed evidenziando innanzitutto la necessità del cambiamento di mentalità nella gestione del patrimonio delle Casse privatizzate.

Infatti, se fino a cinque o dieci anni fa, l’amministrazione del patrimonio di un Ente Previdenziale poteva limitarsi ad una gestione conservativa (amministrare = conservare), nella realtà attuale in cui le contribuzioni non sono più sufficienti, come lo erano in passato, a pagare le prestazioni previdenziali - l'amministrazione non può limitarsi alla conservazione, ma deve essere gestione ottimale di un patrimonio che tenda ad incrementare il patrimonio stesso (amministrare = gestire ed incrementare).

Gli Enti Previdenziali privatizzati dovrebbero quindi prepararsi ad una collocazione ottimale delle proprie risorse, non trascurando nessuno degli strumenti che il mercato può offrire, e ciò presuppone non solo decisioni politiche che non possono non essere influenzate dalle finalità degli Enti in questione, ma anche la necessità di profonde competenze dirette o indirette (ossia acquisite attraverso consulenti) in quanto si va incontro a situazioni di rischio sconosciute in passato.

Il prof. Dall'Occhio ha poi anche fornito indicazioni concrete in ordine alla politica degli investimenti, distinguendo la gestione dei valori mobiliari da quello dei valori immobiliari.

La prima (gestione dei valori mobiliari) esige innanzitutto analisi precise delle componenti che il mercato finanziario offre in funzione di un equilibrato rapporto rischio-rendimento. Si tratta di un settore che richiede grande esperienza e conoscenze specialistiche, che vanno ben al di là delle possibilità delle strutture organizzative delle singole Casse.

Ne derivano alcune conseguenze:

- 1) necessità di delegare la gestione mobiliare a organismi esterni di grande e riconosciuta professionalità. fissando preventivamente le soglie di rischio e stimolando anche la concorrenza tra i diversi gestori;

- 2) controllo interno delle gestioni per verificarne gli andamenti e lo rispondenza alle previsioni del gestore;

- 3) possibilità di sostituire il gestore che non garantisce il conseguimento dei risultati previsti: in altre parole sfruttare lo concorrenza per ottenere sempre migliori rendimenti.

Per quanto riguarda poi la gestione dei valori immobiliari, i quali in passato hanno garantito rendimenti piuttosto bassi, secondo il prof. Dall’Occhio va evitato innanzitutto il degrado del patrimonio immobiliare, in quanto un immobile degradato rappresenta un valore non (facilmente) spendibile, mentre un immobile costituisce tanto più un valore quanto più esso è (facilmente) trasferibile. Va pertanto attuata anche una seria politica di selezione degli immobili, alienando quelli scarsamente redditizi o addirittura "passivi", non senza però tener conto dell’andamento del mercato (non si può pensare di alienare proficuamente in un momento, quale quello attuale, di crisi del mercato immobiliare).

Anche per lo gestione immobiliare occorrono quindi competenze specialistiche. Se tali competenze mancano all'interno della struttura organizzativa delle Casse privatizzate, anche in questo settore bisogna delegare all'esterno ad organismi di grande e riconosciuta professionalità, almeno fino a quando le competenze necessarie non si maturino all'interno della strutture delle Casse.

In sostanza nella relazione del prof. Dall'Occhio si ritrovano posizioni già espresse da tempo dal Sindacato, e questo motiva la maggiore attenzione riservata alle sue considerazioni.

Particolarmente interessante è stata anche la relazione del prof. Prosperetti , il quale - pur sottolineando le differenze tra il sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti e quello dei liberi professionisti - ha evidenziato che in futuro la previdenza integrativa (attualmente il secondo pilastro del sistema previdenziale essendo il principale rappresentato dalla previdenza obbligatoria) è destinata a soppiantare proprio la previdenza obbligatoria. In questo contesto le Casse privatizzate possono e debbono svolgere un ruolo importante, ed in quanto Enti rappresentativi di categoria (come gli Ordini) potrebbero costituire direttamente un fondo-pensione.

Grossi ostacoli derivano però dall’incertezza dell’attuale quadro normativo.

La necessità che la previdenza integrativa venga attuata direttamente dalle Casse privatizzate è stata sostenuta anche in altri interventi. E' stato in particolare sottolineato che in tal modo le Casse verrebbero a gestire un sistema previdenziale completo e che la previdenza complementare gestita dalle Casse, oltre che sortire effetti benefici per i singoli, costituirebbe anche strumento di coesione tra le varie categorie professionali.

In conclusione, il Convegno è stato nel suo complesso utile in quanto - come affermato anche dal prof. Matteo Dell’Olio nella sua relazione di sintesi - ha rappresentato un momento importante sul piano e politico e culturale, essendo stato non

solo una prima riflessione completa sulla privatizzazione delle Casse dei liberi professionisti, ma avendo anche evidenziato la necessità di un'azione comune tra le diverse Casse (forse ancora non consapevoli pienamente della loro forza collettiva) e quanto questo azione comune sia indispensabile e determinante per il completo riconoscimento, anche ai più alti livelli, della categoria dei liberi professionisti come autonoma parte sociale.

  Pasquale Macchiarelli

notaio in Casalnuovo di Napoli