LE FINESTRE SUL CORTILE
di Franco Cavallone
Ottobre 2006
In occasione del XLII Congresso Nazionale, Federnotizie ha deciso di fare un omaggio ai nostri lettori: un unico volumetto comprensivo di tutte le "Finestre sul cortile" a cominciare dal maggio 1991 quando venne istituita la rubrica.
È quindi evidente che si tratta, in realtà, di un omaggio a Franco Cavallone, scomparso prematuramente.
Per ì lettori abituali del giornale siamo certi che si tratterà di una piacevole occasione per rileggere quei gustosissimi interventi.
Per i giovani che ne hanno letti solo alcuni degli ultimi, sarà interessante riscoprire i primi.
Per coloro che non li hanno mai letti, sarà sicuramente una grande sorpresa conoscere quegli articoli che sono un magistrale miscuglio di ironia e di serie riflessioni, di puro divertimento e di importanti considerazioni, ancora oggi attuali.
MAGGIO 1991
Con questo numero si inaugura una nuova rubrica "La Finestra sul cortile" affidata alla penna e all'estro di Franco Cavallone.
La finestra è la nostra da cui possiamo affacciarci per guardare sul cortile dove passiamo e sostiamo, ma anche dove passano e sostano i nostri clienti.
Un modo come un altro per guardare dentro noi stessi e dentro il mondo in cui viviamo, magari con un po' di distacco e di sottile (auto) ironia. Franco Cavallone, per chi non lo conosce, è collega ed è stato fra i fondatori di LINUS, ne è rimasto a lungo redattore e tuttora saltuariamente vi collabora. Ha curato la pubblicazione di numerosi volumi di fumetti e di letteratura. Ha collaborato in qualità di traduttore, lettore e consulente con le maggiori case editrici italiane, con la RAI-TV, con Garinei e Giovannini. Suoi scritti sono apparsi su GIORNI-VIE, NUOVE, L'ESPRESSO, TEMPO ILLUSTRATO, INTERNI, PRIMA COMUNICAZIONE e altri periodici. Ha pubblicato su L'UNITÀ cronache teatrali e recensioni di mostre. Ha scritto il capitolo sul notaio nel volume collettaneo LA MIA PROFESSIONE, edito da Laterza nel 1986.
Un amico mi telefona e fissa l'appuntamento per un suo collaboratore che ha bisogno di "un consiglio". Emerge poi che costui ha avuto la sventura (relativa) di perdere uno zio vedovo e senza prole. Quindi è venuto per affidarmi proditoriamente una pratica di successione bella e buona, della quale avrei fatto volentieri a meno. C'è proprio tutto: un testamento da pubblicare, con il quale il de cujus lo favorisce in modo spudorato nei confronti di una sorella superstite e di altri nipoti; una cassetta di sicurezza da aprire, per inventariarne il contenuto, presso una delle più remote agenzie di quell'istituto bancario che le definisce "punti di vendita"; addirittura una preliminare tardiva denuncia di successione, omessa a suo tempo, in morte della moglie, scomparsa qualche anno prima e cointestataria di certi titoli. Un classico. Manca solo, per fortuna, il temibile minore che renderebbe obbligatoria la procedura di inventario dell'eredità beneficiata. Il mio interlocutore, compunto e compiaciuto al tempo stesso, ignora la mia evidente mancanza di entusiasmo e si aggrappa a me, forte del suo buon diritto e della sua raccomandazione. Mi traguarda nervosamente e dice:
"Sa, l'importante è non farsi pelare". Più che un convinto apprezzamento della mia presumibile onestà, appare un esorcismo, un monito, diciamo pure un'intimazione.
Ecco uno dei modi in cui si conquista o, meglio, si viene conquistati da un cliente. Ma come altro si sceglie un notaio, quali sono in genere i meccanismi causali (o casuali) per cui l'utente perviene al cospetto del professionista e instaura con lui il magico rapporto che li legherà, talvolta addirittura per la vita, in un clima di reciproca stima, fiducia, cordiale consuetudine? Non esiste, si sa, un notaio "della mutua", che il cittadino si trova assegnato quasi d'ufficio, in esito a una scelta comunque limitata da circostanze di tempo e di luogo. Sopravvive, in qualche piccolo centro, la figura del notaio "condotto", titolare di una sede unica, e quindi detentore di una esclusiva apparentemente assoluta. Ciò non impedisce tuttavia agli indigeni di rivolgersi altrove, sfruttando i vantaggi della moderna viabilità e della motorizzazione di massa. Ma è probabile che, a prevalere nell'orientamento di una scelta, siano soprattutto considerazioni di ordine logistico. L'esistenza di uno studio notarile nello stabile in cui si abita o si lavora costituisce di per sè una comodità dall'attrazione irresistibile. Poi c'è, come si è visto, il metodo della conoscenza personale, diretta o indiretta. Tutto ciò vale in particolare per quanto riguarda l'accesso alle prestazioni di un notaio "generico", tuttofare.
Ma esiste, è sentita nella realtà l'esigenza di affidarsi, a seconda dei casi, a uno specialista? Fra i medici le specializzazioni sono molteplici, dalle più ovvie ed obbligate, di natura quasi "meccanica" (il dentista, l'oculista, il traumatologo) alle più scientifiche e sofisticate (il neurologo, il cardiochirurgo). Anche gli avvocati, a parte quella che è quasi una contrapposizione fra civilisti e penalisti, si distinguono per competenze specifiche e settori di attività di preferenza praticati: matrimonialisti, luminari di diritto industriale o commerciale, esperti di urbanistica, maghi delle procedure concorsuali, cultori niente meno che dí diritto pubblicitario...
Fra i notai esistono sicuramente personaggi che, per predilezione soggettiva o per i casi della vita, diventano specialisti in assegnazioni da cooperative, piuttosto che in fusioni di società. Di ciò la voce finisce per circolare presso gli addetti ai lavori, ma manca la possibilità di renderne edotto il grande pubblico. Né soccorre, se non nel caso di qualche luminosa eccezione, la conoscenza di credenziali accademiche, che qualificano invece sul piano scientifico tanti baroni della clinica e principi del foro. Anzi, capita perfino di acquistare involontariamente una fama immeritata per motivi del tutto accidentali ed erronei.
Secoli fa, l'amico Carlo Rognoni, destinato ai massimi fasti del giornalismo, ma a quell'epoca solo promettente redattore di Selezione dal Reader's Digest, mi commissionò un articolo sui testamenti. Si trattava in realtà, secondo le ferree regole istituzionali di quel periodico, di parafrasare con ottusa fedeltà la traduzione di un preesistente testo americano, limitandosi ad adattare i casi, gli esempi e le topiche dell'originale alla legislazione, ovviamente diversissima, del nostro Paese. Il risultato, ritenuto accettabile dall'editore, fu un autentico disastro: un polpettone farcito di aneddoti risibili, di massime di desolante banalità, addirittura di dialoghi melensi fra gli immaginari protagonisti di fattispecie inventate. Ebbene, per molti mesi dopo la pubblicazione, il mio telefono di casa (vivevo allora da solo e il numero dello studio – non mio – in cui trascorrevo le ore d'ufficio era evidentemente di più difficile reperibilità) seguitò a squillare nei momenti più inconsulti, talvolta strappandomi gocciolante dalla doccia, ad opera dì ignoti concittadini che chiamavano, perfino da molto lontano, per consultarmi su una materia che ho sempre detestato e della quale mi ritengo un ben modesto conoscitore.
Ma c'è poí davvero una tendenza, da parte di certa potenziale clientela, a ricercare, in presenza di particolari circostanze, il professionista "di lusso", il notaio "bravo", senza badare a spese, come in quelle famiglie avvedute, i cui componenti si accontentano saggiamente di abiti pronti per tutti i giorni, ma si precipitano compatti da Caraceni a farsi fare il tight quando il primogenito sposa la contessina? Può darsi, ma qui interviene inesorabilmente la nostra tariffa a scoraggiare sia le illusioni dell'aspirante notaio da gran premio, che le velleità spenderecce del prodigo cliente. La nozione di servizio pubblico esclude di necessità ogni pretesa di prestigio, classe, esclusività, fama, popolarità.
Sta di fatto che, una volta scelto (o trovato per caso) un notaio, una notevole vischiosità provvede a consolidare il rapporto con l'avventore. Mi succede, come credo a tutti i miei colleghi, di acquisire quali nuovi clienti, per le ragioni più varie (amicizia, dimestichezza con altri professionisti, normale avvicendamento) società e gruppi che, per insistere nella metafora sartoriale, in precedenza "si servivano" altrove. Constato poi, anche a distanza di anni, che qualche responsabile amministrativo, per inveterata abitudine, continua a mandare al notaio di prima, per esempio, le vidimazioni dei libri sociali.
Personalmente, quando mi accorgo che una società che seguivo io ha affidato ad altri le pratiche più importanti, non sono tanto contento che mi si
continui a richiedere di autenticare le revoche di procura o le autorizzazioni a condurre autoveicoli, anche se ciò può tornare comodo a qualche funzionario che conserva maggior familiarità con il mio studio che con quello che ha provveduto alle più recenti operazioni di trasformazione, di fusione o di concentrazione. Fermo il principio che il nostro non è un matrimonio e che ognuno ha il diritto di cambiare fornitore dalla sera alla mattina anche senza motivo alcuno, non si pretenda di riservare a me solo le incombenze più umili.
Nel campo delle compravendite immobiliari, è frequente che il notaio venga designato dal venditore (se questo è un costruttore o un immobiliarista importante), anche se nessuno nega il diritto dell'acquirente a scegliersi il professionista che più gli aggrada, visto che tocca a lui pagarlo. Ma tutti noi sappiamo quale calamità sia la scelta che un amico ostinato o un cliente troppo fedele facciano di noi per istituire e stipulare un singolo atto di un condominio o magari di un intero comprensorio di cui si occupa egregiamente d'abitudine un altro collega.
Un altro tipo di vischiosità ha addirittura carattere di realità, segue letteralmente l'immobile. È il caso della rivendita di un bene il cui titolo di provenienza è un atto nostro. Un fenomeno che qualcuno definisce "la forza del repertorio" e che suggerisce una confortante impressione di continuità storica, ancora più significativa quando corsi e ricorsi si verificano su scala dinastica in quegli studi che si tramandano di generazione in generazione. Ma anche nell'ambito di una singola carriera, l'ambita preferenza che ci si accorda appare come il ríconoscímento di una valida professionalità. Se l'immobile l'abbiamo trasferito così bene l'altra volta, saremo probabilmente capaci di farlo ancora, nonostante l'avvento degli adempimenti conseguiti all'introduzione della nuova disciplina urbanistica e del comma 13 ter.
L'importante, certo, è non farsi "pelare". Ma questo della pretesa esosità dei notai è un vecchio luogo comune che merita un discorso a parte.
LUGLIO 1991
Ecco (direbbe Snoopy) l'agile notaio che sfreccia per le vie del distretto finanziario, ma anche della più remota periferia, in rapido trasferimento tra la Sede del Banco di Stupinigi e della Dora Baltea, la Filiale del Credito Ciociaro e l'Agenzia della Cassa di Risparmio di Opicina e Pergola.
In ciascuno di questi istituti, solerti funzionari e ansiose "parti" lo attendono per celebrare il rito di un mutuo "prontocasa" o "primalloggio", spesso abbinato alla corrispondente compravendita immobiliare.
C'era una volta, prima che fosse tardivamente e goffamente criminalizzata, l'edilizia residenziale. E c'era il grande mutuo di credito fondiario, che il costruttore accendeva sull'intero fabbricato, "da cielo a terra", in corso di edificazione e che veniva erogato in successive riprese, in base allo stato di avanzamento dei lavori. Poi lo stesso mutuo veniva pro quota accollato agli acquirenti delle singole unità immobiliari, magari senza frazionamento ipotecario, ma secondo una discutibile "ripartizione amministrativa" che lasciava gli accollatari in un pericoloso regime di solidarietà fra loro e con l'originario mutuatario. Del che furon piene le gazzette quando si verificarono clamorosi casi di insolvenza, rimasti leggendari.
Poi venne il cosiddetto equo canone, ossia una disciplina delle locazioni urbane che, ad onta delle sue proclamate finalità sociali, sortì l'effetto rovinoso (che per l'appunto si prefiggeva) di annientare le contrattazioni in libero mercato dei canoni d'affitto tra adulti consenzienti. Così scomparvero il concetto stesso di affitto, la categoria dei padroni di casa e quella degli inquilini. Nacque in compenso la figura impopolare del "frazionatore" di stabili e si impose la nozione prestigiosa di "foresteria". Fu reso in pratica obbligatorio, per non dormire sotto i ponti, avere un'abitazione di proprietà, a costo di sacrifici anche immensi. E i mutui, resi anch'essi pressoché obbligatori, sono diventati individuali, personalizzati, "su misura".
Accade ormai che ciascun acquirente forzato di un alloggio faccia richiesta del necessario finanziamento alla "sua" banca, quella con cui abitualmente opera, o nella quale lavora un parente o un vicino.
Non è parso vero agli istituti di credito attivarsi per fornire tutti ai propri clienti questo particolare servizio, in un clima di concorrenza apparentemente feroce, in realtà a condizioni sostanzialmente identiche. Ma l'indivi
dualismo che ci contraddistingue alimenta in ciascuno di noi una fedeltà ai propri colori che induce ad eleggere, come una squadra di calcio, anche una banca del cuore. Il fenomeno ha anche indotto le banche ad accentuare una già diffusa tendenza al decentramento delle operazioni, delegando l'istruttoria e la stipulazione dei mutui a tutte le loro dipendenze, forse anche per stimolare fra di esse istinti di competizione.
Ecco spiegato perché il notaio si è sua volta trasformato in operatore itinerante, costretto ad accedere, curvo sotto il peso della sua attezzatura da campo, ai più diversi avamposti delle istituzioni creditizie presenti nell'area metropolitana. Gran varietà di ambienti dai saloni lustri e ovattati (o dai salottini pulciosi) delle sedi centrali ai più moderni locali, volta a volta gelidi o surriscaldati, dalle agenzie. Qui, tutto un trionfo del laminato plastico e della finta pelle, sedie in numero quasi sempre insufficiente, spietata illuminazione del neon. Della numerosa brigata invitata a convenire in luogo (venditori, acquirenti e mutuatari, terzi datori di ipoteca, consulenti e accompagnatori) l'ultimo arriva invariabilmente con tre quarti d'ora di ritardi. Dopo di che, si può cominciare, ma ogni speranza di un celere procedere viene tosto frustrata.
Se precede la compravendita, ecco (direbbe Snoopy) l'astuto alienante che estrae rattamente da qualche suo involucro tutta una documentazione, fin qui ignota, di spese incrementative che rimettono in discussione la denuncia INVIM già redatta e la relativa imposta già calcolata. E così via.
Poi, giunti alla soglia del contratto di mutuo, la solita guerra per ottenere di leggere l'atto alla presenza del funzionario che dovrà firmarlo. Spesso alla presenza di tutti e due i funzionari, che, con bella dimostrazione di fiducia, molti istituti usano ancora mandar fuori i loro uomini in coppia, come le monache e i carabinieri. Complessi sistemi di firme abbinate fra direttori, condirettori, vicedirettori, procuratori e funzionari di prima o di seconda per atti, si badi, stesi in base a minute di ferro, immodificabili perfino nei minimi particolari. Io, personalmente, mi sfogo a mettere in ordine almeno la punteggiatura.
Adesso la lettura vera e propria, da farsi "clara voce" ma ad altissima velocità per ridurre i tempi di permanenza in trasferta. In pratica uno scioglilingua prolungato. Una volta, un cliente spiritoso mi ha chiesto: "Ma esistono notai balbuzienti?"
I testi sono prolissi, redatti in una lingua spesso desueta e talvolta atroce (tantissimi "all'uopo", "diconsi lire", frequente il doppio genitivo ridondante, soprattutto in "di detta somma ne rilascia quietanza"). Ogni banca
ha comunque il suo testo, rigorosamente diversissimo da quello delle altre. Alcune travasano almeno una parte dei loro comandamenti in capitolati a stampa da allegare. Questi, a volte, consistono in fotocopie a malapena leggibili e contengono refusi assai ameni (per esempio "datore di lavoro" in luogo di "datore di ipoteca") che, anziché eliminare attraverso una ristampa emendata, si intima al notaio di correggere con postilla!
Ultimamente, una dilagante smania di cosmopolitismo ha arricchito i testi dei contratti di verbose opzioni di carattere valutario, proiettando onesti metalmeccanici e miti casalinghe sulla scena finanziaria internazionale, in un turbinio di ECU, dollari e yen.
In corso di lettura, puntuale soprassalto del mutuatario non professionale alla menzione della somma per la quale sarà iscritta l'ipoteca. Per rincuorarlo, breve interruzione e lezioncina sulla differenza tra debito e garanzia. Le descrizioni d'ufficio degli immobili cauzionali sembrano spesso compilate da tecnici remunerati un tanto a parola. Gran spreco, nelle coerenze, di salti salienti e rientranti e di espressioni del genere "a mezzodì con aspetto di tramontana".
Disappunti del venditore quando apprende che dovrà andar via senza l'assegno rappresentativo dei proventi del mutuo, trattenuto dalla banca o affidato al notaio. Questi, notorio tiratardi, non riuscirà a trascrivere e iscrivere in giornata e a farsi rendere i dupli il giorno seguente. Nel caso di operazioni di credito fondiario in due tempi (contratto condizionato e atto finale di erogazione e quietanza), ostinatamente sopravviventi a dispetto di una normativa neanche tanto recente che non le prescrive più in modo tassativo, ancora sotto accusa il notaio. Dipende solo da lui e, se vuole, può produrre tutta la documentazione intermedia in pochissimi giorni.
Fa parte di tale documentazione la cosiddetta relazione notarile definitiva, così come agli albori dell'istruttoria della pratica di mutuo c'è stata una dichiarazione notarile preliminare. Queste dichiarazioni sono un altro aspetto terrificante dell'attività notarile quale si svolge ai tempi nostri calamitosi. Basate su accertamenti erratici e perigliosi, costituiscono vere e proprie polizze fideiussorie rilasciate nell'interesse dei clienti, nella speranza che bastino a coprirle, in caso di incidente, le polizze che a nostra volta intratteniamo con primarie compagnie di assicurazioni.
Pare poi che le stesse banche assicurino per conto loro contro i danni eventuali i notai con i quali hanno rapporto, al quale scopo essi vengono "accreditati" presso le banche stesse. Ma ci sono anche istituti eccezionalmente
sportivi che erogano le somme concesse a mutuo, probabilmente in presenza di ulteriori assicurazioni, in tempo reale, senza richiedere la produzione di alcuna relazione notarile definitiva e addirittura in pendenza di esecuzione dell'iscrizione cauzionale.
Non occorrerà sottolineare che un tale atteggiamento riscuote il caloroso favore di frazionatori e intermediari, oltreché dei diretti interessati. L'industria del mutuo-casa, in quanto business grossissimo e imprescindibile, ha anche contribuito a rendere più elastici i criteri ispiratori delle relative istruttorie legali. Il grado dell'ipoteca cauzionale, che ai bei tempi si voleva assolutamente primo, non conta più molto, stante il generale disservizio delle Conservatorie, soprattutto in materia di annotamenti. Si incontrano poi dappertutto centinaia di iscrizioni a garanzia del pagamento dilazionato di imposte di successione e INVIM (accese per somme spesso ridicole al solo scopo di simulare estrema incapacità contributiva) praticamente incancellabili negli anni ad onta della avvenuta estinzione dei debiti sottostanti. Le provenienze per donazione, tuttora giustamente temute dagli operatori più sensibili, non sembrano turbare i più, quasi che valgano a legittimarle le considerazioni bassamente utilitaristiche (convenienza sul piano fiscale) che le hanno quasi sempre originate negli anni recenti. Insomma, come tutti i fenomeni di massa, anche questo induce uno scadimento nella qualità dei principi, che si giustifica soltanto con la necessità di soddisfare un'esigenza primaria di indiscutibile valore umano e sociale. Resterebbe da dire, sempre in tema di "industria", di certe situazioni di favore delle quali godono certi colleghi presso certi istituti quanto all'assegnazione delle pratiche. Circostanza questa di cui si tende a negare l'evidenza, ma che continua cionondimeno a verificarsi su scala più o meno larga. Un mio amico e collega, particolarmente insofferente dei rituali che si sono più sopra descritti con ironia, benedice addirittura la tendenza e la vorrebbe ancora più diffusa, al fine di veder ridotti al minimo i propri coinvolgimenti personali.
È una di quelle cose che, per citare a memoria Andrè Gide (un autore oggi del tutto fuori moda, ma che mi è rimasto caro), ci si può permettere di pensare, un po' meno di dire e assolutamente non di scrivere.
GENNAIO 1992
C'è un modo di dire padano, "long 'me 'n rogit", che, nella sua rustica semplicità, sembra insinuare un dubbio sulla capacità di noi notai di esprimerci concisamente. E, in effetti, a ben leggere, in quasi tutti gli atti che ci capita di redigere o di esaminare c'è qualcosa che cresce. Anche senza arrivare agli estremi, peraltro ben coerentemente perseguiti, di quel mio caro collega e amico d'infanzia che intitola i suoi atti di notorietà semplicemente "Notorio", una sana politica di tagli ai formulari consueti non guasterebbe.
Per esempio, è proprio necessario tutto quel premettere che si fa all'inizio di un atto? Certo, ci sono casi in cui l'atto stesso si configura come un nuovo capitolo di un romanzo già cominciato, per cui si rende indispensabile riassumere il contenuto delle puntate precedenti, l'antefatto, il contesto storico in cui la vicenda si colloca. Si faccia il caso classico dell'atto di rettifica, che sarebbe impossibile formulare senza rievocare prima lo sciagurato incidente che di solito lo postula.
Ma a cosa serve, invece, in un ordinario atto di compravendita o di mutuo, menare il proverbiale cane per la fatidica aria raccontando che Tizio è proprietario, ma non sarebbe alieno dall'alienare, Caio sarebbe magari disposto ad acquistare, Tizio e Caio si sono incontrati e, dopo civile trattativa, si sono felicemente accordati, poi Caio ha richiesto un mutuo alla Banca di Paperopoli, che si è dichiarata disposta a concederlo a determinate condizioni eccetera eccetera? Dopo di che, l'inevitabile affermazione che le premesse formano parte integrante e sostanziale dell'atto assume un sapore quasi umoristico. Tutto sarà servito a raggiungere pagina 3 senza essere ancora entrati nel merito, con il solo discutibile vantaggio di incrementare i diritti di scritturato, in misura comunque impari al dispendio di energie, tempo, mezzi e materiali.
E che dire della elencazione delle coerenze dell'intero edificio di cui si vuole alienare una sola porzione, dell'immarcescibile esonero da responsabilità del "signor" Conservatore, della libertà di censi, livelli e canoni di una unità immobiliare urbana? Per non parlare della notizia sconvolgente che la parte venditrice mi consegna la denuncia INVIM "per l'inoltro all'Ufficio del Registro". Intanto, di solito non è neanche vero, in quanto nessuno mi consegna un bel niente. La denuncia l'ho dovuta compilare io,
estorcendo con fatica all'interessato gli elementi necessari; ho dovuto provvedere io alla liquidazione dell'imposta, per tutto ciò neppure adeguatamente retribuito. Il venditore si limiterà a firmare i moduli emettendo grugniti di generica insoddisfazione. Quanto alla virtuosa promessa di inoltro al competente Ufficio, chissà mai cosa succederebbe se, in assenza della menzione corrispondente, tentassi di registrare l'atto non corredato della denuncia.
So bene che c'è chi sostiene che le formule consacrate dall'uso, ancorché goffe e prolisse, hanno il pregio di non prestarsi a dubbi interpretativi, per cui non converrebbe discortarsene. Ma un tale rispettabile assunto potrà valere se mai per le clausole contrattuali vere e proprie. Esteso all'impiego di meri stilemi rituali, il ragionamento ("si è sempre fatto così") rischia di apparire, più che prudente, pavido. È un po' l'atteggiamento di chi, per non sbagliare, adotta a sostegno delle proprie brache il duplice ausilio di cintura e bretelle, come per l'appunto nelle espressioni tanto ricorrenti "a corpo e non a misura" e "entro e non oltre". E si riconduce a quella più vasta nozione di "tuziorismo", orrendo vocabolo che tradisce uno stato non lieto di perenne, eccessiva apprensione di fronte ai casi della vita.
Altro ci sarebbe da dire sulla prosa dei notai, quale si registra nei loro "istromenti". Si constata, per esempio, una generalizzata, offensiva sfiducia nel participio passato, che a noi, chissà perché, non pare mai passato abbastanza. Così che siamo andati coniando espressioni bizzarre e del tutto scorrette, ma largamente adottate, del tipo: "ipoteca stata iscritta", "tutore stato nominato", "originale statomi esibito". Come se un'ipoteca soltanto "iscritta" fosse in costante pericolo di disiscriversi, con evidente iniquo pregiudizio del creditore, laddove quella "stata iscritta" concreterebbe qualcosa di ben più definitivo, una lapide murata, una pietra tombale posata su eventuali indebite velleità del cosiddetto "iscritto passivo".
Un discorso a parte meritano gli statuti di società, anche se di essi non siamo necessariamente in partenza gli autori. Spesso, tuttavia, lasciati liberi di sceglierne il testo, nell'ovvio rispetto delle concrete specifiche esigenze dei promotori, utilizziamo per pigrizia vecchi e logori canovacci farciti di inutili banalità. La durata che potrà essere prorogata, il capitale che potrà essere aumentato, l'assemblea che rappresenta l'universalità dei soci, il continuo ansimante procedere in coppia delle figure del Consiglio di Amministrazione e dell'Amministratore Unico, quando la nozione cumulativa dì organo amministrativo basta a definirli entrambi. Pagine e pagine spese per l'elencazione esemplificativa di poteri che comunque si vogliono illimitati. Previsioni fantagiuridiche tramandate di padre in figlio e di dattilografa in dattilografa per cui "l'assemblea potrà deliberare la riduzione del capitale mediante assegnazione ai soci di determinate attività sociali ecc."; proviamo davvero a far adottare una deliberazione siffatta e stiamo a vedere se sarà omologata. Attenzione spropositata per la sorte dei dividendi non riscossi in piccole immobiliari di famiglia. La previsione espressa della liquidazione come se fosse un optional.
Non si tratta di sostenere a tutti i costi il principio che "corto è bello", ma di risparmiare tempo e fatica, abbreviare i tempi di lettura, ridurre il numero di firme nostre e altrui, alleggerire l'ingombro della raccolta, facilitare il compito ai nostri affezionati lettori.
MAGGIO 1992
È stato un avvocato e giurista di quelli famosi, al quale avevo sottoposto, ai miei esordi, la bozza maldestra di un atto, ad ammonirmi paternamente che un negozio giuridico non si forma mai "ai sensi" di una norma fiscale. Salvo che non si tratti del regolamento di un rapporto per propria natura di carattere tributario, del quale sia parte, o almeno destinataria quanto agli effetti, l'amministrazione finanziaria dello Stato (esempio principe: l'atto di dilazione del pagamento di un imposta).
Ma tant'è, capita spesso invece di confondere, sia pure soltanto nella sfera lessicale di certe formulazioni (e quindi con nessun danno sostanziale) la parte per il tutto. E così troviamo mutui "ai sensi" del D.P.R. n. 601/1973 e compravendite immobiliari "ai sensi" della legge n. 118/1985, le cui fonti normative sarebbero in realtà rispettivamente, le leggi sul credito fondiario o le disposizioni del Codice Civile. La norma fiscale, in entrambi i casi, è solo accessoria, incidentale, accorda uno specifico trattamento o particolari agevolazioni in presenza di determinati requisiti oggettivi o soggettivi. Ma è proprio per questo che, in vista dell'ambito vantaggio monetario, si tende ad operare l'accennata sovrapposizione concettuale. L'invocazione del beneficio fiscale non si accontenta di comparire al momento opportuno, urge, erompe fin dall'inizio, vuol permeare di sé l'intero atto in nome della convenienza economica perseguita dalle parti.
È umano, lecito e perfino apprezzabile, ma è proprio questo che induce gli interpreti di tali bennate intenzioni ed esigenze (anche noi notai) a tradurle sul piano formale in espressioni discutibili del tipo accennato. Certo, non succederà mai di vedere un atto definito "ai sensi" di una disposizione fiscale non favorevole.
Con quanto precede non si vuole tornare al già trattato argomento dei vizi di certo linguaggio notarile, ma piuttosto sottolineare taluni aspetti che il fenomeno "fisco" assume nella vita quotidiana della gente comune e, di riflesso, nella pratica degli addetti ai lavori. Per cui, senza che si possa negare la rilevanza di quel fenomeno e dei suoi effetti, talora anche cruenti, si assiste ad una ossessiva, deformante sopravvalutazione dell'uno e degli altri nei cosiddetti media e nella coscienza collettiva da questi aizzata.
Dev'essere sicuramente dalle origini dell'organizzazione sociale che si sviluppa la naturale, egoistica riluttanza del singolo cittadino a dare a Cesare
ciò che gli è dovuto. E nel Piemonte dei miei avi (ma chissà in quante altre regioni) si suole sarcasticamente paragonare un'andatura lenta e svogliata a quella del contribuente diretto all'esattoria. Il folclore antitributario è ricco di ben altri "topoi", la cui volgarità non è il caso di considerare in questa sede, con una sola eccezione.
Qualunque sia il grado di consonanza che ciascuno di noi avverta nei confronti delle convinzioni e degli atti dell'On. Giulio Andreotti, almeno una sua presa di posizione merita senz'altro di essere condivisa. Ed è la dichiarata antipatia per il termine "stangata", che il coro dei sullodati media, con uniforme, desolante povertà di fantasia, applica ormai invariabilmente ad ogni nuovo provvedimento fiscale, giusto o iniquo, ragionevole o cervellotico che sia.
L'uso compulsivo del termine origina dal successo, non immeritato, di un film americano il cui titolo originale (The Sting), tradotto come al solito approssimativamente sfruttando una stenta e troppo facile assonanza, suona alquanto diverso.
Sting, in inglese, significa "puntura" (come del pungiglione di un insetto) o stoccata che conclude un duello all'arma bianca; o ancora, nel gergo della malavita, una complessa macchinazione truffaldina tendente ad incastrare una vittima tutt'altro che innocente, per esempio ad opera di "agenti provocatori". Indubbiamente qualcosa di doloroso, ma con il connotato di una certa sottigliezza, in senso sia intellettuale che fisico. L'orrido vocabolo nostrano, invece, evoca al meglio le botte da orbi del teatro dei burattini, al peggio le manganellate degli squadristi, se non addirittura un altro tipo di ancor più estremo oltraggio. Intendiamoci: l'eleganza, il rigore intellettuale, la saggezza della ragione non sono tratti salienti neppure del nostro legislatore, soprattutto in materia fiscale. E di provvedimenti balordi, negli ultimi lustri, non c'è stata penuria. Possiamo ben dirlo noi, non solo in quanto assidui lettori professionali della Gazzetta Ufficiale, ma soprattutto perché preposti alla concreta applicazione quotidiana di una buona parte di quella produzione normativa. Una produzione fin troppo fervida, sfornata di solito precipitosamente sotto la spinta di fattori demagogici, poi magari revocata, riproposta, continuamente modificata con altri provvedimenti che, sostituendo una parola qui e aggiungendone tre là, educano alla decifrazione dei messaggi in codice (ahimè inutilmente, in tempo di pace e dopo la fine anche della guerra fredda).
Ma tutto ciò, per quanto odioso, non può giustificare che si accolga come l'ennesimo efferato sopruso qualunque novità impositiva, realizzata o an
che solo ventilata. Devono pur esistere, in una società evoluta, una mentalità civica, un senso di dignità, una coscienza solidale che facciano percepire il dovere, ma vorrei dire l'orgoglio di contribuire secondo le proprie possibilità al buon funzionamento, alla manutenzione, al miglioramento della cosa comune. È giusto denunciare il malgoverno, il malcostume, la corruzione, l'incompetenza, il lassismo, i vizi tutti della nostra classe politica (del nostro "personale" politico, come vorrebbe un certo "sinistrese"). Ma resta il fatto che pagare le tasse bisogna, per quanto dispiaccia. E non è soltanto retorica che lo facciano per primi i lavoratori dipendenti, nonostante le insinuazioni (spiritose, e magari perfino fondate) sulla evasione che si verificherebbe con riguardo a certe "seconde" occupazioni.
La furberia, e ancora di più il compiacimento che deriva dall'esercizio di essa, è un carattere nazionale probabilmente insopprimibile. Ma resta intollerabile l'atteggiamento finto-tonto e scandalizzato di chi respinge come infame ogni tentativo del citato Cesare di percepire ciò che gli spetta.
Tanto più che non si tratta del tiranno autocratico di tanti regimi antichi e moderni, ma di un consesso che noi stessi abbiamo democraticamente eletto con i nostri voti.
Quando vigeva il sistema generalizzato dell'accertamento di valore degli immobili oggetto di trasferimento, quante volte abbiamo avuto visite o telefonate di acquirenti indignati che avevano ricevuto la cartolina o l'avviso dell'Ufficio del Registro?
"Mi hanno accertato cento milioni!"
"E lei cos'aveva dichiarato?"
"Settanta milioni".
"E quanto l'ha pagato?"
"Centoventi milioni".
"E allora di cosa si lamenta?"
Si lamentava di non essere stato creduto, di non averla fatta franca, si riteneva mortalmente ferito dalla offensiva diffidenza del fisco.
In seguito, un ridicolo meccanismo inteso ad eliminare il contenzioso ha consentito negli anni recenti di trasferire immobili a valori dichiarati corrispondenti anche al solo 30% di quelli di mercato.
E naturalmente tutti lì ad approfittarne, privilegiando il risparmio fiscale rispetto alla più elementare prudenza contrattuale, esponendosi al rischio (sia pure teorico) di azioni revocatorie, di rescissione e così via. Poi, quando il Ministro delle Finanze di uno Stato prossimo alla bancarotta ha tentato gradualmente di ridurre quella vistosa sproporzione dapprima attraverso
modesti aumenti dei coefficienti, successivamente con l'adozione dei cosiddetti nuovi estimi, ecco giornali, radio e televisione gridare alla stangata, e provocare autentici moti di popolo. Non solo corse affannose all'anticipo dei termini nel rispettabile intento di risparmiare il più possibile sul costo di un'operazione in corso, ma addirittura spoliazioni in vita di ascendenti (neppure decrepiti, magari di fulgida mezza età) nell'assunto, probabilmente esatto e cionondimeno abietto, che le future imposte sulla naturale successione ereditaria sarebbero state superiori. E ciò sotto forma di donazioni animate non già allo spirito di liberalità, ma dall'avida aspirazione a "fregare" lo Stato predone, in nome di un egoismo di massa che non attiene nemmeno più a moventi personali genuinamente individualistici e come tali comprensibili.
I precetti della stampa e degli altri mezzi di comunicazione (chi ha detto che gli Italiani non leggono i giornali?) hanno ormai vigore di comandamenti, al pari dell'imperativo "da non perdere" riferito a spettacoli e mostre. Pare che una concitata campagna allarmistica in tema di nuovi estimi abbia fomentato tumulti di folla sulle scalinate degli Uffici Tecnici Erariali, come nel classico film sovietico "La Corazzata Potemkin". È ben vero che i Catasti meccanizzati brulicano di errori, ma invitare l'armata dei proprietari di casa alla contestazione sistematica di ogni rendita attributiva, sembra francamente eccessivo.
GENNAIO 1993
È lecito scherzare in tema di deontologia professionale? "Scherza coi fanti e lascia stare i santi", ammonisce il personaggio del sagrestano nell'Atto I della "Tosca" di Giacosa, Illica e Puccini (ma il detto è sicuramente più antico). Chi scrive, invece, è convinto che tutto, tranne probabilmente il dolore, possa essere oggetto di beneducata celia. E quindi scherzeremo non solo coi fanti, ma anche coi bersaglieri e gli alpini (da tempo non si contesta più il reato di vilipendio alle forze armate) e, naturalmente, non lasceremo affatto stare i santi e tantomeno i notai.
C'è chi, fra i precetti di un codice deontologico prossimo venturo, annovera doveri di colleganza e regole cui attenersi con le istituzioni interne al notariato. Per cui il notaio sarebbe tenuto a mantenere con i suoi colleghi un rapporto di mutua solidarietà, che si concretizzi, fra l'altro, nel divieto di esprimere di fronte a terzi critiche sull'operato di un collega senza prima aver esaminato il caso con lui stesso.
Ebbene, mi si permetta di dissentire almeno in parte sulla assolutezza di un tale comandamento e rivendicare il diritto di eventuale mugugno nei confronti di un collega, in base alla considerazione equitativa che, se lui lo fa, a me deve essere concesso almeno di dirlo. Non alludo, è evidente, al caso del notaio che, come capita a tutti quelli che lavorano, ha sbagliato a indicare i dati catastali o non si è accorto di una veneranda innocua ipoteca a carico di un quart'ultimo proprietario. E lo spirito che mi anima non è certo rivolto a diffamare il confratello per conquistarne la clientela o ridurne la prole alla fame, bensì a castigare, più o meno ridendo, i suoi discutibili costumi. Del resto, rientra sicuramente in qualche altro principio deontologico, sollecito questo del bene dell'utenza se non di quello della corporazione, l'imperativo di mettere in guardia il prossimo da certe frequentazioni sicuramente pericolose.
Tuttavia, anche senza drammatizzare, anzi restando sul piano del promesso scherzo, perché non dovrei riferire con la dovuta ilare indignazione di certi episodi francamente grotteschi? Questi hanno spesso come protagonisti campioni assoluti di "tuziorismo" esasperato. Come quello che, dovendo stipulare un atto di compravendita con il quale una coerede rilevava le quote di comproprietà di un immobile da tutti gli altri, fra i quali un figlio di lei, pretese che costui (impossibilitato a sottoscrivere l'atto di persona)
rilasciasse procura per atto pubblico e coi testimoni. Ciò in quanto faceva assurgere a rilevanza sostanziale la presunzione di donazione sancita dalla norma fiscale. Oppure, pervaso da un eccesso di fervore dietrologico, voleva denunciare, non richiesto, un caso di simulazione del tutto ipotetico. E, comunque, lo ispirava il principio per cui è sempre meglio uscire con l'ombrello anche se c'è il sole, in quanto "non si sa mai".
Spesso la procura per atto pubblico ci viene richiesta da un collega non perché tale forma sia, nella realtà o nella sua distorta ancorché onesta immaginazione, prescritta ad essentiam, ma perché ha deciso lui di adottarla. E quindi, nel timore che nottetempo elfi dispettosi manomettano il dettato letterale del Codice Civile, o un noto rivoluzionario rovesci il regime della dottrina e della giurisprudenza fin qui dominanti, eccolo pretendere assurde e non necessarie cautele. Guai, poi, se alla bozza prolissa da lui fornita si apporta qualche benefico taglio indotto dalla mesta considerazione della brevità, oltre che della vita umana, di una normale giornata lavorativa. O se, di certi stilemi desueti e localistici della sua prosa, si dà una versione in termini contemporanei. Capita di venire richiesti di un pedissequo ripristino del verbo violato, magari (e qui il rigore e la coerenza formali sembrano collidere con una sbalorditiva noncuranza di fattori ben altrimenti sostanziali) in via differita, con la stessa data e con lo stesso numero di repertorio, pur di non rinviare la stipulazione già in corso.
Irrita altre volte, di certi colleghi, la sciatteria programmatica con cui sono redatti taluni loro atti. Si discute, in questo stesso numero della rivista, e sempre con riguardo ai principi deontologici, su come debba essere costruito, formulato e corredato l'atto notarile ideale, se non "perfetto" almeno teso a un obiettivo di completezza, di esaustività, di totale evidenza documentaria. Non si esige tanto, qui e ora, ma l'indicazione della provenienza (tutta intera, poiché – per esempio – non basta citare la divisione senza risalire all'origine della comunione) non dovrebbe mai mancare in un atto a contenuto immobiliare. Così come negli atti societari vanno indicati i numeri di iscrizione presso la competenza Cancelleria del Tribunale; tutti e tre per le società con sede a Milano e dintorni, il primo non è sufficiente. Tutte le volte che mi imbatto in queste modeste manifestazioni di incuria, io non telefono al collega, come vorrebbe il precetto, per consultarmi con lui, discuterne, fargli presente l'inopportunità del suo comportamento, chiedergliene la ragione e ammonirlo paternamente a non farlo più. Mi limito a dire, quando capita, e senza farne oggetto di costose inserzioni nei cosiddetti media, che Tizio non mette nei suoi atti la provenienza degli im
mobili e i numeri dí iscrizioni in Tribunale. Lui lo fa (anzi, non lo fa) e io lo dico. Lui vive felice lo stesso e io almeno si sfogo. Contravvengo con ciò a un dovere di colleganza derivante da un principio deontologico? C'è anche chi sostiene, autorevolmente, che il dovere di colleganza non ha nulla a che fare con la deontologia, ma discende semplicemente dalle ordinarie regole di buona educazione. Se è così, sarà a maggior ragione lecito rilevare con relativa severità la maleducazione di un collega. È lui che per primo è venuto meno a quel dovere, a qualunque fonte normativa se ne voglia far risalire l'origine.
Costituisce certamente grave violazione di un qualche principio, sia esso deontologico o di semplice buona creanza, affermare, in qualunque sede e senza una reale conoscenza della vicenda, che l'importo degli onorari e dei compensi richiesti da un collega per una sua prestazione sia eccessivo. Ma se lo stesso collega si mostra riluttante a emettere fattura, magari a distanza di anni dall'esaurimento della pratica, come la mettiamo? Posso almeno, se apprendo che un concittadino si accinge a concludere una qualche sua operazione presso quel professionista, avvertirlo di "stare attento"?
Certo è facile insinuare che la maldicenza sistematica nei confronti di un collega ancorché non priva di certe giustificazioni, può tendere al dirottamento a proprio beneficio della di lui clientela. E la concorrenza sleale è fenomeno sulla cui illiceità non esiste storicamente dubbio. Ma qui, per l'appunto, la deontologia non c'entra. Si tratta di comportamenti oggetto di una normativa precisa e cogente, dei quali pertanto ciascuno di noi assume la piena responsabilità e accetta le eventuali conseguenze.
Per tornare a una casistica meno ingombrante, ci sono per esempio colleghi con ì quali è praticamente impossibile comunicare. Non si fanno trovare, non rispondono alle telefonate o alle lettere, ai fax non so perché non ho ancora imparato a usare il mezzo, come altri, quale strumento di intimidazione. E, del resto, hanno un personale del tutto irresponsabile (in senso tecnico, non necessariamente spregiativo), che non è in grado di evadere alcuna richiesta, non è addirittura autorizzato ad accettare la richiesta del rilascio di una copia. Con costoro non è neppure possibile instaurare un dibattito acceso, uno scontro a distanza, meno che mai una rissa. Se anche gli facessi scrivere da un avvocato, non risponderebbero. Né esistono gli estremi per una citazione in giudizio. In attesa che una qualche norma dell'atteso codice deontologico sanzioni eventualmente il loro comportamento sul piano disciplinare, sarà tollerato che, incontrando un altro collega nei corridoi del palazzo di giustizia, alla Scala o in un ristorante alla moda, gli confidi che l'atteggiamento ostruzionistico di Tizio mi ha fatto alquanto inquietare e che gli auguro la pronta foratura, senza conseguenze per le persone, di un pneumatico del veicolo col quale di preferenza si sposta? E che dire dei colleghi che si rifiutano di installare il sullodato fax, forse temendone, non a torto, gli effetti più immediatamente aggressivi, ma con ciò tagliandosi fuori dalla comunità degli utenti e degli altri professionisti, vessata da un disservizio postale cronicamente rovinoso?
Ci sono anche notai (ahimè, parecchi) che, per ovvie ragioni utilitaristiche di celerità e di economia, producono ad uso dei contemporanei (ancorché paganti) e dei posteri copie fotostatiche degli originali dei loro atti, pubblici o privati che siano, lardellati di postille. In tal modo spregiando le possibilità offerte dai moderni prodigi della scienza e della tecnica, che consentirebbero di rifondere quei testi tormentati ín un fluido e ordinato continuum. Ne consegue un'esperienza di lettura "a ostacoli", impervia e angosciosa, praticamente proibitiva per i non addetti ai lavori. Loderemo pubblicamente, ove richiesti di uno spassionato giudizio, un siffatto costume o esprimeremo al riguardo rispettose quanto ferme riserve? Anche qui, dubito che gioverebbe prendere il telefono (o la penna, o il minaccioso fax) e invitare il collega a un civile scambio di opinioni su quello che lui, evidentemente, ritiene un modo del tutto normale di diffondere i risultati del suo, per ogni altro verso, pregevole lavoro.
Non vorrei, a questo punto, che tutto lo sproloquio che precede facesse intendere una mia naturale inclinazione alla conflittualità, in relazione alla quale io vada ansiosamente cercando giustificazioni concettuali alla legittimità delle mie ritorsioni.
Passo in realtà una parte del mio tempo a parlare bene dei tanti colleghi che stimo, anche se non me lo impone alcun precetto ricavato da antichi statuti, dal galateo o dai principi deontologico. E posso assicurare che da ciò traggo molta maggior soddisfazione che dallo sparlare dei reprobi,
LUGLIO 1993
Nel più bel libretto d'opera di tutti i tempi, Così Fan Tutte, che l'Abate Da Ponte fornì a Mozart nel 1789, il vecchio filosofo Don Alfonso e la cameriera Despìna pervengono alla fine, a seguito dì vivaci quanto complicate schermaglie, a ricomporre l'armonia fra due turbolente coppie di amorosi: Guglielmo e Fiordiligi, Ferrando e Dorabella. Tosto un duplice sposalizio è combinato e per celebrarlo, anziché un prete o un pubblico funzionario, si va a cercare un notaio e se ne ottiene l'immediata disponibilità.
"Miei signori, tutto è fatto: //Con contratto nuziale//Il Notaio è sulle scale//E, ipso facto, qui verrà".
Si tratta, in realtà, di Despina acconciamente mascherata, che, con tono cantilenante e voce nasale (ritenuti evidentemente prerogativa notarile), sulla musica del grande salisburghese, snocciola le sue formule di rito: "Augurandovi ogni bene,
Il Notaio Beccavivi Per contratto da me fatto
Coll'usata a voi sen viene Si congiunge in matrimonio
Notarile Dignità. Fiordiligi con Sempronio
E il contratto stipulato E con Tizio Dorabella,
Colle regole ordinarie Sua legittima sorella:
Nelle forme giudiziarie, Quelle, dame ferraresi;
Pria tossendo, poi sedendo, Questi nobili albanesi,
Clara voce leggerà... E per dote e controdote..."
Qui le parti, impazienti, interrompono: "Cose note, cose note!//Vi crediamo, ci fidiamo,//soscriviam: date pur qua."
Come si vede, non fanno difetto nella fattispecie i motivi di nullità, anche se, scoperto l'inganno, i "nobili albanesi" (che poi, a loro volta, non sono affatto tali) si assoggetteranno comunque all'osservanza della propria espressa volontà contrattuale, forse in ossequio alla teoria del pubblico ufficiale apparente.
Quanto alla colpevole di esercizio abusivo della professione notarile, andrà assolta nell'ambito della generale soddisfazione e, forse, in ossequio alla teoria dello scherzo palese.
L'azione si svolge a Napoli, ed è immediato il richiamo a un altro personaggio dell'immaginazione, che, in una commedia musicale di Garinei e Giovannini, intonava stentoreo:
"Io, Notaio in Roma e Napoli..."
Questo, però, malgrado la confusione di ordine distrettuale, voleva essere nello specifico contesto narrativo un vero notaio, ilare e canterino. Invece, la figura del notaio abusivo, che non compare soltanto nei canovacci del melodramma, costituisce un fenomeno tutt'altro che ameno. L'espressione "notaio abusivo" è senz'altro scorretta, in quanto l'abusivo non è per definizione notaio, ma viene qui usata per comodità, al fine di evitare troppo lunghe perifrasi. Sta di fatto che abusivo è comunque lo studio organizzato e gestito da chi notaio non è, anche se ad esso conferisce apparente legittimità un notaio "regolare".
Lasciando ad altri la pratica soluzione dell'annoso problema, vorremmo, come è vocazione di questa rubrica, limitarci all'esame di alcuni aspetti di costume e di vita quotidiana a quel problema connessi.
Intanto, com'è che si diventa notaio abusivo, in quale momento dell'esistenza di un uomo affiora la tendenza a praticare questa particolare forma di attività illecita? La risposta è facile: se chiunque (si fa per dire) può trovarsi quasi per caso, in presenza di particolari necessità e in assenza di particolari remore morali, ad esercitare la truffa, il furto o finanche la rapina, è evidente che l'attività di bookmaker clandestino o di organizzatore di corse truccate si presenterà congeniale e praticabile solo a un assiduo e competente frequentatore di ippodromi. Così, di solito, il notaio abusivo è un individuo cresciuto in ambiente notarile che conosce il lavoro notarile, ma che, per qualche ragione, non ha potuto diventare un notaio vero e proprio. Tale lo studente di giurisprudenza che non è riuscito a laurearsi, o l'ausiliario di notaio che, disponendo di una clientela potenziale, voglia mettersi in proprio, tale soprattutto il laureato in legge che non è riuscito a conquistare l'ambito sigillo. Il caso tipico, triste ma non infrequente, è quello del figlio del notaio, che, con uno studio bello e pronto a ereditare, non riesce da un lato a vincere il concorso, dall'altro a vincere la tentazione di far fruttare la bottega avita con l'ausilio compiacente di un professionista abilitato. Nulla di male vi sarebbe se il malcapitato si tramutasse nel principale collaboratore dell'effettivo nuovo titolare dello studio. Ma ciò non sempre avviene. Come a un qualsiasi esercizio pubblico, anche a uno studio notarile si tende ad attribuire un valore di "avviamento" che da una parte si vuole indebitamente realizzare, dall'altra si è spesso ben disposti a riconoscere.
Mi rendo conto che enunciare l'esistenza di simili realtà equivale alla proverbiale scoperta dell'acqua calda, ma, nell'attuale clima di gran voga della deontologia, non sarà il caso di rimeditare la questione, magari prendendo come oggetto di osservazione non tanto l'abusivo quanto colui che gli offre copertura? Questi, per esempio, sarà talvolta un notaio agli esordi, al quale l'insolita forma di collaborazione serve da scorciatoia per evitare il lento e laborioso processo di formazione di una originale clientela propria. A un siffatto personaggio può anche apparire appetibile e confortante mettere la propria inesperienza al riparo di un'organizzazione già esistente e collaudata. Personalmente, non riesco a capire come possa un professionista impostare la propria attività non secondo le proprie attitudini, i propri modi etici, estetici e tecnici di operare, ma in base a concezioni, moduli e sensibilità altrui. Pur senza farmi illusioni sulla possibilità assoluta di evitare, nella concitata lotta quotidiana per la sopravvivenza, condizionamenti e compromessi (sperabilmente onorevoli), sono convinto che l'essenza fondamentale di una libera professione sia per l'appunto la relativa libertà di fare ciò che si vuole o, almeno, di scegliere se, come e quando fare ciò che vogliono gli altri. Altrimenti, tanto vale andarsì a impiegare. Se non lo impedisce qualche ricorrente depressione economica, si possono fare nel lavoro dipendente carriere fruttifere e del tutto prestigiose. Ma, visto che abbiamo immaginato al riguardo il personaggio trepido e malcerto di un notaio debuttante, dovremo pur concedere a costui un po' di comprensione. Accade anche, però, che il compiacente prestanome non sia affatto un giovane smarrito e bisognoso, bensì un affermato professionista dotato in proprio di validi supporti organizzativi, di soddisfacente clientela e pertanto di reddito più che adeguato. È meno facile in questi casi, se non ricorrendo alla banale e desolante ipotesi di una smodata avidità, comprendere le motivazioni di un tale comportamento.
Prosperava a Milano, anni fa, un abusivo notorio, definito e apostrofato da tutti come notaio, perfino benvoluto dagli antichi compagni di apprendistato e di concorso di lui più fortunati, al quale conferiva dubbia credibilità una lobbia perennemente rialzata sulla fronte. Ebbene, egli gestiva i suoi traffici con l'amabile collaborazione di "colleghi" di grande successo, dei quali non condivideva nemmeno i locali dello studio. Cosa spingeva costoro a coprire un'attività decisamente a rischio? umana solidarietà, incosciente arrendevolezza, smania di guadagno?
L'ingordo, indiscriminato accesso a qualsiasi occasione di lavoro sembra essere davvero l'irragionevole tendenza che anima alcuni di noi. È un'insana attitudine che sta in parte alla base anche di un altro discusso fenomeno, quello dei recapiti, o comunque del frenetico itinerare di certi notai. A tutti costoro vien voglia di chiedere, come suggerisce un probo e battagliero esponente del notariato milanese, se resta loro, al termine di tanto affannose giornate, il tempo di leggere un libro, se vanno mai al cinema o a teatro, quanta parte della vita dedicano a sé e alla propria famiglia e così via. Saggio e apprezzabile, al contrario, mi è parso il modo in cui, recentemente, una giovane (e, se posso permettermi, graziosa) collega commentava l'attuale situazione di crisi: "Non è un gran momento, si lavora poco, ma si possono fare tante altre cose..."
Certo, l'abusivismo notarile non sembra assumere, di per sé, la pericolosità sociale, tanto per fare un esempio, dell'esercizio abusivo della professione medica. Pericolosità che, in altri ordinamenti, potrebbe anzi derivare dall'esercizio formalmente legittimo di tale professione. Pare infatti (a me l'ha raccontato un avvocato ticinese di quelli molto attivi all'epoca dell'esportazione sistematica dei capitali; Dio non voglia che tornino di moda) che all'esercizio della medicina siano abilitati, in forza di antichi statuti, i notai del Cantone di Appenzell. Pare anche che giudiziosamente se ne astengano in pratica, forse per non provocare le proteste dei loro confratelli di altri Cantoni, ai quali non è esteso il medesimo privilegio. Quanto ai danni che l'abusivo può causare sul piano meno drammatico degli interventi "professionali", prendiamo atto che, se il notaio Beccavivi della finzione infila nullità una dietro l'altra, il praticone medio della nostra realtà di solito ne sa abbastanza per cavarsela, almeno nelle fattispecie più comuni. Il danno vero è evidentemente un altro, e colpisce duramente l'immagine della categoria. Ma ha fatto recentemente la sua comparsa un'altra più subdola figura che si affianca a quella del notaio mancato o dell'operatore notarile altrimenti irregolare, ed è quella del notaio immaginario. Questi, a differenza del Romolo Romani dei nostri incubi giovanili, è immaginario non perché esca dal contesto di un'ipotesi di scuola o di un'opera della fantasia, ma in quanto si materializza concretamente sul territorio (per l'esattezza nella zona di confine tra le Province di Milano e di Piacenza) assumendo l'identità e il sigillo grossolanamente contraffatto di un notaio inesistente. E come tale redige atti immaginari, per esempio costituzioni di società di persone, forse con comparenti altrettanto immaginari. Poi va a registrare e iscrivere quegli atti presso uffici magari non competenti avuto riguardo alla sede del presunto notaio o a quella della presunta società. Quasi che, seminando indizi tanto clamorosamente vistosi di falsità, ci si voglia precostituire anche qui l'alibi del già evocato scherzo palese. Non c'è dubbio infatti che tali rozzi strumenti debbano servire a iniziative variamente truffaldine.
Poi c'è stato, in altra regione d'Italia, il caso dei comparenti che, sotto falsa identità attestata da documenti falsi ottenuti a mezzo di testimoni infedeli, hanno invaso, con effetti devastanti, rogiti apparentemente verifici di notai regolari. Non c'è davvero limite all'inventiva criminale dei nostri compatrioti.
E chissà quante altre combinazioni fra identità vere e fittizie si potranno escogitare, in bilico fra pirandellismo e fantascienza, anche attraverso un uso spregiudicato delle risorse offerte dall'informatica. C'è un racconto di Woody Allen (The Kugelmass Episode) in cui un professore di letteratura si fa proiettare, con una specie di magica macchina del tempo, nelle pagine di Madame Bovary, vi intreccia un flirt con l'eroina eponima e viene avvistato con comprensibile sconcerto da lettori ed esegeti del romanzo di Flaubert. Allo stesso modo sarà forse possibile, inquinando opportunamente i computer con qualche virus, arrivare a manipolare i rogiti altrui sostituendo gli acquirenti degli immobili o dirottando su altri conti correnti gli importi dei mutui erogati... Di fronte a certe prospettive la mente vacilla.
Ma per concludere, tornando al nostro tema dell'abusivismo notarile, si constata con compiacimento che sembrano sopite, allo stato attuale, certe temibili minacce legislative, frutto di spinte corporative, tendenti ad abilitare, se non i medici, altre categorie di professionisti all'esercizio sia pure parziale del notariato. Noi, dal canto nostro, faremo bene ad astenerci dal prescrivere farmaci e dal celebrare matrimoni fra nobili albanesi e dame di Ferrara.
SETTEMBRE 1993
"Spetta al notaio soltanto di indagare la volontà delle parti..." Parole sante, quelle contenute nell'ultimo comma dell'art. 47 della nostra beneamata Legge 16.2.1913, n. 89. L'indagine potrà anche risultare sofferta, poiché, si sa, l'addentrarsi nei meandri della psiche umana si rivela talvolta periglioso, come insegna il buon dottor Freud. Tuttavia, secondo un antico detto, il cliente ha sempre ragione, per cui appare almeno doveroso sforzarsi di capire cosa vuole.
Ma quante altre cose tocca al notaio indagare (proprio nel senso in cui indaga la polizia) nell'adempimento di prescrizioni legislative più o meno recenti.
Non parliamo qui delle normali visure o "ispezioni" ipotecarie e catastali (il condensato "ipocatastale", oltre a essere brutto, alla lettera non significa altro che "sottocatastale"). Quelle visure, come del resto le altre che si fanno nelle Cancellerie dei Tribunali o presso le Camere di Commercio, sono anch'esse un tipo di indagine, ma consistono in sostanza nella pacifica (si fa per dire) consultazione di appositi pubblici archivi. La trama si infittisce e l'indagine diventa investigazione vera e propria quando quei pubblici archivi non sono aggiornati e occorre seguire gli indizi (tracce, orme e altre impronte) attraverso l'esame precario di materiale non ordinato, di registri d'ordine illeggibili, di accertamenti eseguiti da altri in base a criteri sicuramente corretti, ma fallibili.
Al lavoro del detective, o almeno del ficcanaso professionale, ci richiama il disposto della stessa Legge Notarile, laddove, all'art. 51, fa obbligo di indicare la condizione delle parti. Chissà cosa si intendeva per condizione nel remoto anno 1913, mentre finiva la Belle Epoque e incombeva la minaccia della Grande Guerra. L'aureo dizionario Zingarello della lingua italiana definisce "condizione", in questa accezione, "posizione economica o sociale", il che fa piuttosto pensare alle distinzioni fra: uomo libero e schiavo; aristocratico, borghese e plebeo; abbiente e non abbiente; laico e religioso; militare e civile. In realtà, nella pratica, per condizione si è poi sempre intesa l'occupazione, la professione, il mestiere, al limite l'abilitazione fornita dal titolo di studio ad un'attività di fatto non esercitata. La norma, se per condizione deve dunque leggersi occupazione, potrebbe essere stata dettata, a suo tempo, dall'esigenza di aggiungere un elemento di
identificazione delle parti, quando ancora non vigevano data di nascita e codice fiscale. Ciò in presenza, soprattutto in piccoli centri, di frequenti omonimie e coincidenze di paternità, talché poteva risultare dirimente, in certe circostanze, sapere se Bortolo fu Bastiano fosse, in base all'organigramma del villaggio, il maniscalco o il fornaio. Ebbene, al giorno d'oggi l'indagine sulla condizione dei nostri avventori appare non meno futile che laboriosa. Non contribuisce necessariamente ad accertare il pregnante dato l'esame, che andrebbe comunque compiuto, della carta di identità. Nell'arco quinquennale di validità del documento, tante cose possono cambiare. Gli studenti, come è noto, cessano un bel giorno di essere tali e, nell'attuale infausta congiuntura, divengono, per lo più, soggetti "in attesa di occupazione". Gli occupati vanno in pensione o magari cambiano attività, quando (sempre a causa della congiuntura, e vorrei fosse chiaro che al riguardo non c'è proprio niente da ridere) non capita loro di perdere il posto.
Una mia titolata cliente aveva alle sue dipendenze un individuo che la carta di identità qualificava come "pedicure", ma che, posso assicurarlo per scienza personale, svolgeva nell'ambito della signorile dimora le mansioni tutt'affatto differenti di cuoco. Posso anche assicurare che, a causa della inevitabile associazione mentale fra il mestiere "ufficiale" e quello concretamente esercitato, andare a cena in quella casa provocava un lieve turbamento, probabilmente ingiustificato.
Ci si imbatteva talvolta, in passato, nella condizione dichiarata di "agiato" o "benestante" o "possidente", definizioni che oggidì quei medesimi privilegiati rifiutano come compromettenti. E la stessa casalinga di tutta una gloriosa tradizione ("atta a casa" in talune regioni) sembra accettare la designazione con un certo disagio e tenta magari di rivendicare un diverso status ricorrendo a inutilizzati titoli di studio o all'asserzione del disbrigo a tempo perso di qualche nobile incombenza indistinguibile da un hobby.
Ma bel altre occasioni di attività investigativa si impongono quotidianamente al notaio per effetto della copiosa e arruffata produzione legislativa che straripa in questo benedetto Paese.
Vanità e reminiscenze letterarie indurranno allora ciascuno di noi a scegliersi un modello ideale fra quelli immortali offerti dal ricco filone della narrativa poliziesca. Personalmente ritengo che si addicano al notaio, anche in quanto pubblico ufficiale, i panni sobri e le attitudini borghesi di funzionari pubblici come il Commissario Maigret della Suretè o il Sovrintendente Dalgleish di Scotland Yard, fedeli servitori entrambi dei loro ri
spettivi Stati nazionali. Qualche collega più giovane e aggressivo potrà preferire il trench-coat e i modi sbrigativi degli "occhi privati" californiani della cosiddetta "hard-boiled school". Né mancherà il confratello eccentrico che sceglierà di assumere l'identità simpaticamente stravagante di uno Sherlock Romani o di un Romolo Poirot.
Il lavoro, comunque, non fa difetto, anche se a noi non si chiede quasi mai, per fortuna, di scoprire l'assassino. Prendiamo per esempio la normativa in materia edilizia e urbanistica. Qui, un'antica affettuosa polemica mi contrappone a quei colleghi che considerano il coinvolgimento del notaio in questa materia una conquista, un riconoscimento, una conferma della indispensabilità della funzione notarile. A me, l'ho detto e scritto e lo ripeto, e non perché animato da personale codardia, pare piuttosto una cattiva azione, un modo intimidatorio di scaricare su una categoria professionale un compito propriamente di polizia. E infatti è proprio questo che ci si impone: investigare, senza che si disponga della competenza tecnica per valutare appieno, in modo autonomo, i risultati delle nostre indagini. Ciò che possiamo fare con professionale autorevolezza è evocare a fini terroristici lo spettro della nullità dell'atto. Ma anche questo spauracchio rischia di sortire ben scarso effetto, quanto meno in tema di edifici, se poi andiamo a spiegare alle parti che si tratta, secondo l'audace innovazione del legislatore del 1985, di nullità "sanabile".
In pratica, nel caso di trasferimento di un fabbricato o di una porzione di fabbricato, se non soccorre una provenienza recente, post 1985 (ma attenti alle licenze di costruzione inventate) o se non è recente la costruzione stessa, che il notaio abbia, per così dire, visto nascere, le domande che possiamo fare sono fondamentalmente due: se la costruzione risalga a data anteriore all' l settembre 1967 e se quando nell'immobile siano state eseguite altre opere. Poi cosa si fa, soprattutto in relazione al secondo quesito: ci si fida delle risposte, si va personalmente o si manda Paul Drake a fare un sopralluogo, si insiste con il terzo grado, fino all'eventuale impiego di mezzi di tortura, solo nei casi più visibilmente sospetti di verande e mansarde? Poco tempo fa, una cliente che aveva acquistato con un mio atto un appartamento al terzo piano (costruzione ante 1967, regolarmente censito da sempre) ha fatto al Comune una comunicazione per opere interne da eseguire e ha suscitato un pandemonio perché, a quanto pare, potrebbe trattarsi di un sopralzo abusivo. Confesso che, quando ho istruito la pratica, non mi ha proprio neanche sfiorato il pensiero che quel terzo piano potesse essere anche l'ultimo e, come tale, di dubbia regolarità. E quel giar
dino di catastali ettari 0.49.50 non eccederà, a misura particolare (che certo non eseguiremo di persona) il temuto limite dei 5.000 metri quadrati? In un caso del genere, ammetto volentieri, di fronte alla possibile sanzione di nullità (questa non sanabile) dell'atto, che non sarà tuziorismo peloso, ma saggia prudenza, munirsi del taumaturgico certificato di destinazione urbanistica.
Altri bei casi di interrogatorio e controinterrogatorio alla Perry Mason (è lui, per chi non lo ricordasse, che si vale della collaborazione esterna di quel Paul Drake di pocanzi) si verificano con riferimento a quel capolavoro assoluto che è la Legge 19.5.1975, n. 151. Per non accennare nemmeno ai molesti autoveicoli, di chi sarà mai l'immobile che dobbiamo trasferire, acquistato da un coniuge nel periodo transitorio e ad esso intestato, ma soggetto alle successive vicende (o non vicende) dipendenti dalla decorrenza di termini e da comportamenti anche omissivi, ma quanto mai rilevanti? Qui, l'investigazione è cosa semplice. Il manuale delle giovani marmotte ci dice che agli enigmi non risolti dai titoli e dalle risultanze dei registri immobiliari supplisce la documentazione anagrafica. Saranno i registri dello Stato Civile a dirci "come è andata a finire".
E di chi sarà, ma soprattutto in quali proporzioni, la partecipazione sociale acquisita prima del matrimonio incrementata dopo di esso attraverso la sottoscrizione di successivi aumenti di capitale, magari in diverso (in quanto nel tempo mutato) regime patrimoniale? Quanto ai matrimoni celebrati nel vigore della Legge n. 151/1975, vale la pena di segnalare (ne ho io stesso esperienza diretta) che, massime nei primi tempi di applicazione della Legge stessa, qualche celebrante di matrimonio religioso, poco sollecito di questi aspetti terreni del negozio, ha bellamente omesso di trasmettere al competente ufficio la dichiarazione degli sposi di scelta del regime di separazione dei beni. Per cui coniugi certissimi di avere espresso tale dichiarazione scoprivano a posteriori di trovarsi e di essere sempre stati in regime di comunione legale, avendo invece posto in essere (con l'assistenza di un notaio che, convinto in buona fede della loro consapevolezza culturale, non aveva controllato) atti che postulavano la vigenza di un regime di separazione.
Anche le separazioni personali, che determinano la cessazione del regime di comunione legale, ma i cui effetti possono venire a cessare (il caso non è neppure rarissimo) per effetto di riconciliazione senza che ciò sia sancito da un provvedimento uguale e contrario, possono influire in modo rovinoso sulla certezza dei rapporti giuridici. Credo che nessuno di noi abbia
mai visto un esemplare della "espressa dichiarazione" di cui all'art. 157 C.C., tanto meno con una data certa. E quanto al "comportamento non equivoco", ad accertarne le precise circostanze non basterà l'inesorabile perseveranza del Tenente Colombo. Quando, nell'agosto 1988, la moglie separata fece acquisto del monolocale con soppalco più box e armadietto-sci in Val Cipollina, il marito fedigrafo era già tornato, contrito e pieno di buone intenzioni, al riparo del tetto coniugale? A chi lo andremo a chiedere: ai vicini, alla suocera, ai soci del Circolo del Golf?
Dopo di che, la sanatoria di casi del genere consistente nell'intervento all'atto di rivendita dell'altro coniuge a disporre di diritti che forse non gli appartengono o a prestare consensi che probabilmente non gli competono, sarà un papocchio rassicurante, a fin di bene, ma pur sempre un papocchio. Capita, a volte, che il cittadino ignaro di tante e complesse implicazioni si secchi e obietti al notaio indiscreto che non sono affari suoi. E succede anche di dover svolgere faticose ricerche in circostanze in cui l'acquisizione di certe notizie è assolutamente inutile, ma dettata da norme espresse in forma troppo generalizzata (per esempio l'art. 2659, n. 1, C.C.), la cui ineludibile osservanza finisce, in qualche caso, per soddisfare soltanto sfizi telematici in funzione statistica. Come negli atti di divisione ereditaria, quando ci tocca ugualmente, e senza costrutto alcuno, indagare sullo stato civile dei condividendi, del tutto irrilevante nella fattispecie.
Altra occasione di brillante detection notarile è l'accertamento dei requisiti per godere delle agevolazioni nell'acquisto della cosiddetta prima casa. Le recenti modifiche legislative in materia hanno prodotto ulteriori intrighi in un sistema che, già abbastanza bizantino di suo, sembrava almeno codificato. Citiamo solo qualche titolo: "Il Mistero dell'Abitazione Idonea", "Il Caso della Villa Troppo Lontana", "L'Enigma della Famiglia Numerosa", "11 Covo del Pendolare", "Morte Civile sulla Tangenziale".
Una chicca per i notai a frequentazione internazionale: scoprire il luogo di nascita dei cittadini elvetici, i cui documenti riportano il diverso e non necessariamente coincidente dato della cosiddetta "attinenza".
Ultimo esempio di attività investigativa (almeno per ora) è quello indotto dal mai abbastanza lodato "comma 13-ter". Dicono che ci sia qualche collega che richiede addirittura la produzione del modello 740 in copia autentica. Neanche lo spietato Ispettore Callaghan impersonato da clint Eastwood arriverebbe a tanto.
Ma (per abbandonare le investigazioni e tornare a quell'indagine della volontà delle parti che abbiamo assunto a pretesto per queste amene divagazioni) siamo poi così sicuri che, nella pratica quotidiana, il notaio si dedichi davvero e con tenacia maieutica alla ricerca e alla fedele traduzione in linguaggio legale delle più riposte intenzioni altrui? Sorge il sospetto che la tendenza sia piuttosto a convogliare, se non proprio a comprimere, le volontà, espresse in modo informale dalle parti nei formulari mentali o cartacei che il notariato da tempo immemorabile adotta e che la moderna informatica ha convertito in ancor meno duttile software.
Certo, la contorta presunzione di dominio di certi soggetti vorrebbe abbattere ogni ostacolo che la legge o la ragionevolezza frappongono alla sua incondizionata affermazione. E qui il notaio deve necessariamente porsi come moderatore, spegnendo, da buon vigile del fuoco, troppo incandescenti velleità. Altro, però, è appiattire sistematicamente l'inventiva negoziale di contraenti più ingegnosi della media in nome di stereotipi uniformi che paiono non tollerare innovazioni, varianti, digressioni, deroghe alle conformistiche usanze praticate dai più. Non si vuole con ciò auspicare l'avvento di un improbabile notariato della fantasia, bensì insinuare in noi e nei nostri colleghi il dubbio (fertile di eventuali benefiche conseguenze) che il "rogito" da noi redatto per conto della nostra affezionata clientela sia troppo spesso, ad onta di tanta affermata creatività, un prodotto prefabbricato.
MARZO 1994
Ho riletto di recente Madame Bovary, il capolavoro di Gustave Flaubert. Non ho trovato traccia nel libro del Professor Sidney Kugelmass, l'alieno venuto talvolta in passato ad aggirarvisi da un altro mondo della finzione letteraria, come forse ricorda qualcuno dei miei pochi lettori da una scorsa puntata di questa rubrica.
Vi ho ritrovato invece, e infatti è sempre rimasto lì, Maitre Guillaumin, il notaio di Yonville-l'Abbaye (Seine Maritime), non lontano da Rouen. Il ritrattino che Flaubert traccia del nostro confratello francese non è benevolo. Quando la povera Emma, travolta dalle pene d'amore e dai debiti, minacciata di esecuzione forzata sui propri arredi, corre disperata a chiedergli aiuto, lo trova a casa in vestaglia e papalina di velluto marrone (a coprire pochi cernecchi di dubbio colore riportati su un cranio calvo), intento a nutrirsi ingordamente. Non estraneo agli intrighi usurai locali che sono anche all'origine della rovina di lei, richiesto dalla sventurata di un prestito salvatore, la fa oggetto di aperte molestie sessuali, provocandone l'indignazione e la fuga.
Non tutti i notai, per fortuna, sono descritti in letteratura con tanta evidente mancanza di simpatia. Ma occorrerebbe una attenta e approfondita rivisitazione di tutto l'Ottocento narrativo francese e ho l'impressione che personaggi del genere salterebbero fuori abbastanza numerosi dalle pagine di Balzac, Maupassant, Zola e soci.
A un notaio, per esempio, è dedicato per intero un breve romanzo di Edmond About, Le Nez d'un Notaire, pubblicato nel 1862, che narra in chiave grottesca i casi di Maitre Alfred L'Ambert. Costui, giovane professionista di successo, figlio e nipote d'arte con studio parigino in rue Verneuil, nel cuore dell'elegante Faubourg Saint Germain, ricco, brillante, grande amatore ricambiato, si trova a scontare tanta fortuna con una punizione orrenda. Sfidato a duello da un diplomatico ottomano cui ha conteso le grazie di una danzatrice dell'Opera, subisce niente meno che l'amputazione del naso. Questo è solo l'inizio dì una serie di peripezie sadicamente architettate, culminanti in un finale non lieto. L'intento evidente di castigare la potenza e l'arroganza del denaro avrebbe potuto agevolmente rivolgersi a qualsiasi personaggio che incarnasse una posizione di privilegio e un'attitudine egoistica verso il prossimo. Ma la scelta del notaio, in luogo, per esempio, di un proprietario terriero o di un banchiere, non è probabilmente casuale. Nel notaio (per lomeno in questo notaio) si riassumono, con i più fungibili connotati del potere e della ricchezza, il dinamismo della libera professione, il fascino della mondanità intelligente, il gusto sottile di manipolare gli affari altrui. Va tenuto presente, però, che il notariato francese è da sempre investito per legge di funzioni e compiti istituzionali (amministrazione di patrimoni, investimenti per conto terzi) in parte diversi dai nostri, che finiscono per attribuire ai singoli notai un potere economico e un'influenza sociale assai più rilevanti. Ciò spiega forse l'accanimento degli autori citati nei confronti di un tipo di personaggio facilmente individuabile come "antipatico".
Da noi, almeno in letteratura, la tradizione si presenta abbastanza diversa. Per tirarci un po' su il morale, possiamo rievocare, nel contesto tutto italiano (anzi, toscano) de Il Giornalino di Gian Burrasca di Vamba (Luigi Bertelli), la paterna figura del notaro Cav. Temistocle Ciapi di Firenze.
Questi viene descritto dal protagonista, il giovane Giannino Stoppani, detto per la sua propensione a combinar malestri Gian Burrasca, che affida al suo diario la narrazione in prima persona delle proprie esilaranti vicende, come "un tipo buffo, piccolo piccolo e grasso grasso", anche lui, per strana coincidenza, dotato di papalina ricamata (annota un diligente commentatore: "... una volta... le case erano fredde, anche quelle riscaldate, e la papalina faceva il suo servizio per i vecchi con pochi o punti capelli"). Il notaro Ciapi, per chi non dividesse con me la fortuna di conoscere le sue gesta pressoché a memoria, è incaricato, verso la fine di quell'opera immortale, di dare esecuzione alle disposizioni testamentarie del defunto signor Venanzio Maralli, zio di un cognato di Giannino. Quest'ultimo, attraverso una serie di candide quanto imprudenti rivelazioni, ha indotto senza volerlo (?) l'anziano e facoltoso gentiluomo a diseredare clamorosamente il nipote, suo naturale erede. Ultimata la lettura del testamento, nel corso di una seduta la cui scena resta un classico del genere (la delusione e l'ira dell'escluso, la riconoscente soddisfazione dei beneficiati, l'agro scambio di sarcasmi, frecciate, invettive), il buon notaio Ciapi, rimasto solo con Giannino, gli consegna "a brevimano", per incarico del defunto, la somma di mille lire (del 1907) in biglietti di banca da cinque, "col patto che egli li prenda e li tenga con sé e ne disponga a suo piacere e non dica a nessuno di possedere tale somma". Immaginiamo che il Cav. Ciapi, in considerazione della segretezza dell'incarico e del fatto che l'affidamento non dipendeva da atti stipulati avanti a lui o da provvedimenti dell'autorità giudiziaria, non abbia annoverato nulla sul registro somme e valori, ammesso poi che la legge allora vigente, anteriore a quella pur veneranda che ci governa, ne prescrivesse la tenuta. Ma
avrà fatto bene a consegnare il malloppo a un minore notoriamente scriteriato, "senza alcun vincolo e nessuna vigilanza", anche se tale era stata la volontà del defunto? Il dubbio appare lecito, non tanto perché il minore si precipiti a consumare pasticcini per lire tre e ad elargire elemosine per complessive lire quindici a due finti ciechi e un finto zoppo, quanto perché investe la cifra spropositata di lire duecentocinquanta nell'acquisto di una cassaforte nella quale custodire il così gravemente falcidiato gruzzolo.
Comunque sia, il Cav. Ciapi rientra nella categoria dei notai buoni, simpatici, "perbene" di cui pullula il folclore nostrano. Ho vaga memoria, per esempio, di un racconto per l'infanzia in cui compariva tale notaio Pane-bianco, "un uomo buono come il nome che portava". E poi c'è sempre "il buon Don Cesare" della canzone, quello che ci ha inflitto, in aggiunta alla papalina, il tormentoso luogo comune vestimentario del mantello a ruota, tanto caro agli spiritosi di turno.
Ma anche l'immagine del notaio, in realtà, è quella solo apparentemente duplice, a seconda dell'attitudine benevola o ostile dell'osservatore, di un medesimo presunto fenomeno, individuato in base ad un cumulo di altri, ancor più miserevoli luoghi comuni.
Per alcuni il notaio continua a essere "come il confessore", un probo ed equilibrato moderatore, il garante di ogni regolarità. Si pensi al notaio dei concorsi a premi, dei telequiz, dei controlli cosiddetti antidoping (in veste di mallevadore istituzionale della identità dei liquidi organici).
Per altri il notaio è il detentore di un ingiusto privilegio, lo sfruttatore di una sinecura immeritata, colui che fa esoso mercato della propria firma e del proprio sigillo.
Un tale atteggiamento traspare in continuazione da certe manifestazioni dell'opinione pubblica, da certe prese di posizione della stampa, dalla stessa ambigua considerazione che i politici mostrano di avere della nostra funzione e del nostro modo di operare. Una strisciante, malcelata soddisfazione sembra spesso animare la cronaca giornalistica di episodi nei quali sia o appaia coinvolto qualche notaio. Un evidente fastidio accompagna presso una parte dell'utenza la constatazione della indispensabilità dei nostri interventi. La mentalità a priori conflittuale che costituisce l'elemento deteriore dei vari e per altri versi rispettabilissimi movimenti dei consumatori pare rivolgersi con particolare animosità all'attività notarile, spesso ritenuta inutile, parassitaria ed eccessivamente costosa. L'uso della definizione riduttiva (se non spregiativa) del notaio come semplice e passivo registratore di eventi conserva, nel burocratese del palazzo e dei giornali, una ostinata, desolante voga.
E dal palazzo, insieme a provvedimenti legislativi che si direbbero decisi riconoscimenti della insostituibilità e della conseguente necessaria esclusività della nostra funzione (ciò che scatena il risentimento di altre categorie professionali), piovono iniziative odiose e cervellotiche, come il famigerato disegno di legge n. 1026, chiaramente ispirato, oltre che da basso clientelismo, da spiccata antipatia e scarsa conoscenza del fenomeno notariato. Alla base di tutto questo, lo si è già accennato, sta probabilmente, fra le altre cose, il mito popolare della presunta avidità e della facile ricchezza dei notai, alimentato da leggende, invidia e ignoranza, ma anche da qualche obiettivo riscontro di comportamenti non esemplari di alcuni di noi.
Non staremo a raccontarci fra colleghi, ancora una volta, vecchie storie che conosciamo benissimo. Potrà invece servire che si rammenti ad altri, ancora una volta, che i notai appaiono i professionisti più prosperi soprattutto perché risultano i maggiori contribuenti.
Resta il fatto che presso il pubblico, le istituzioni, i media, gli altri professionisti la vera figura del notaio quale operatore pratico del diritto e dell'economia, mediatore imparziale fra opposte esigenze, interprete coerente di volontà private sullo sfondo di un interesse pubblico alla cui osservanza è tenuto per prestato giuramento, tecnico specializzato nelle specifiche materie di sua competenza, seguita ad essere ignorata quando non fraintesa.
Una causa di tale stato di cose, anche se non certo la principale, risiede nella mancata riforma dell'ordinamento, che rischia di offuscare una chiara percezione della natura e dei compiti del notariato perfino a un certo numero di notai. Di questo mancato appuntamento con la storia (sia pure con l'iniziale minuscola) ci si occupa da tempo con ben maggiore autorevolezza della mia nelle sedi appropriate, non, purtroppo, in quelle competenti. Di qui il limite, che qualcuno ha già scorto, della apparente rivoluzione rappresentata dalla elaborazione di un codice deontologico, che tuttavia potrà servire, se di una sua auspicabile corretta applicazione si saprà far edotto il pubblico, a rendere un po' più simpatico questo controverso personaggio della realtà e della finzione che è il notaio.
SETTEMBRE 1994
Ecco (direbbe Snoopy) l'agile notaio che sfreccia per le vie del centro storico, ma anche per i camminamenti e i sentieri di cemento che uniscono le torri di decentratissimi complessi direzionali, diretto agli appuntamenti della stagione assembleare. Si sa che per motivi di prestigio o di comodità piace convocare le adunanze presso la sede, anche se inaccessibile, delle società, mentre, in nome di sotterranee affinità elettive, può pure capitare di ritrovarsi presso remotissimi ancorché ospitali terzi (associazioni di categoria, organismi confederali, sodalizi variamente imparentati). Di fatto, il trafelato verbalizzatore corre qua e là, assillato, in certi giorni cruciali, da tempi strettissimi. Va aggiunto il fattore climatico. Sapete tutti che le assemblee annuali dovrebbero tenersi entro quattro mesi dalla chiusura degli esercizi sociali, quindi, di regola, entro aprile. Ma la maggior parte delle società approfitta, legittimamente, della facoltà, accordata dalla norma di cui all'art. 2364, ultimo comma c.c. in presenza di acconcia previsione statutaria, di prolungare il termine a sei mesi. Molte società, poi, assai meno legittimamente, sì limitano a convocare entro quel termine l'assemblea in prima adunanza (per mandarla deserta), rinviando a luglio l'effettivo svolgimento dell'assemblea in seconda convocazione. In poche parole, giugno o luglio che sia, è un periodo in cui fa caldo, e ciò non aiuta. Anche perché, mentre l'umanità comune sciama beata in mutande, canottiera e ciabatte, il notaio (o almeno questo notaio) si aggira correttamente agghindato in giacca e cravatta secondo i più classici canoni vestimentari britannici.
Il rituale, la liturgia possono essere i più vari. Presso lo studio legale associato con clientela cosmopolita, all'assemblea della controllata di un grande gruppo multinazionale si presenterà un junior partner della ditta (tipo fisico, modi e abbigliamento yuppy), munito di delega dell'unico azionista, il quale designerà concordemente se stesso a presiedere, si farà interprete delle intenzioni degli amministratori assenti e magari portavoce delle attestazioni di assenti sindaci, delibererà all'unanimità e sottoscriverà il verbale, il tutto con apprezzabili celerità e semplicità di procedura.
Al capo opposto, stanno le assemblee delle cosiddette "quotate", gremite di facinorosi peones, titolari al massimo di cinque azioni, pronti a polemizzare, in nome dei sacri e inviolabili diritti dei piccoli risparmiatori, su tutto: sull'aspetto poco accogliente o sull'acustica non felice della sala prescelta, su presunte ambiguità nella formulazione dell'avviso di convocazione, sull'attendibilità delle giustificazioni addotte dagli amministratori non intervenuti, tacciati di colpevole, intollerabile assenteismo. Per non parlare, naturalmente, degli argomenti di merito, come il bilancio (falso), l'operato degli amministratori (incapaci e disonesti), le prospettive di sviluppo (irrealistiche, velleitarie). A questi oppositori del vertice aziendale si contrappongono spesso mercenari altrettanto professionali in veste di piaggiatori, sfrontati leccapiedi disposti alle più grottesche manifestazioni di plauso, compiacimento, cieca fiducia. Gli uni e gli altri tempestano la presidenza con interminabili elenchi di quesiti, richieste di chiarimenti e precisazioni in dettaglio di cifre, quantità, percentuali ed altro, negli opposti
rotanti di mattare in it-nhnr,7,-, n di far faro hPlla figura agli intPrrngati. Quindi vanno verbalizzate con minuziosa imparziale fedeltà sia le domande che le risposte, a beneficio del magistrato che giudicherà sulle immancabili impugnazioni e, forse, dei posteri in genere.
Ma la contestazione sistematica non è fenomeno esclusivo delle assemblee delle società che figurano nel listino di Borsa. Ci sono società a compagine relativamente ristretta, nate da idilli tosto irranciditi, dove l'opposizione delle minoranze assume aspetti di tetragona ferocia, paragonabili per l'appunto alle attitudini vendicative di amanti traditi. C'è una società a responsabilità limitata, che seguo in prima persona, nella quale una società socia, non più tanto contenta di essere tale, si incaponisce in una tattica ostile che denota gran voglia di perdere tempo e denaro. Anche perché si tratta ormai di una rapa dalla quale non c'è granché da cavare, quand'anche le controversie in atto sortiscano esiti trionfali in sede giudiziaria. Eppure, la guerra prosegue inesorabile di assemblea in assemblea, con dovizioso spiegamento di uomíní e di mezzi. Infatti, la delega viene rilasciata a due persone, che intervengono entrambe. I nipoti di Paperino, Qui, Quo e Qua, sono addirittura tre, ma pronunciano a turno brani di un discorso unico. Questi, invece, si avvicendano in interventi variati e personalissimi, alternandosi a fare l'andatura. Uno, grave e serioso, legge prolissi testi prefabbricati densi di accorate lagnanze che poi consegna al notaio intimandogli di non allegarli puramente e semplicemente ("non è bello"), ma di trasfonderne il tenore, in tutta la sua freschezza, nel fluido continuum narrativo della verbalizzazione. L'altro, quasi fanciullesco nella sua giovanile baldanza, improvvisa incalzanti atti di accusa mescolando sottile sarcasmo e solida dottrina. Ragioni di economia assembleare e litigiosa obbligano amministrato ri e rappresentanti della maggioranza a produrre un volume almeno uguale di controdeduzioni, confutazioni, argomentazioni pro domo propria. Per cui il verbale si gonfia, ribolle, si contorce su se stesso, sommerge di rancorose ciance e di pie autogiustificazioni il corpo stesso degli argomenti e delle deliberazioni di merito, rendendone arduo il reperimento perfino in senso grafico sulla pagina scritta.
C'è poi l'assemblea tranquilla, "in famiglia", indetta fuori sede (del notaio) per qualche rispettabile esigenza personale con il proposito di deliberare poche innocenti modifiche statutarie, come da verbale predisposto in anticipo. Ed ecco (direbbe Snoopy) l'astuto commercialista che, avvedutosi della presenza totalitaria di ogni possibile interessato, si fa venire in mente di approfittarne per: introdurre nello statuto una clausola di prelazione a favore degli altri soci in caso di cessione delle quote, complicatissima e lunghissima; dimissionare il Consiglio e sostituirlo con un amministratore unico, non previsto dal dettato statutario vigente, da modificarsi pertanto in via preliminare; ritoccare l'oggetto sociale con l'estensione dell'attività a decine di altri settori secondo tutte le possibili tabelle merceologiche (in pratica da "abbigliamento" a "zootecnica"). Naturalmente, il Presidente dell'assemblea è in partenza, ha già il motore acceso, lo attendono a Dusseldorf, a Riyadh, a Honolulu. Non ci sarà tempo di rifare il verbale e statuto e firmarli con calma il giorno dopo. Perciò ecco (a questo punto Snoopy non dice più niente) l'industrioso notaio che risfodera, in piena era informatica, l'arte della calligrafia e quella della postilla e rattoppa il suo povero originale violato secondo le mutate esigenze del cliente. Il quale, come è noto, ha sempre ragione, rompe, paga (magari dopo due anni e dieci solleciti) e i cocci sarebbero suoi. E invece il notaio, rinunciando a gustosi propositi di vendetta, non fornirà riproduzioni meccaniche dello scempio perpetrato, ma farà ricomporre i testi ai fini del rilascio delle copie, che saranno, come signorilità impone, immacolate. E comunque il notaio (questo notaio, cresciuto – e da un bel po' – in ambiente umanistico e artigianale) si rifiuta di ascoltare discorsi su computer portatili, dischetti e altre diavolerie, anche se ammira e invidia i più giovani colleghi che sanno farne così sapiente uso.
Tornando alle assemblee contestate, come si fa a verbalizzarne con ragionevole fedeltà lo svolgimento? Personalmente non pratico la stenografia e trovo scomodissimo l'uso del registratore, che per me è già un meccanismo eccessivamente complicato, procura tormento ai padiglioni auricolari e fa perdere troppo tempo. Così, mi limito a prendere appunti con un sistema di
abbreviazioni che – lo confesso – mi mettono poi talvolta in qualche difficoltà, che supero con una discreta memoria del contesto generale, un po' di fantasia e una buona padronanza della lingua italiana. C'è anche da dire che ricorrono nelle discussioni assembleari situazioni, prese di posizione e dichiarazioni per così dire "standard", alle quali basta attribuire una sigla o un numero che richiamino la fattispecie. Un po' come in quella storiella dei matti che avevano memorizzato e numerato le barzellette preferite e, con risparmio di tempo e di fatica, le evocavano limitandosi a richiamare il numero corrispondente, e tutti giù a ridere – per l'appunto – come matti. Per fare un solo esempio, basterà una cifra o altro elemento di codice per ricordare che, in presenza di una situazione patrimoniale che rende applicabile il disposto dell'art. 2447 c.c. e di una reiterata proposta di rinvio dei provvedimenti del caso, il presidente del collegio sindacale ha denunciato con toni apocalittici l'avvenuto scioglimento della società, ha minacciato il ricorso al terzo comma dell'art. 2450 c.c. e ha ammonito severamente gli amministratori a non intraprendere nuove operazioni. Non so se sia una mia attitudine particolare quella di frequentare la scena di crolli, naufragi e altri disastri, ma posso assicurare che per me il rinvio dell'assemblea (non quello previsto dell'art. 2374 c.c., ma un rinvio anche ben superiore ai tre giorni, deliberato per prendere fiato, pensarci su, cercare risorse, ritardare le esequie, attendere un improbabile miracolo) è ormai un classico. Un istituto che non ha più per me alcun segreto, del quale ho appreso a padroneggiare con perizia i congegni, attraverso una serie di ripetuti pellegrinaggi negli stessi luoghi, un accumulo di parcelle che forse nessuno mi pagherà, un codazzo di verbali che, malgrado la mia riconosciuta bravura, non assurgeranno mai al rango di saghe o di poemi epici, ma resteranno fatalmente al loro livello natio di meste telenovelas.
MARZO 1995
Che possibilità ha il notaio di evadere dagli angusti limiti di competenza territoriale che la legge gli assegna? Tecnicamente, è ovvio, nessuna, almeno volendo restare nel lecito. E già potranno ritenersi fortunati gli iscritti a distretti notarili riuniti, ai quali è consentito, ricorrendo le condizioni di cui all'art. 26 della legge notarile, girovagare per un territorio un po' più esteso. Come noi di Milano, che, se richiesti da affezionati estimatori, possiamo percorrere itinerari anche suggestivi dalle profondità nebbiose della bassa padana ai ridenti laghi e rilievi prealpini del Varesotto.
Ma se il notaio pubblico ufficiale è fatalmente rinchiuso nel suo corral distrettuale, resta al notaio-persona, al professionista, all'uomo di legge qualche margine di sortita che non consista, naturalmente, in una vacanza o in un viaggio di piacere a proprie spese?
Alcuni di noi hanno l'onore e l'onere di far parte degli organismi rappresentativi di categoria, il che li conduce periodicamente nella capitale e, talvolta, in altre località non meno prestigiose. C'è poi l'opportunità di partecipare regolarmente ai vari congressi, convegni, simposi, raduni, incontri, competizioni sportive e altre manifestazioni corporative di cui pullula il calendario. Agli animatori del notariato latino e ai loro seguaci è addirittura riservato il brivido dell'esperienza internazionale e financo intercontinentale, in attesa che un'auspicabile ripresa delle attività spaziali conferisca dimensione cosmica alla confraternita.
Tuttavia, non è questo l'aspetto che più ci interessa approfondire. Le realtà che andiamo esplorando sono le occasioni "professionali" di contatto, periodico o occasionale, con lo spazio esterno all'ambito distrettuale, sia in Italia che all'estero.
Il più tipico, banalissimo fenomeno è la ricorrente necessità di sbrigare una qualche pratica fuori sede o, appunto, fuori distretto: eseguire visure ipotecarie e catastali, presentare e seguire l'iter di formalità presso pubblici uffici ecc. Il ventaglio delle evenienze è, a questo riguardo, assai ampio. Tutti, credo, abbiamo in certe città amici o corrispondenti legati a noi da un rapporto continuativo di reciproca stima, di collaborazione senza riserve. A tutti, viceversa, capita di dover ricercare affannosamente, fra una serie di personaggi parimenti sconosciuti, il cireneo che accetti di accollarsi le nostre estemporanee grane. E tutti variamente ci imbattiamo, in casi del genere, così in modelli esemplari di generosa colleganza, come in soggetti riottosi che, di fronte a una richiesta indubbiamente scomoda, manifestano lealmente il proprio incondizionato fastidio. Spesso, giova dirlo, l'atteggiamento ostile non è tanto del collega, alla cui telefonica presenza non riusciamo neppure ad accedere, quanto delle sue poco cordiali maestranze.
Ecco quindi perché, in qualche occasione, quando la fattispecie lo merita, il notaio si attiva in proprio e, con lodevole spirito di avventura, da di persona o manda sul posto un suo qualificato ausiliario. Di queste trasferte, che, al di là della necessità contingente, offrono comunque il pretesto per la classica "boccata d'aria", si conserva sempre, chissà perché, nitida e grata memoria. Come di accessi a conservatorie di città d'arte o di località amene (Mantova, Bologna, Parma, Chiavari, Salò, Tempio Pausania), con soste o deviazioni turistico-gastronomiche, a unire sapientemente l'utile e il dilettevole. Io, da praticante e poi da giovane di studio altrui, in particolare, ho avuto la fortuna di frequentare con assiduità l'ufficio dei registri immobiliari di Venezia e devo a quei trascorsi la mia non comune conoscenza della città e dei suoi tesori, nonché della sua peculiare toponomastica e dei suoi ristoranti migliori.
Altre volte si tratta di missioni-blitz (in realtà fattorinaggio ad alto livello) presso le cancellerie di esotici tribunali, compiute con la fiera consapevolezza e la contenuta emozione dell'agente segreto, del sottile negoziatore, del corriere diplomatico (D'Artagnan, Costantino Nigra, Michele Strogoff, James Bond!), balzando da un aereo a un taxi, da una lancia a un gatto delle nevi. Affrontare impavidamente giudici arcigni, tenere testa a pubblici ministeri inflessibili, avere ragione dei più ardui ostacoli procedurali (in pratica: uscire a comprare marche da bollo non previste, mendicare fotocopie, blandire viscidamente funzionari accidiosi e recalcitranti). Tutto, pur di riportare a casa l'ambita ricevuta di presentazione, il sospirato decreto di omologa, l'agognato numero di iscrizione. E si rientra alla base con la baldanza dei piloti bombardieri che hanno centrato il bersaglio, delle teste di cuoio che hanno liberato gli ostaggi. Veni, vidi, vici. Poi si torna alla routine quotidiana, dove al massimo è dato valicare, anziché le Alpi, gli Appennini o le Ande, il confine daziario del Comune verso Segrate, Assago, San Donato.
Ai miei tempi, almeno, un po' di Italia, se non di mondo, si girava (al modo dei militari di carriera) quando, vinto il concorso, iniziava la lunga marcia di avvicinamento alla propria sede di destinazione, in quanto situata in uno dei distretti più ambiti. Si creavano ai margini di questo liste d'attesa
interminabili e angosciosissime, specie per chi, come me, potesse vantare una classifica di esame mediocre e titoli pochi o punti (secondo un'espressione toscana che mi vergognerei a pronunciare, ma che mi diverto a scrivere). Contavamo sulle dita, allora, gli anni che separavano dal pensionamento i colleghi più anziani del distretto, augurandoci (per non augurare di peggio a loro) che qualcuno di essi volesse magari farsi dispensare in anticipo a sua domanda.
Io, milanese, ebbi per prima sede Trevico (provincia di Avellino, distretto di Benevento, tribunale di Ariano Irpino), un borgo arrampicato su un cocuzzolo al confine con la provincia di Foggia, noto esclusivamente per aver dato i natali al valoroso cineasta Ettore Scola. La popolazione locale, decimata dalle emigrazioni e favorita dalla moderna motorizzazione, non aveva alcun bisogno di notaio in luogo, e infatti la sede corrispondente è stata poi soppressa, non prima di aver ospitato altri milanesi in transito. Alcuni miei compagni di concorso, pure di Milano, finirono addirittura nelle isole.
Ottenni in seguito una condotta nell'Astigiano, altrettanto destituita di interesse economico, ma almeno più vicina e posta in zona di produzione vinicola estremamente interessante. Altre due sedi seguirono in Lombardia, una in riva al lago, l'altra in campagna, prima di approdare alfine al capoluogo. Per cui posso ben dire che, in funzione della carriera, al pari di Wilhelm Meister, i miei anni di pellegrinaggio li ho fatti. Senza contare le periodiche puntate a Roma per verificare in sede ministeriale l'esito delle mie continue domande di trasferimento. Adesso, i più fortunati (o meritevoli) giovani colleghi entrano direttamente a Milano o a Roma addirittura di prima nomina. Chi l'avrebbe mai detto.
Quanto all'estero vero e proprio, la frustrazione del notaio inteso come specie eminentemente stanziale è in pratica assoluta. Partivano, nelle classiche canzoni napoletane, i bastimenti, così come oggi rombano i jet, ma chi abbia vocazioni migratorie o tendenze al nomadismo farà meglio a scegliersi una carriera diversa. C'è invero un collega amico mio che è andato fino a New York, su incarico di un cliente di superlusso, per verbalizzare un'assemblea ordinaria, ma infatti se ne favoleggia a veglia. Io stesso, una volta, andai a Parigi per verbalizzare un'assemblea (rectius: per insegnare al Console come verbalizzare l'assemblea straordinaria di una società di diritto italiano), ma poi non se ne fece nulla. Naturalmente, mi fu rimborsato il biglietto aereo, ma non osai addebitare alla società né un pernottamento (visto che amministratori e sindaci, giunti in mattinata, ripartirono
il giorno stesso), né tanto meno alcuno dei pranzi luculliani che mi concessi durante la vacanza di tre giorni imbastita intorno a quella eccezionale occasione di lavoro.
Dunque, il Grand Tour dei letterati romantici, le spedizioni geografiche in continenti inesplorati, le circumnavigazioni del globo non si addicono al notaio nell'esercizio delle sue funzioni abituali. Un altro collega e amico, per partecipare a una traversata oceanica, dovette imbarcarsi come cuoco di bordo.
Tuttavia, attingendo – per puro gusto dell'orrido – al trovarobato dei proverbi e delle frasi fatte, è pur sempre possibile che la montagna venga da Maometto a partorire i suoi topolini. Ossia, nel villaggio globale in cui viviamo, una certa internazionalità di rapporti è assicurata anche a noi notai, a domicilio -1-11- r—lt"^-m^p^lit- " °^^^ sh-r^-r° n—t-i sturi: gli ilari giapponesi, gli americani dai lunghi sigari, i biondi scandinavi, gli svizzeri scaltri, i pomposi francesi, i solidi tedeschi, i britannici diffidenti, i cechi cerimoniosi e, da qualche tempo, i cerimoniosi slovacchi. L'impero delle multinazionali si estende ormai saldamente alle nostre caserecce province con una rete fittissima di società, rappresentanze e altri interessi.
Per non parlare della multinazionale della disperazione (o della speranza), fatta di individui dalla pelle scura, con i rispettivi fastidiosi problemi di reciprocità nel godimento dei diritti civili che un residuo di legislazione colonialistica seguita a procurare a loro e a noi.
Non deve stupire come ormai la lingua franca nella quale si comunica con gli operatori stranieri (non con gli immigrati extracomunitari, tutti in possesso di un italiano tanto rudimentale quanto pittoresco) sia per forza l'inglese basico dei corsi accelerati, dei viaggi in comitiva, delle transazioni da duty free shop. Gli svizzeri, magari, il francese lo saprebbero anche, per tacere dei francesi, che (potenza delle frasi fatte) la loro lingua madre la assorbono con il latte materno. 11 guaio è che il francese non lo sa più nessuno dei loro interlocutori locali, giovani manager o associati di studi legali internazionali, con cui hanno avuto il primo contatto nel nostro paese, dai quali vengono accompagnati nei nostri studi e che costituiranno il loro punto di riferimento sul posto. A uno della mia generazione, tirato su a film di Jean Renoir e poesie di Jacques Prévert, parlare inglese con uno di Parigi sembra francamente ridicolo, ma lasciamo perdere. Il massimo dell'appagamento plurilinguistico si ha con le delegazioni dell'Europa cosiddetta orientale, nelle quali, specie se composte da elementi di una certa età, c'è sempre qualcuno che sa il francese e non l'inglese e, a loro onore, an
che qualcuno che sa benissimo l'italiano. Così la conversazione ha luogo in quattro lingue, di cui una, la loro, assolutamente incomprensibile.
Con tutti gli stranieri, quando si tratta di costituire una società, istituire una filiale, avviare comunque qualcosa, capita di venire sottoposti a interrogatori micidiali. Un fuoco di fila di quesiti assai precisi in ordine al da farsi e alle conseguenze del già fatto, che esigerebbero risposte altrettanto precise. Invece, allo stato confusionale della legislazione e delle prassi burocratiche nostrane, l'unica risposta per noi possibile è, invariabilmente: "dipende". Ciò non manca mai di suscitare irritata insoddisfazione. Esisterebbe poi il problema della lingua degli atti pubblici che andiamo a stipulare con i nostri clienti stranieri, a mente del temibile art. 54 della lette notarile. Ma si risolve con l'infantile stratagemma di far rilasciare a soggetti italofoni regolari procure e deleghe redatte e formalizzate nelle nazioni di origine, magari (secondo un costume sempre più diffuso, soprattutto nel Regno Unito) direttamente in lingua italiana e, se no, corredate di traduzione asseverata oppure eseguita e certificata conforme dallo stesso notaio in quanto poliglotta reale o supposto. I non gravi problemi di forma, legalizzazione e apostille li risolveremo caso per caso.
Uno dei pochi aspetti confortanti, quando si ha a che fare con soggetti non residenti (probabilmente l'unico caso di constatata semplificazione di qualcosa nel nostro ordinamento dal dopoguerra in poi), è la scomparsa delle pastoie valutarie che tanto ci hanno angustiato nel passato prossimo. Alzi la mano chi almeno una volta, dovendo costituire una società o verbalizzare l'esecuzione di un aumento di capitale contestualmente deliberato, non sí è visto accreditare dalla Banca agente l'importo (magari consistente nel minimo di legge) decurtato delle commissioni! Pare giusta nemesi che l'odiato Ufficio Italiano dei Cambi sopravviva (forse al solo scopo di garantire la sopravvivenza dei dipendenti) con funzioni diverse dal controllo degli investimenti esteri. Riposi in pace, un giorno o l'altro.
LUGLIO 1995
Alcuni giorni fa, accompagnai mia moglie, in qualità di privilegiato, parassitario ospite assaggiatore, a un corso di cucina della durata di una settimana tenuto dal grande Andreas Hellrigl in quell'angolo di paradiso che fu Villa Mozart a Merano. Adesso, purtroppo, Andreas è morto nel suo volontario esilio americano e della sua compagna di allora, la bionda e determinata Emmy, votatasi a un destino di itinerante ambasciatrice della gastronomia sudtirolese, non ho notizie recenti. Resta nel ricordo la magia di quell'autunno irripetibile, dai colori fiammeggianti, fatto per me di trionfali passeggiate lungo il Passirio e di pranzi sontuosi cucinati dal maestro nell'esercizio della sua attività di ispirato didatta.
Partecipava al corso, fra gli altri, un'attempata, simpaticissima signora veneta, vedova di un notaio siciliano che era stato attivo prima in Lombardia e poi a Roma. Rievocando con affetto sincero, ma non senza una certa retrospettiva ironia, la figura del consorte, la spiritosa, effervescente matrona non esitava a definirne il carattere "plumbeo". La cosa appariva peraltro, agli occhi di lei, del tutto normale, pressoché inevitabile. Come pretendere che un notaio, austero e incorruttibile ministro di un culto della saggezza imparziale, tutore del rispetto delle regole non solo giuridiche, ma anche morali, non risulti per ciò stesso un personaggio "plumbeo"? La parola, che, nella inflessione dialettale impressa al dittongo dalla signora nella sua irresistibile parlata goldoniana, finiva per suonare sdrucciola, appariva quasi il meritato riconoscimento, il tributo postumo dovuto a un uomo integerrimo e probo e, di conseguenza, mortalmente noioso.
Prima che mi tornasse alla memoria l'impareggiabile vedova, al cui spirito non aveva evidentemente nuociuto la prossimità di tanto coniuge, avevo cominciato più di un anno fa a scrivere un pezzo (poi a lungo abbandonato) che prendeva spunto da una citazione giornalistica a dir poco imbarazzante che avevo trascritto e qui di seguito riporto:
"Se un notaio si traveste da donna con due tette così a Carnevale, va benissimo, si libera dagli schemi abituali e si diverte. Farlo tutti i giorni dell'anno sarebbe una schiavitù orribile".
L'inquietante ipotesi era stata enunciata da un uomo di spettacolo di qualche notorietà in una intervista apparsa su uno di quei supplementi a rotocalco che, per qualche oscura ragione, anche i quotidiani più seri ritengo
no obbligatorio imporre ai propri lettori una volta la settimana, maggiorando, si badi bene, nell'occasione il prezzo del giornale.
Al contrario di ciò che accade tutti gli altri giorni, quando carte geografiche, agendine, dispense di enciclopedie, inserti vari e altra spazzatura cartacea vengono offerti gratuitamente, ponendo a carico del lettore l'unico onere dí sbarazzarsene al più presto.
Tornando alla dichiarazione testualmente sopra citata, essa voleva probabilmente esemplificare, nelle intenzioni del cosiddetto showman, il tormento di chi si ritrovi costretto, per obbligo contrattuale o per vocazione troppo tenace, a divertirsi e divertire gli altri "a comando". Ma perché, ammesso che un individuo di genere maschile (immune da devianze sessuali) possa, sia pure semel in anno, trarre motivo di divertimento dal travestirsi da donna, si è voluto immaginare in quei panni trasgressivi un notaio e non invece un idraulico o un veterinario? (Veramente, la categoria che viene di solito prescelta come esempio quando si enuncia questo tipo di balorde generalizzazioni è quella dei barbieri, ritenuti a torto emblematicamente incompetenti o comunque inidonei, non pertinenti per definizione rispetto all'argomento di turno, qualunque esso sia. Ciò che non manca di provocare la giusta ira dí quei valenti artigiani, fra i quali si annoverano personaggi di grande qualità umana e intellettuale, come il mio amico Franco Bompieri, al quale non pochi notai milanesi affidano la cura del loro pelame).
Forse che per un idraulico o un veterinario (o un barbiere), esponenti di categorie notoriamente composte di mattacchioni, l'evento ipotizzato apparirebbe meno sensazionale? In poche parole, si vuole dipingere il notaio come un tetro parruccone, incapace di divertimento, irrimediabilmente incatenato dagli "schemi abituali", istituzionalmente e fisiologicamente "plumbeo"? Se il tipo di divertimento dev'essere per forza quello di travestirsi da donna (a parte il fatto che ormai sono quasi più numerosi i notai femmina), sono senz'altro del parere che convenga al notaio serbare la tradizionale compostezza che, evidentemente, gli si attribuisce nell'immaginario collettivo.
Tuttavia, non sí può avallare l'immagine di un notaio negato ai piaceri della vita, privo di senso dell'umorismo, incapace di interessi extraprofessionali, votato all'esercizio esclusivo di seriose incombenze d'ufficio. Esistono viceversa notai che suonano la chitarra in complessi rock, che animano movimenti di avanguardia nelle arti figurative, che praticano il cicloturismo culturale in forma organizzata, che scrivono romanzi e poesie (magari pubblicandoli a proprie spese), che forniscono contributi passabilmente
sovversivi al dibattito politico, che si dedicano con passione (e con qualche rischio) alla dirigenza sportiva. Chi scrive, sia pure in età più verde, ha contribuito a fondare e redigere per anni un mensile di fumetti, ha interpretato il ruolo di "secondo becchino", in effetti anche meno che secondario, nel film britannico The Island of Truth, ha lavorato come consulente di Umberto Simonetta al Teatro Gerolamo di Milano e come traduttore di copioni per Garinei e Giovanini...
Questo solo per citare le attività collaterali apparentemente più frivole e lontane dalla sacra funzione di pubblico ufficiale.
Resta da vedere se tutto ciò possa avvenire senza compromettere il decoro e il prestigio della classe notarile e senza procurare indebita pubblicità al poliedrico professionista.
Sotto quest'ultimo profilo, appare particolarmente preoccupata la formulazione di un capitolo del codice deontologico, là dove identifica come un fenomeno tipico della nostra epoca la straordinaria diffusione dei mezzi di comunicazione di massa quale possibile fonte di notorietà professionale, attraverso la partecipazione o collaborazione a trasmissioni o rubriche radiotelevisive o giornalistiche, il rilascio di interviste, la stessa partecipazione alla vita pubblica, sia essa politica, amministrativa, religiosa, scientifica o artistica, che utilizzi quei mezzi di comunicazione.
Sembra di essere, con sorprendente anticipo, alle origini del dibattito sulla fin troppo familiare par condicio. Ma infatti, l'efficacia travolgente della esposizione di un soggetto ai sullodati mezzi di comunicazione (in particolare quello televisivo) ai fini della conquista di popolarità e consenso era cosa ampiamente nota e dimostrata già molto tempo prima che un magnate dell'etere pensasse di fare il suo ingresso in politica.
Certe attività, dunque, quando non si esauriscano nella sfera del privato del singolo notaio, del suo parentado e del suo giro immediato di conoscenze, ma vengano ad assumere qualche carattere di notorietà, andranno esercitate con cautela e discrezione. Ma sarà tassativo, innanzi tutto, separare la pratica dell'hobby dalla nozione della qualifica di notaio, fare in modo che questa sia taciuta, rimanga segreta, magari assumendo nelle circostanze un diverso titolo professionale (architetto, perito commerciale, tenente colonnello)? Oppure si dovrà decisamente occultare la propria identità, se non con un travestimento vero e proprio, sotto uno pseudonimo, magari argutamente cifrato ad uso dei soli addetti ai lavori (Rolandino, Jacopo, Romolo Romani, Don Cesare)?
Nel mio caso, per esempio, nell'occasione di una remota, isolata apparizio
ne televisiva, in orario pomeridiano, a discettare di un arcaico fumetto americano caro a pochi intenditori, fu sufficiente omettere ogni menzione del mio mestiere, senza ricorrere a ulteriori depistaggi. Se ancora tre anni dopo (a riprova della potenza del mezzo) qualche sconosciuto, in treno o per strada, mi apostrofava con frasi del genere: "Io a lei l'ho visto, sa, alla tele", non ebbi in effetti a notare incrementi significativi nell'afflusso al mio ufficio di pratiche immobiliari o societarie. O forse sarà anche stato che agli operatori economici più qualificati manca di regola il tempo dí seguire i programmi della TV dei ragazzi.
È ovvio invece che un notaio titolare di una rubrica giornalistica divulgativa del tipo "11 notaio di tutti" o "11 notaio risponde" rischia seriamente di veder crescere la propria clientela a danno di colleghi altrettanto preparati, ma che non dispongono di una siffatta tribuna. Diverso sarà il caso del notaio docente universitario, assiduo collaboratore di riviste scientifiche specializzate che difficilmente perverranno all'attenzione del gran pubblico delle casalinghe e dei soliti barbieri. Ma questi che abbiamo fatto sono per l'appunto gli esempi-limite che deve aver avuto presenti l'estensore stesso del codice deontologico.
Facciamo invece il caso del notaio musicologo che, senza curarsi di nascondere la sua qualifica, svolga una collaterale attività pubblicistica del tutto svincolata da quella professionale. Se costui recensisce abitualmente spettacoli, concerti e dischi di musica classica o pop, si fa con ciò pubblicità, convoglia verso il proprio studio i fans di Pierre Boulez o i cultori di Giorgia? E, per limitarci al settore classico, se fosse un critico particolarmente severo, incontentabile, punitivo e spesso oscuro come quello del Corriere della Sera, basterebbe ciò per escludere da parte sua l'intenzione di una captatio benevolentiae nei confronti del pubblico?
Un po' come quell'improbabile notaio, attore dilettante, che per assurdo interpretasse sullo schermo esclusivamente personaggi sgradevoli di bricconi e lestofanti. Ma forse anche a lui non mancherebbe, per un effetto perverso di identificazione, il favore entusiastico di una clientela tutt'affatto particolare e decisamente pericolosa.
Certo, condurre una doppia vita costituisce da sempre una bella complicazione, come dimostrano il dottor Jekyll, Superman, Zorro e tutti i vari ladri gentiluomini, vendicatori, primule rosse, spie e agenti segreti della letteratura popolare. Per non parlare di quegli affettuosi gestori di due distinte, reciprocamente ignare famiglie, costretti, almeno secondo un'aneddotica umoristica, a consumare giorno dopo giorno una doppia serie di pasti.
Pare insomma di capire che dovremo essere prudenti e evitare di spendere con troppa leggerezza, direttamente o attraverso l'improvvisa iniziativa di familiari, amici, mentori e sostenitori, la nostra qualifica professionale fuori dalle mura dello studio e, soprattutto, in occasione di eventi mondani dove potrebbe in tal modo attuarsi una qualche forma di sollecitazione della clientela. Chi nutra ricchi interessi extraprofessionali o intrattenga relazioni sociali importanti farà bene a coltivare gli uni e le altre quietamente senza che abbiano a interferire con la propria attività principale, così da evitare, oltre tutto, una escalation pubblicitaria in progressione geometrica. Sarà infatti inevitabile che il notaio navigatore solitario, il notaio astronauta, il notaio sassofonista e il notaio fumettologo, tosto che ne sia nota l'esistenza, siano prontamente invitati, in qualità di pittoreschi reperti umani, al Maurizio Costanzo Show o a Domenica In. E se commetteranno l'errore di andarci, magari col permesso del loro Consiglio notarile, diventeranno così famosi e saranno oppressi da una clientela tanto numerosa che non resterà loro il tempo di dedicarsi alle predilette occupazioni artistiche, culturali o sportive.
NOVEMBRE 1995
Esiste un physique du role notarile? Si dà in natura un normotipo riconducibile alla figura del Notaio quale potrebbe emergere dall'immaginario collettivo o dall'esperienza comune? Domanda ovviamente cretina, perfino sospetta, in quanto formulata con riguardo a qualsiasi categoria umana, di positivismo discriminatorio di stampo lombrosiano. Figuriamoci poi in tempi di rampante political correctness!
Eppure, un grande scrittore, Honoré de Balzac, ancorché in epoca diversa, ha potuto, ín un suo astioso libello composto intorno al 1840, identificare il notaio, qualsiasi notaio, in un tipo di uomo piccolo e grasso, dalla "maschera gonfia, vana e untuosa", di "un certo appariscente color di burro fresco" (cito, non disponendo dell'originale francese, dalla traduzione italiana di tale Roberto Braccesi, edita nel 1929 dalla casa Nemi di Firenze nella collana Bibliotechina dell'Ottocento).
Si è già avuta l'occasione, in questa rubrica, di rilevare la manifesta antipatia dei grandi narratori francesi del secolo scorso nei confronti della "razza" notarile. E si è tentato, sia pure soltanto in via di ipotesi, di individuarne le cause. Nel caso di Balzac, tuttavia, pare di scorgere un'ossessione del tutto soggettiva, una monomania forse originata da qualche sfortunata vicenda personale. Anche i notai di Emma Bovary e di Gian Burrasca, sui quali ci siamo a suo tempo intrattenuti, paiono rientrare nel canone morfologico dell' "omino di burro" di collodiana memoria, ma si tratta di mere coincidenze.
"Il notalo lungo e secco è un'eccezione", sentenzia con tetragona ostinazione l'autore della Comédie Humaine. Chissà se mente sapendo di mentire o se è davvero persuaso di un tale insostenibile assunto. Acuto osservatore della natura umana e della società del suo tempo quale si rivela in ben altri luoghi della sua prodigiosa opera, egli non sembra capace di tanto balorda proposizione. Converrà pertanto rinunciare a interrogarci in proposito, pure se il testo, non brevissimo, prosegue imputando ai notai altri difetti, vizi e colpe ben peggiori di un aspetto fisico poco gradevole. E anche il resto della requisitoria appare poco comprensibile là dove descrive una pretesa metamorfosi entomologica alla rovescia del notaio da leggiadra farfalla al tempo dell'apprendistato a larva putrescente nella fase del successo professionale. Risultano soprattutto misteriosi a noi posteri di am
biente tanto diverso certi rituali relativi ai modi di accesso alla professione, al rapporto con la clientela, all'organizzazione degli studi, evidentemente lontani dalla nostra realtà, ma forse deformati nella stessa immaginazione dell'autore.
Accantonata dunque in omaggio alla ragionevolezza ogni pretesa di classificazione naturalistica dell'animale-notaio (Stendhal, contemporaneo di Balzac, preferiva parlare in generale di "pianta-uomo"), sopravvive tuttavia la tentazione frivola di ricercare un eventuale look categoriale in senso puramente esteriore, ossia comportamentale, e soprattutto, vestimentario.
Balzac, inesorabilmente generalizzando, descrive il suo omuncolo notarile "vestito di nero". Ed è probabile che tale fosse la divisa indossata dai nostri predecessori al di là e al di qua delle Alpi, poco importa se adottata spontaneamente in funzione di una superiore, severa dignità o imposta da un codice non scritto, valido per l'intera classe borghese attiva nella politica, nelle amministrazioni, negli affari, nella finanza, nelle libere professioni. Codice che, almeno in parte, è rimasto in vigore fin quasi ai giorni nostri. Il principio appare oggi fatalmente incrinato, perfino nella rigorosa, conservatrice Inghilterra, come attesta un esempio clamoroso tratto dalle cronache recenti. Anonimi, ma a quanto pare autorevoli arbitri del costume e delle regole sartoriali hanno da poco decretato la liceità di indossare in borsa, in banca, negli studi professionali, nelle aule di giustizia e addirittura in parlamento abiti di colore marrone (!), sia pure soltanto il venerdì, nel presupposto che uno sia in partenza per il week end in campagna. In compenso, una giovane avvocatessa londinese ha sostenuto con successo una sua battaglia con il fisco locale ottenendo di imputare a spese d'ufficio il costo di certi sobri tailleurs, forzati strumenti di lavoro che essa mai si sognerebbe di indossare, se non costretta dalle convenzioni, in luogo dei prediletti jeans, maglioncini e minigonne. Ma questo tardivo riconoscimento dell'esistenza di regole cogenti in fatto di abbigliamento è probabilmente destinato a rimanere un'eccezione (come il notaio lungo e secco di Balzac) nel tumultuoso precipitare, in nome di un totale permissivismo, delle più nobili costumanze. Tant'è che nella stessa Inghilterra nuovi venti di polemica investono perfino le venerande parrucche di giudici e avvocati.
Da noi, le sedi di alcuni Consigli notarili sono adorne dei ritratti fotografici di antichi Presidenti. A Parigi, nella sede sontuosa della locale Chambre des Notaires, figurano alle pareti addirittura i ritratti a olio di notai settecenteschi, dipinti da maestri coevi. Si dice che altrove, per
onorare certi colleghi illustri ormai fatalmente impossibilitati a posare di persona, si sia commissionata ad artisti di riconosciuta fama una serie di ritratti ricavati per l'appunto dalle esistenti fotografie. Non sembra esattamente la stessa cosa che avere il proprio ritratto eseguito in vita da Holbein, Goya, Degas, Klimt o almeno Casorati. Potrebbe tuttavia sortire esiti interessanti l'affidare a pittori congeniali (Rauschenberg?) elaborazioni del genere di quelle praticate da Andy Warhol sulle effigi di Marilyn e di Mao. Ma credo che i promotori dell'iniziativa abbiano in mente qualcosa di meno sperimentale.
Per limitarci comunque all'esame dei più economici reperti fotografici disponibili, si osserva che essi raffigurano, a cavallo del secolo e anche prima, impeccabili gentiluomini in abito scuro (intuitivamente blu o grigio) completo di panciotto, camicia con solino alto dalle punte rivoltate, baffi a manubrio. Più tardi, i volti si fanno scrupolosamente glabri, muta la foggia dei colli delle camicie, ma i vestiti restano rigorosamente scuri e di taglio classico. E più o meno così abbigliati ricordo i notai in esercizio allorché iniziai a frequentare, da timido praticante, il nostro ambiente professionale.
Poi ... Poi è successo di tutto, anche prima del fatidico sessantotto. Il maglioncino girocollo detto anche "dolcevita", dapprima spavaldamente adottato per tacita licenza di deroga solo da giornalisti famosi, mitici pianisti e direttori d'orchestra, scienziati notoriamente eccentrici, si è introdotto surrettiziamente anche fra noi. La cravatta, senza essere stata decisamente declassata al livello di optional, latita sempre più spesso, e non solo in estate, da colletti lasciati disinvoltamente aperti. E la stessa giacca, oltre a essere comprensibilmente negletta nei mesi più caldi, si vede ogni tanto spodestata senza motivo apparente da incongrui sostitutivi farsetti di maglia. Quanto al colore e alla foggia di abiti e scarpe, non si è atteso qui (ciò vale ovviamente per tutta la borghesia più o meno operosa, e non solo per i notai) il nulla osta degli esperti britannici all'impiego di capi casual, da noi detti impropriamente "sportivi", e ciò anche con forte anticipo sulla fine della settimana lavorativa. Ma il tipo di indumento che più di ogni altro ha subito l'oltraggio della evoluzione del costume in senso trasgressivo è il pastrano, o cappotto, paltò o soprabito che dir si voglia.
Qui è d'obbligo risalire preliminarmente alla presunta madre (come si usa dire) di tutte le gabbane e di tutte le zimarre, all'equivoco storico che attribuisce obbligatoriamente al guardaroba del notaio la presenza del leggendario "mantello a ruota". Fermo restando che condividiamo appieno con la nostra amica Lavinia Vacca l'ammirazione per la canzone Signorinella
(sempre che sia questo il titolo esatto) e l'affetto per il personaggio umanissimo del collega di nome Cesare, sia chiaro una volta per tutte che il mantello a ruota lo porta lui, e non perché fa il notaio, ma per ragioni sue che non esitiamo a ritenere legittime e perciò rispettiamo. Ma il mantello a ruota non è e non è mai stato la divisa di ordinanza dei notai, neanche di quelli con i baffi a manubrio e i solini inamidati. Balzac parla, a un certo punto, di un "piccolo mantello ufficiale", ma si tratta chiaramente di una specie di toga, da indossare in ufficio, come le mezze maniche di cotone nero, e non d'inverno sui boulevards .
Vero è che i notai, almeno quelli residenti in località afflitte da climi glaciali, si sono sempre protetti dal freddo con pastrani di stoffa robusta e morbida al tempo stesso, ben tagliati da valenti artigiani, muniti di un numero variabile di bottoni e di tasche e corredati o meno di martingale o baveri di pelo. Salvo, ai primi cauti tepori primaverili, sfoggiare più leggeri e civettuoli soprabiti, del pari cuciti su misura a regola d'arte oppure giunti già confezionati, ma con non minore perizia, d'oltremanica.
Si è detto: "sempre". Sempre finchè non si è insinuato nella popolazione maschile del nostro paese, ma anche di tutto l'orbe, il tarlo quasi ideologico che rifiuta in quanto antiquati, poco sportivi (e quindi poco virili) tutti i cappotti di tipo tradizionale, prodotti di sartoria o di accurate tecniche di confezione. Dapprima, ma parliamo già di qualche decennio fa, si è creduto di realizzare una soddisfacente alternativa adottando in massa il loden tirolese verde, altrettanto classico, ma senza dubbio sportivo in quanto abitualmente indossato, secondo le immortali espressioni del collega Nico Acquarone (al quale sono in pratica dedicate queste fatue note) dai seguaci di Sant'Uberto nelle loro spedizioni di caccia al cervo. Salvo optare in seguito, nell'irriducibile intento italico di distinguersi, o forse per evitare i frequentissimi scambi dell'universale, ma non fungibile indumento, per la versione dello stesso capo nei discutibili colori blu scuro o cammello.
Ma alla fine l'odio per qualsiasi indumento lungo fino al ginocchio, così poco giovanile e non del tutto adatto per le esigenze primarie della guida dell'automobile, è esploso inarrestabile e devastatore. E' stato così il trionfo del cosiddetto "montone" (che stranamente, a differenza delle pellicce femminili, non eccita i furori fanatici degli animalisti), del piumino, della giacca a vento, del giaccone, del giubbotto e del giubbetto, fino alla recente, pressoché totalitaria presa di potere del "fichissimo" Barbour. Quest'ultimo capo, simpaticamente informale, di foggia vagamente militare, si addice in particolare ai colleghi (ma anche alle colleghe) più giovani e non è
disdegnato dai più anziani, specie se usi a pigiare sui pedali di sofisticate biciclette.
Allo stesso modo, quasi nessuno porta più il cappello, vergognoso, insopportabile relitto di un passato tutto da ripudiare; al massimo è dato avvistare in giro qualche berretto (che si accorda benissimo col Barbour) o magari ridicoli copricapi esotici del genere colbacco. Resta un punto di merito per la classe notarile non avere adottato, almeno per ora, la cuffia di lana o il passamontagna tanto cari agli esponenti di altre categorie dedite ad attività fin troppo alternative. Meno aborrito del cappello rimane, tutto sommato, l'ombrello, nel quale invece personalmente identifico il simbolo della più umiliante resa incondizionata. A parte i notai (che privilegiano i modelli inconfondibili della casa londinese Brigg), oggi l'ombrello lo portano perfino gli studenti in corteo. Io, alla loro età, mi sarei fatto piuttosto squartare.
E' ricomparsa viceversa la barba, che il famigerato sessantotto ha contribuito a rendere socialmente accettabile, anche fra persone serie, dopo un lunghissimo periodo in cui le convenzioni borghesi avevano bandito ogni sorta di pelame superfluo. E devo confessare che di ciò ho prontamente approfittato io stesso, non già per motivi estetici o dottrinali, ma allo scopo esclusivo di evitare il fastidio e la perdita di tempo della rasatura quotidiana. Ma ammetto volentieri che la notizia figurerebbe di diritto nella rubrica E chi se ne frega? del settimanale satirico Cuore. Mi chiedo poi: ci sarà qualche notaio (maschio) col codino?
Non pare, in conclusione, di poter utilmente ravvisare elementi caratteristici riferibili alla figura umana e all'aspetto esteriore del notaio. Nessuna certezza del genere di quelle ostentate da Balzac può indurci a esclamare, isolando un'apparizione nella folla, "Ecco un notaio!" Ma nemmeno in treno, in aereo, a teatro o al ristorante, ascoltando brani di generica conversazione, sapremmo individuare a prima vista un collega. E' sicuramente più facile smascherare un bancario, un negoziante o un calciatore professionista in incognito. I notai non parlano in genere, per fortuna, la lingua dei loro atti e si è appena visto come abbiano saputo rinunciare, nell'abbigliamento come nelle acconciature, a qualsiasi connotato o prerogativa di casta. Molti di loro esibiscono il distintivo del Rotary Club, ma ciò non li differenzia dalle molte migliaia di altri professionisti, imprenditori, dirigenti che portano sul bavero il medesimo contrassegno.
Il notaio, dunque, da buon democratico, si mimetizza con discrezione nella moltitudine anonima della società di massa, non rivendica in forma visi
bile primati o privilegi. Cela e custodisce sotto la giacca a quadretti, il cardigan di Missoni, il marziale Barbour il senso profondo della sua funzione e dei suoi imperativi deontologici. Può al massimo tradirne l'identità, ma solo in presenza di osservatori particolarmente smaliziati, il portasigillo di Louis Vuitton.
GENNAIO 1996
Ho già scritto, altrove, che a me di fare il notaio l'ha ordinato il dottore. Infatti, l'ha energicamente suggerito, caldeggiato, in pratica imposto a suo tempo un autorevole, affettuoso, ascoltatissimo medico di famiglia. Della famiglia in questione, intesa proprio in senso ancestrale, ero il primo laureato in assoluto, per cui di consigli esterni c'era forse davvero bisogno, ancorché provenienti da addetti a tutt'altri lavori. Mi si attribuivano, dal benevolo sanitario, particolari attitudini alla riflessione pacata, alla meticolosa disamina di cose e di fatti, alla elaborazione di precisi strumenti logici e linguistici. Doti, queste, evidentemente ritenute propizie all'esercizio della professione notarile in quanto professione ritenuta "tranquilla". Con riguardo a tali presunte consonanze, ho anche avuto occasione di scrivere che, se avessi scelto la carriera solo apparentemente dissimile del vigile del fuoco, avrei almeno avuto in dotazione un bel camion rosso con la sirena. Ammetto che la cosiddetta capitale morale, in cui vivo e opero e la locale popolazione attiva manifestano connotati di insana frenesia probabilmente superiori alla media nazionale. Ma è comunque indubbio, in base a testimonianze affidabili di colleghi foranei, che perfino in provincia quello del notaio non è affatto un mestiere tranquillo.
Esistono, purtroppo, liste di attesa angosciose nel mondo della sanità, anche per visite, analisi e interventi di importanza vitale. Così come, in ambito meno fatale, sappiamo tutti, secondo la mesta ma folgorante intuizione di Fruttero e Lucentini, che, pur in presenza di emergenze drammatiche, "l'idraulico non verrà". Fenomeni, quelli accennati, che la comunità umana sembra accettare come inevitabili, ancorché dolorosi, con ammirevole spirito di rassegnata sopportazione.
Perché, allora, qualunque incombenza di natura notarile riveste carattere di estrema, indilazionabile urgenza, esige evasione immediata, non tollera indugi neppure strumentali a una corretta esecuzione? Va riconosciuto che l'attività del notaio si colloca, temporalmente, nell'ultima fase, quella esecutiva, di un iter talvolta lento, complesso e tormentato. L'amletico imprenditore ha riflettuto a lungo sull'opportunità di costituire una nuova società, fondere o scindere qualcuna di quelle che ha già, aumentare il capitale, piantare tutto e trasferirsi a Montecarlo o alle Bahamas o magari "portare i libri in Tribunale". Poi l'astuto commercialista ha preso tempo prima di
emettere il suo determinante parere, oppresso com'è stato dalla scadenza delle denunce dei redditi, dei bilanci, dell'ennesimo condono fiscale (preferibilmente del tipo detto "tombale").
Quando finalmente la decisione è presa, essa si abbatte come frana, slavina o meteorite sul tavolo del notaio, di solito sotto forma di intimazione a mezzo fax. E non servirà al notaio medesimo obiettare, come è lecito invece al cardiochirurgo e al falegname, che ha già altri impegni per il mese, la settimana, la giornata in corso. Sarà giocoforza attivarsi per accontentare l'avventore impaziente, già chino sui blocchi di partenza, la penna sguainata per la firma, salvo rattamente rinfoderarla al momento della richiesta di un pur modesto fondo spese. E poi percorrere in marcia affannosa l'impervio sentiero degli adempimenti successivi: pietire presso il giudice l'omologazione, manco a dirlo, urgente, precipitarsi a registrare, iscrivere, inserire, pubblicare e quant'altro ...
Non tanto diversa è la prassi nel campo delle compravendite immobiliari e dei gemellari mutui ipotecari. Qui, di solito, il commercialista o l'avvocato non c'entrano, non ci sono stati operatori intermedi a ritardare il corso della pratica, ma in compenso influiscono in modo cruento sulla tempistica i più svariati "fattori umani". Catastrofi familiari, rotture coniugali, situazioni di grave indigenza, necessità di evacuare locali venduti ad altri, brame di avidi immobiliaristi di ricevere il saldo del prezzo, rispettabili esigenze di privati venditori di incassare somme già destinate a un nuovo acquisto. Il tutto in una vorticosa catena di Sant'Antonio (o gioco dei quattro cantoni), con le complicazioni supplementari prodotte dalla normativa fiscale in materia di "prima casa", che impone a sua volta priorità e cronologie obbligate comportanti ulteriori restrizioni dei tempi utili.
E che dire delle denunce di successione che ci vengono irresponsabilmente affidate dieci giorni prima della scadenza? Per tacere della fluviale documentazione occorrente ai fini della partecipazione a gare di appalto (atti di associazione temporanea di imprese, istanze, autocertificazioni), sempre predisposta precipitosamente al rombo di motori accesi, ad emulare i primati cronometrici dei meccanici della Formula 1. Questa, di stare perennemente di guardia ai box della vita in attesa di bolidi impazziti, è la sensazione prevalente che pervade lo studio del notaio metropolitano dalla mattina alla sera, incluso l'ormai platonico "intervallo-colazione". Ecco poi le cessioni di credito da notificare a razzo, le accettazioni di carica in scadenza, le procure a lite per l'udienza del giorno dopo, gli atti aventi ad oggetto autoveicoli, nei quali, per restare nella mitologia moto
ristica sopra evocata, ogni utilitaria assurge rombante alla pole position. Ciò che più irrita, in tutto questo, è il fatto che si tratta di una staffetta dove a correre è un frazionista solo, l'ultimo, in quanto i precedenti si mostrano oltre modo riluttanti a fornire il loro contributo. Non si pretende che altri provvedano a ciò che, per legge, irrinunciabile prerogativa e dovere professionale, spetta a noi: istruire la pratica, fare le necessarie ricerche e visure, redigere l'atto. Ma almeno che ci venga offerta opportuna ed esauriente documentazione e ci si impartiscano istruzioni univoche e comprensibili. Non sempre tanto innocenti aspirazioni sono spontaneamente soddisfatte. La fatica di estorcere dati e notizie alle parti, col mezzo di per sé ostico del telefono (meglio, una volta tanto a nostro vantaggio, il temibile fax, il cui messaggio, peraltro, rischia spesso di essere frainteso da lettori distratti, capricciosi o semianalfabeti), è sempre improba. Ciò varrà a guadagnare senz'altro alla mia saggia e paziente segretaria la beatitudine eterna. Io, incline all'ira (il mio quadro clinico si deve essere deteriorato dai tempi di quella precoce diagnosi di pacatezza che ha segnato il mio destino) e dedito al turpiloquio, finirò nel più profondo girone dell'inferno, in sgradita compagnia degli inventori del motore a scoppio e del computer. Che il cliente, o almeno un certo tipo di cliente sia il nemico naturale del professionista è cosa risaputa. E, del resto, l'uno non potrebbe vivere senza l'altro e viceversa, anche perché, bene o male, siamo tutti professionisti. Così come il pedone medio non è altro che un automobilista che è riuscito a parcheggiare, qualsiasi lavoratore si trova alternativamente a fornire in proprio o a ricevere da altri qualche genere di prestazione. Personalmente, ritengo una indebita ingerenza prescrivere l'itinerario al conducente del taxi (fareste lo stesso col pilota del jet?), ma, se mostra di ignorare l'ubicazione della mia meta, mi sforzo di indicargli almeno sommariamente la direzione da prendere. Così, trovo seccante se un cliente si perita di insegnarmi il mestiere, ma è ovvio che dipendo da lui per sapere se gli serve un atto di notorietà o una deliberazione che autorizzi l'emissione di un prestito obbligazionario. Dopo di che, il compito primario che mi incombe, di indagare la volontà delle parti, mi indurrà a chiedergli affabilmente, come farebbe un compito maître d'hotel, se le obbligazioni le vuole ordinarie o convertibili. E lui, a questo punto, si sarà già seccato perché, invece di procedere celermente a fare qualcosa, qualunque cosa, sto a tediarlo con quesiti tutto sommato irrilevanti.
Abbiamo visto come la classica richiesta della prestazione urgentissima, fulminea, "per ieri", tragga spesso origine dalla cattiva coscienza di chi,
cliente o altro professionista, ha accumulato per ignavia o dissennatezza ritardi e inadempienze colpevoli. Per cui a rimediare dovrà essere per forza l'ultimo tedoforo, il povero notaio in corsa disperata verso il braciere olimpico. Per noi, dunque, alla faccia del mitico Barone de Coubertin, l'importante non è partecipare, essendo indispensabile vincere.
Ma cosa succede quando, assai raramente, per obiettiva impossibilità o per un soprassalto risentito di dignità offesa, ci rifiutiamo di aderire alla assurda pretesa e riusciamo a respingerla? Nel primo caso, invariabilmente, l'affezionato cliente si mette in cerca di un altro notaio disponibile e, invariabilmente, lo trova, anche nei periodi più proibitivi dell'anno. E non si tratterà necessariamente del classico morto-di-fame (figura pressoché sconosciuta, riconosciamolo, al notariato), bensì magari di uno dei più prestigiosi e indaffarati colleghi. Ci resterà così l'amaro rammarico di avere scontentato, e forse perduto per sempre, un cliente in fondo degno e meritevole. Se invece ci siamo impuntati un po' dispettosamente di fronte all'arroganza di un personaggio magari non tanto simpatico, quasi sfidandolo a scomparire dalla nostra esistenza, ecco che costui si ripresenta puntuale quattro mesi più tardi con il medesimo problema tuttora irrisolto. Abbiamo almeno, in questi casi, la trionfante soddisfazione di verificare come la pretesa urgenza fosse del tutto inesistente, motivata soltanto da gratuita aggressività e decisionismo fasullo.
Particolare imbarazzo suscita un tipo di assalto che potremmo definire "a mucchio selvaggio". Un buon cliente ci chiede senza preavviso di costituire una società, o di verbalizzare un'assemblea domani stesso. Virtuosamente, accettiamo l'incarico, ritenendolo doveroso. Poi gli atti diventano due, quattro, sei: tutti urgenti davvero o messi insieme per mero utilitarismo, per "approfittare" dell'occasione sbrigando l'intero pacchetto in una volta sola, "già che ci siamo"? Come si fa a rispondere che fino a un certo numero ci arriviamo e che il resto vadano a farselo fare altrove (l'ipotesi di rinviare una parte del programma è ovviamente improponibile al dinamico committente una volta che si è messo in testa una cosa)? Oltre tutto, non è nemmeno conveniente, sarebbe come sputare nel proverbiale piatto in cui si mangia. Ma se il computer va in tilt, o le pendolari si rifiutano di fare straordinari, sarà un bel guaio. Finora ce l'abbiamo sempre fatta, confidiamo nel favore degli astri, ma soprattutto in noi stessi.
Duole infine rilevare come la spinta attivistica che anima tanti nostri clienti e che essi trasferiscono quasi fisicamente su di noi (come nella barzelletta dei due carabinieri che procedono a reciproci urtoni verso la località do
ve hanno ricevuto l'ordine, nella solita burolingua ufficiale, di "spingersi") sia inversamente proporzionale alla loro prontezza nell'adempiere la propria obbligazione di saldare la parcella. Spiacevole scarsezza di coerenza comportamentale, tanto più fastidiosa quando l'urgenza stessa con cui la pratica è stata commissionata ed eseguita abbia indotto, nella concitazione del momento, ad omettere una tempestiva richiesta di fondi. E' proprio vero, anche se si tratta di un vacuo luogo comune, che nessuno è perfetto.
MARZO 1996
Conservo gelosamente, fra altri singolari memorabilia, la copia di un verbale (7 dicembre 1974 n. 83468/12398 di rep. a rogito Notaio Aldo Vico di Bologna), dove, alla non necessaria, ma indubbiamente autorevole presenza dei testimoni dott. Gino Padalino e prof. Renato Zangheri, all'epoca rispettivamente Prefetto e Sindaco di Bologna, si costituiva tale Majani comm. rag. Francesco. Questi, nella dichiarata sua qualità di Delegato di Bologna della Accademia Italiana della Cucina, esponeva al notaio rogante come la Delegazione da lui rappresentata, d'intesa con la Dotta Confraternita del Tortellino (fondatore e Gran Prevosto un altro commendator ragionier, Giovanni Poggi), avesse, sulla scorta degli esiti di indagini, studi e ricerche, nonchè di una consultazione popolare, voluto accertare, onde tramandarla alla posterità, la "ricetta vera e autentica, classica e tradizionale del Ripieno del Tortellino di Bologna". A seguito di ciò, solennemente si decretava che tale ricetta, "la cui fama, oltre ad essere universale, è secolare tanto da perdersi nella storia per sconfinare nella leggenda, è la seguente:
grammi 300 lombo di maiale rosolato al burro
grammi 300 prosciutto crudo
grammi 300 vera mortadella di Bologna
grammi 450 formaggio parmigiano-reggiano
n. 3 uova di gallina
n. 1 noce moscata.
Preparazione secondo arte per circa n. 1.000 tortellini."
Chissà se l'importanza fondamentale e la simpatia irresistibile dell'assunto sono valse ad evitare al collega verbalizzante rilievi, in sede di ispezione biennale, per aver ricevuto un atto forse contrario all'ordine pubblico in quanto portante assunzione di prove a futura memoria in assenza di contraddittorio. Infatti, la ricetta è ivi definita "la più aderente alla formula che garantisce il gusto classico e tradizionale del Vero Tortellino di Bologna, quale è quello che si fa, si cuoce, si serve e si gusta nelle Famiglie, nelle Trattorie e nei Ristoranti della Dotta e Grassa Bologna." E ciò sull'autorità e con l'avallo di storici, sociologi, studiosi di tradizioni popolari, operatori commerciali e turistici e addirittura dell'intera popolazione locale, come da inchiesta condotta dal quotidiano Il Resto del Carlino. La ricetta
stessa è attribuita a una certa signora Maria Lanzoni Grimandi, "la cui lunga esperienza e arte gastronomica meritano elogio dai viventi e dai futuri". Ma quid se si presentasse altra emerita cuoca a instaurare un contenzioso anche soltanto con riguardo al numero delle uova di gallina, che per esempio a me, profano, sembra un po' scarso se ragguagliato al prefisso traguardo di n. 1.000 tortellini?
Problemi grassi, si dirà a proposito. Ma anche e soprattutto occasione gloriosa, rarissima se non irripetibile, per un improbabile connubio fra notariato e gastronomia.
Certo, anche i notai si nutrono (e non mancano fra loro i buongustai), ma non nell'esercizio delle loro funzioni. Capita al più di incontrare, o di contribuire a formulare, nei testi di statuto, oggetti sociali incentrati sull'esercizio di attività di produzione, commercio e somministrazione di cibi e bevande. E, da quando un munifico Ministro degli Interni ci ha gratificati della competenza esclusiva negli atti di trasferimento di azienda, succede di vederci passare davanti, tra elettrauto, librerie e negozi di biancheria intima, anche forni, torrefazioni e salumerie. Così come compaiono davanti a noi, in veste di privati contraenti, pizzicagnoli, osti e pasticcieri talvolta di chiara fama. In tutti questi casi sorge spontanea (a me, almeno) la tentazione di richiedere il saldo della parcella in natura. La possibilità di assicurarsi sul mercato le stesse ghiottonerie con il denaro ricavato dalla prestazione professionale non sembra produrre, chissà perchè, la medesima soddisfazione. La dazione diretta di prosciutti, formaggi, scatolame, dolciumi e vini pregiati rivestirebbe per molti di noi un fascino tutto speciale. Serietà e normativa fiscale consigliano energicamente di rinunciarvi. Al massimo si potrà ricevere, in presenza di un cliente particolarmente grato, qualcuno dei suoi prodotti in omaggio. A me, quando ho proceduto, con esito a mio parere più che soddisfacente, a una complessa e non facile operazione di fusione nell'ambito di un impero caseario, non è toccato un solo provolone. Pare che certi omaggi siano più frequenti in provincia (cfr. testimonianza epistolare resa all'autore dalla collega Lavinia Vacca di Mesagne, a proposito della compravendita di un pescheto).
La natura delle attività statutarie dei clienti consente altre modeste irruzioni del fenomeno-cibo nell'attività notarile. Io, per esempio, conto tra i miei abituali e affezionati avventori un gruppo dedito alla ristorazione collettiva (mense, buoni-pasto ecc.), perennemente affannato a concorrere a gare di appalto per la fornitura dei propri servizi a pubbliche amministrazioni, enti locali e simili. Figurano spesso, in allegato a domande e dichiarazioni
che mi si chiede di autenticare, suppongo a titolo di referenze, fluviali elenchi di esercizi già convenzionati (bar, tavole calde, pizzerie) dalle insegne più pittoresche. Abbondano in esse espressioni straniere (in gran prevalenza tratte dalla lingua inglese) con sistematico scempio delle grafie, ma anche dei significati originali, secondo frettolose approssimazioni alla ricerca di patetici tocchi di classe. Si tratta, in fondo, delle stesse "botteghe oscure" di cui all'omonima, soppressa rubrica del settimanale satirico Cuore, del quale, si sarà capito, sono assiduo lettore. Il divertimento incredulo che offrono talune di quelle insegne ("New Crazy Boys Bar", "Nuova Pizza Mundial", "Al Naviglio Sofferto", "Paninolandia Calypso", "Oasi della Pizza"), tuttavia, non ispira, anzi piuttosto reprime qualsiasi tipo di curiosità gastronomica.
Una favolosa evocazione nominalistica di generi alimentari si ritrovava, ai tempi del mio apprendistato, nei contratti di affittanza agraria, che, almeno in Lombardia, le grandi famiglie di proprietari terrieri usavano ancora stipulare, ad ogni rinnovo, per atto di notaio. Non solo i canoni erano ragguagliati ai prezzi di mercato di determinati quantitativi di prodotti del fondo ("riso e risone, frumento e frumentone"), ma venivano minuziosamente regolamentati i cosiddetti "appendizi", ossia utilità marginali di carattere più che altro simbolico a favore della proprietà, innocue prerogative padronali consistenti nell'omaggio dovuto di squisitezze alimentari prodotte nel podere: insaccati, conserve, capi di pollame pregiato, come il rituale "pollino" (tacchino) a Natale...
Nessuna suggestione gastronomica trarremo invece, ricevendo un testamento pubblico, dalla richiesta di inserzione di un legato di alimenti, che, come è noto, non significa destinazione ai posteri di salsicce e caciotte. Ma perchè abbiamo, troppo precipitosamente, esclusa la possibilità che i notai si nutrano, sia pure in via occasionale, nell'esercizio delle proprie funzioni? Mi sovviene ora di avere costituito una società a responsabilità limitata (oggetto: edizioni d'arte) al tavolo di un primario ristorante milanese, fra un ottimo risotto ai bruscandoli e un pregevole fegato alla veneziana, innaffiati da un appropriato cabernet franc del Collio. Sono in grado di rassicurare i più apprensivi fra i miei lettori sulla circostanza che l'originale dell'atto si presenta del tutto immacolato, ad onta dell'insolito luogo di stipula e dell'adiacenza di sostanze pericolose. Per non parlare, sempre a proposito di vettovagliamento sul campo, dei rituali dei cosiddetti closing, sedute conclusive di cospicue "transazioni" societarie per solito, come dice la parola stessa, a carattere internazionale. Tali riunioni si tengo
no abitualmente in un prestigioso studio legale o presso la sede di una società o in banca e durano per tacita convenzione dalla mattina alla sera. Si tratta quasi sempre di meeting ad alto livello, affollati di personaggi assai consapevoli della propria importanza: avvocati poliglotti, prosperi imprenditori, grandi manager, funzionari di grado elevato di istituti bancari, commercialisti di grido, svelte segretarie, un notaio chiamato a suggellare quanto di sua competenza. Questi resta in verità inoperoso per quasi tutto il tempo, in attesa che tutti gli accordi divengano definitivi, che somme sbalorditive di denaro siano accreditate presso banche di due emisferi (con la complicazione degli orari di sportello in relazione ai fusi orari), che le ultime puntigliose modifiche vengano apportate ai voluminosi contratti in lingua inglese. Nelle stanze piene di fumo si aggirano legali affaccendati in maniche di camicia (le camicie sono naturalmente del tipo coi bottoncini alle punte del collo), circolano fax, bozze, certificati azionari, trillano incessanti i telefonini. E a un certo punto della giornata, ben prima che tocchi al notaio apporre la sua ciliegina sulla torta (la metafora nutritizia è d'obbligo), in genere verso l'una e mezzo, si pone insistente il problema dei viveri. Questo può essere risolto nei modi più vari. Se il padrone di casa è uno che ci tiene e se ne intende, vengono eretti per tempo in spazi acconci autentici trionfi di leccornie da accompagnare con bevande adeguate (un notissimo avvocato di Milano mesce generosamente una sua personale riserva di raro champagne francese). Se no, si manda qualcuno al bar sotto casa e si imbandiscono prosaici panini, bibite in lattina e tovaglioli di carta magari sugli stessi tavoli che ospitano le carte del closing. L'essenziale sarà che non rechino tracce di unto le versioni finali dei documenti destinati alla firma, che non verranno pronte prima di notte. Ma l'ultima volta che ho partecipato a una di queste cerimonie, nella sede di una banca, un superiore categorico veto ha bandito, dopo un caffè mattutino, ogni altro genere di sostentamento per tutto il resto della lunga giornata. L'intento dichiarato era di prendere i partecipanti "per fame", nell'interesse della speditezza dei lavori. Abbiamo finito alle otto meno un quarto, e chissà che a non tirare più tardi ancora abbia davvero contribuito il forzato digiuno.
Ci sono poi occasioni ín cui i notai, ancorché non impegnati sul lavoro, si trovano riuniti tra loro a convivio in quanto categoria. Pare che in alcuni Collegi la riunione annuale sia pretesto per un festoso pranzo allietato dalle più gustose specialità locali. Molti convegni prevedono colazioni di lavoro del genere selfservice, da consumare in piedi, reduci dal tumultuoso assalto ai tavoli del buffet. Ciò che non accade ai signorili picnic offerti da
Giulia e Guido Roveda in occasione delle annuali riunioni dei delegati di Federnotai alla Cascina Bergamina, dove è dato consumare le squisite vivande comodamente seduti all'ombra di alberi secolari. Altre volte ci si ritrova a tavola presso grandi alberghi e ristoranti per festeggiare in solenni banchetti figure eminenti del notariato, maestri di vita e di professione. Duole constatare che di solito, in queste occasioni, non si mangia tanto bene.
Per concludere questa sbrigativa panoramica dei rapporti tra notariato e alimentazione, non si ha notizia di notai ristoratori in proprio, che non siano semplici cultori dilettanti di arte culinaria, ma veri e propri imprenditori del ramo. Ove ce ne fossero e gli esercizi da essi gestiti attingessero a livelli di eccellenza e quindi di vasta notorietà, si porrebbe per loro la stessa problematica di tipo deontologico in tema di pubblicità di cui abbiamo già discusso a proposito del notaio giornalista, cantautore o primatista di ascensione in mongolfiera. Sappiamo invece per certo che ci sono stati colleghi vignaioli ínsígni, come il mitico Marcarini, dai cui leggendari poderi in La Morra proviene tuttora l'eccezionale dolcetto cru "Boschi di Berri". O come Odero, scomparso da non molto, la cui famiglia seguita a produrre, nella tenuta Coluè in Diano d'Alba, un altro notevole dolcetto e si è perfino cimentata, seguendo tendenze della più moderna enologia, nella creazione di un interessante "chardonnay di Langa". Onoriamo con un brindisi la loro memoria e promuoviamo il censimento dei colleghi viventi (ce n'è sicuramente più d'uno) che producono altro vino buono. Potrebbe essere l'occasione per un convegno notarile tutt'affatto particolare.
LUGLIO 1996
Recita un canto di montagna, lugubre e suggestivo come tutti i canti di montagna:
"Bersagliere ha cento penne,
ma l'Alpin ne ha una sola..."
Che è poi la stessa penna che ricompare in un altro noto saggio di polifonia rupestre:
"Sul cappello, sul cappello che noi portiamo
c'è una lunga, c'è una lunga penna nera,
che a noi serve, che a noi serve da bandiera..."
Una penna nera, anche se non necessariamente una piuma, si trova quasi in permanenza brandita nel pugno del Notaio o, al massimo, deposta nelle di lui adiacenze.
Per uno che fa il nostro mestiere, l'invocazione di un prestito (forse più esattamente un comodato) rivolta "al chiaro di luna" in un altro canto popolare, questo francese e di pianura, all'Amico Pierrot, non basterebbe a soddisfare esigenze tanto continuative e pressanti. Tanto è vero che il Notaio, in ciò più simile al Bersagliere che all'Alpino, di penne ne ha ben più di una, variamente disposte sulla scrivania, sul tavolo di stipula e sulla persona. Quando fanno capolino dal taschino della sua giacca, garrule sorelline, suscitano raccapriccio e biasimo nel collega Nico Acquarone, severo arbitro di eleganze.
Diciamo pure che la penna è, per il notaio, se non la bandiera, certamente il principale ferro del mestiere, malgrado l'avvento del computer. Se, infatti, l'atto notarile pare ormai un prodotto meccanico, che sgorga spontaneo (si fa per dire) con lieto crepitio dalla stampante materna, la firma del medesimo, ad opera di parti, testimoni, fidefacienti, interpreti e altri personaggi, ultimo il Notaio, non può farsi che di pugno di costoro. E l'attrezzo utilizzato nei secoli per la bisogna è per l'appunto la penna, la cui evoluzione da penna d'oca ad asticciola o cannuccia con pennino innestato, a stilografica, a "biro" è documentata in numerose pubblicazioni specializzate, ad uso precipuo di storici del costume e di appassionati collezionisti. Uno di questi è lo stesso direttore della presente rivista, nel cui studio apposite vetrine custodiscono preziosi cimeli di tecnica scrittoria, inchiostri compresi.
A riprova della insostituibilità dello strumento penna, sopravvive perfino un atto, in verità non strettamente notarile, il testamento olografo, che, con incredulo disappunto del mio amico Umberto Eco, da sempre tenace fautore e utente assiduo del computer, va scritto tutto a mano, pena la nullità (la buona vecchia nullità non sanabile della nostra giovinezza studiosa). Ma al tempo della nostra giovinezza, in pratica, tutti gli atti (gli originali degli atti pubblici) si scrivevano a mano, un po' per pigrizia mentale, un po' perché, tanto, a farlo erano i praticanti, pagati pochissimo o per nulla, un po' per diffidenza nei confronti della effettiva indelebilità ai sensi di legge dei nastri dattilografici. Le caratteristiche regolamentari di tali nastri sono elencate in un apposito Decreto Ministeriale del 1959, che prescrive principalmente la refrattarietà della scrittura a lavaggi con acqua distillata o ossigenata, permanganati e acidi vari e alla "esposizione alla luce solare diretta per almeno venti giorni e successivamente ai raggi ultravioletti per almeno quarantotto ore". Nell'impossibilità di eseguire prove del genere personalmente, magari con l'ausilio dell'attrezzaturagiocattolo del Piccolo Chimico, non resta in realtà al notaio che prestar fede alle professioni di conformità al disposto di legge apposte dai fabbricanti sugli involucri dei propri prodotti.
Quanto ai procedimenti meccanici o fotografici di riproduzione, universalmente usati per la confezione delle copie, essi sono conquista relativamente recente. Prima, l'amanuense o la dattilografa copiavano con pazienza "dal vero". Va detto che, sebbene l'invenzione della macchina per scrivere risalga al secolo scorso, è dato imbattersi in copie elegantemente manoscritte di atti notarili recanti date di rilascio anche posteriori al 1930. Poi, la vertigine della modernità ha prevalso.
All'epoca del mio apprendistato, era in voga un sistema di duplicazione ad alcool che consentiva, attraverso la creazione e l'uso protratto di una sorta di matrice, di evitare la ribattitura ripetuta di uno stesso testo. Ciò esigeva l'impiego di una specie di carta carbone impregnata di un inchiostro violaceo, flagello aborrito dell'epidermide e delle vesti segretariali. E, di conseguenza, erano di colore violetto i prodotti finiti di quel rudimentale processo, ossia le copie. C'è tutto un capitolo di storia sociale italiana, quello della ricostruzione edilizia, del boom del condominii, delle cooperative, dei mutui di credito fondiario, che è scritto indelebilmente, nella memoria di chi l'ha vissuto come sulle carte che lo documentano, con inchiostro viola. L'apparizione delle fotocopiatrici, delle macchine per scrivere dotate di memoria, dei sistemi di videoscrittura, degli elaboratori, quella che Guido
Roveda definisce non senza sarcasmo "la rivoluzione cibernetica" ha indubbiamente aperto una nuova era nel lavoro degli studi notarili. Anche nel notariato stesso? Pare di sì, ahimé (o per fortuna, dirà qualcun altro). Certo, l'automazione delle procedure, pur in presenza di un software personalizzato, tende in ultima istanza alla compilazione di una modulistica obbligata, per cui non può non influenzare il modo di concepire e di redigere anche l'atto notarile vero e proprio. Finisce che le esigenze informatiche dei cosiddetti sottoprodotti e adempimenti (repertoriazione, registrazione, pubblicità immobiliare e commerciale, denunce e comunicazioni a fini fiscali, di polizia, statistici e di varia altra burocrazia) si infiltrano nella pratica fin dalle origini di questa e ne condizionano la serenità dell'iter.
Chi scrive, conservatore nelle abitudini e nei gusti come solo certi progressisti sanno essere, ignaro del funzionamento di qualsiasi macchinario più complesso del cavaturaccioli, animato da motivazioni quasi esclusivamente estetiche, vive, com'è ovvio, l'intera faccenda come una condanna. Impossibilitato non tanto dalla istintiva ripugnanza quanto proprio da una patetica inettitudine a picchiettare di persona sulla tastiera del computer, egli (cioè io, chissà perché mi sono intorcinato a parlare di me stesso in terza persona) soffre al riguardo delle più tragiche frustrazioni. Infatti, gelosissimo al limite della fissazione dei miei stilemi lessicali, ossesso da maniacali fisime in tema di uniformità, simmetria e ordine, sono ridotto a dettare personalmente ogni mio testo a una fedele, paziente, adorabile collaboratrice, puntando al di sopra della di lei spalla sinistra lo sguardo scettico e sospettoso sul video. E tosto mi imbufalisco, prima ancora di entrare nel vivo della materia, già ai preliminari, quando l'orrido catorcio (è tipico che allo sprovveduto profano venga istintivo vituperare a torto l'incolpevole hardware), al mio tentativo di indicare il luogo di nascita di una signora austriaca (Linz, ridente cittadina sul Danubio), procede di sua iniziativa a scrivere "Linzanico (CO)". E nessuno mai, neppure sotto la minaccia delle armi, potrà indurmi a scrivere in un mio atto che una persona è nata "a Austria" al solo scopo di ricavarne in automatico il numero di codice fiscale. Viceversa, nel caso di New York , il mostro accetterà di scrivere correttamente il nome della esotica località, ma mi ammonirà lampeggiando che essa non è compresa nell'elenco dei Comuni italiani. Informazione della quale sia io che i miei collaboratori avevamo inderogabile necessità.
Aggiungerò che il mio catorcio ha anche la malsana abitudine di aprire virgolette e parentesi in fin di riga proiettandone il contenuto a capo o addirittura di spezzare le cifre mandando a capo i decimali. Inoltre, ingoia vora
cemente brani di statuti e numeri di repertorio, inverte i codici fiscali di società con denominazione somigliante, si rifiuta di elaborare atti di lunghezza superiore alle dieci pagine. Non che li ami io stesso, ma talvolta non si possono evitare.
Evidentemente, al di là della mia congenita, riconosciuta e deplorevole incompatibilità personale con il mezzo, sono stato anche particolarmente sfortunato nella scelta e nell'acquisto dei sistemi di cui sono andato via via servendomi o, meglio, che di me si sono serviti logorando il mio sistema nervoso e le mie energie. Una serie impressionante di sciagurate vicende (fallimenti, cambi di proprietà, incorporazioni) è intervenuta nel tempo a turbare la vita delle mie imprese fornitrici, con continue traumatiche sostituzioni di interlocutori e di programmi. Sono comunque convinto, magari senza ragione e per semplice mania di persecuzione, di essere stato ripetutamente truffato da mercanti di illusioni, a partire da quando incautamente aderii al famigerato Progetto Noemi, quello che prometteva il miracolo del rogito istantaneo, liofilizzato, in collegamento telefonico nientemeno che con Parigi, la mitica Ville Lumière.
Si sarà capito, dunque, che tentazione ricorrente è per me quella di tornare al mio eden primigenio e incontaminato, all'età d'oro in cui impugnavo le mie Parker, Sheaffer, Aurora e Mont Blanc e vergavo in calligrafia virtualmente indecifrabile rogiti di pregevole fattura che ora ingombrano raccolte altrui presso l'accogliente Archivio Notarile della mia città. L'invenzione della cartuccia, al posto della pompetta da abbeverare al pericoloso calamaio, già pareva a quel tempo una rivoluzione tecnologica di tutto rispetto. Oggi le scorrevoli Pentel usaegetta hanno praticamente spodestato le prestigiose stilografiche di una volta e offrono a insospettabili nostri clienti l'occasione proverbiale che fa l'uomo ladro, con l'aggravante della esposizione alla pubblica fede a mente dell'art. 625 n.7) del Codice Penale. In altre parole, se le fregano a tutto spiano dopo aver apposto le loro riverite firme sui rogiti dei quali sono parte. Firme che diventa ogni giorno più faticoso ottenere leggibili, ossia "col nome e cognome" come vorrebbe l'art.51 n. 10) della legge notarile. Non solo comprensibili esigenze di rapidità, che trovano consenso e giustificazione nella prassi bancaria, inducono i più ad abbreviare la sottoscrizione. Sembra anche che il "comparente" medio vada oltremodo fiero del geroglifico o dello svolazzo che ha eletto a proprio autografo. Per cui, invitato cortesemente a ripetere nome e cognome in bella grafia, spesso puntualizza, offeso e indignato: "Questa non è la mia firma!" Peccato che non sia educato replicargli, ma nel più in
cisivo linguaggio di tutti i giorni, che a noi della cosa non potrebbe importare di meno.
N.B. Questo pezzo ha dovuto essere riscritto due volte perché la prima volta, al momento di stamparlo, il computer se l'era inghiottito e non c'è stato verso di farglielo risputare. Ritorsione informatica? Errore umano? Sarà, ma resta il fatto che con la Sheaffer o con la Olivetti Lettera 22 non succedeva.
GENNAIO 1997
Nel finale del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte, dopo la tragica scomparsa del "dissoluto punito", gli altri protagonisti, in esito a una vicenda che li ha tanto drammaticamente coinvolti e segnati, enunciano, uno dopo l'altro, i loro programmi per l'immediato futuro. Chi andrà in convento, chi metterà su famiglia, chi lo farà (probabilmente) solo dopo un lungo periodo di riflessione. Venuto il suo turno, il servitore Leporello, rimasto disoccupato, intona:
"Ed io vado all'osteria
A trovar padron miglior."
Con ciò smentendo, sia detto incidentalmente per puro amore di futile po
lemica, quanto andava baldanzosamente proclamando all'inizio dell'opera:
"Voglio fare il gentiluomo,
E non voglio più servir."
Chiosava il romanziere nazional-popolare Vasco Pratolini, alla cui opera tributammo in gioventù affetto e ammirazione forse eccessivi: "il padrone ce l'ha il cane: modo di dire (e di pensare) in Toscana."
D'accordo, si dice "datore di lavoro". E ben lo sappiamo noi notai che, a differenza di altri professionisti e lavoratori autonomi in genere, di lavoro ne diamo tanto, preposti come siamo alla produzione di montagne di carte. Per cui, capita anche a noi, per fortuna in circostanze meno tragiche di quelle occasionate dalla vicenda del licenzioso cavaliere di Siviglia, di imbatterci in qualcuno che va in cerca di "miglior padrone". Escluso per principio che si tratti di un nostro collaboratore scontento (ciascuno di noi è per definizione il miglior principale possibile), si tratta di solito del collaboratore scontento di un collega che ha sbagliato l'ottimistica autodiagnosi di cui qui sopra tra le parentesi. Costui (il dipendente, non il collega), in quanto desideroso di migliorare le proprie condizioni di lavoro, non andrà probabilmente all'osteria, luogo poco frequentato, magari a torto, dai notai. Andrà più facilmente a proporsi in conservatoria, all'ufficio del registro, al palazzo di giustizia, ambienti di scarsa amenità, ma certo più pertinenti allo scopo. Oppure farà pubblicare un annuncio nell'apposita rubrica di un quotidiano locale. In ogni caso, porterà con mezzi idonei la propria disponibilità a conoscenza del potenziale nuovo "padrone" che si trovi nella necessità di sviluppare l'organizzazione dello studio (cosa non tanto
probabile nell'attuale congiuntura) o di integrare un organico decimato da dimissioni, pensionamenti, gravidanze o defezioni ad altro titolo. Sul fenomeno ("te pareva?") ha da dire la sua anche il nostro invasivo codice deontologico, che, in una sua sezione per ora non arricchita da "considerazioni" postume, elenca tra i casi di violazione del dovere di colleganza il "non informare i colleghi del proposito di assumere alle proprie dipendenze impiegati o collaboratori in genere già operanti presso di loro". Tanta delicatezza, degna di un galateo settecentesco, appare in contraddizione con il costume contemporaneo, ispirato ormai in ogni zona dei rapporti umani alla violenza selvaggia così ben rappresentata nel cinema di Quentin Tarantino. Ma, da cultori di una civiltà che tanto faticosamente tenta di sopravvivere, non ci lagneremo di ciò. Piuttosto, è da dire che la materia stessa sembra sfuggire alle ragioni di una deontologia professionale "interna". Sulla opportunità di intrecciare beneducati minuetti fra colleghi, prevale secondo me un interesse, esterno alla categoria, socialmente ben più rilevante: quello del lavoratore di poter accedere liberamente (beninteso nei limiti della liceità dei comportamenti) a qualsiasi occasione di migliorare la propria condizione. Se, di fronte a una situazione del genere, andiamo a discuterne col collega, c'è forse un solo caso in cui ne può sortire, sia pure a nostro danno, qualche utilità. Che la volontà di abbandono da parte del dipendente fosse determinata esclusivamente da insoddisfazione sul piano retributivo e il collega, messo sull'avviso, provveda immediatamente a rimediare nel merito. Ma che, in questa ipotesi, sia occorso che un altro notaio facesse per così dire "da sponda" per risolvere un contrasto che sarebbe dovuto e potuto essere civilmente composto, nel reciproco e comune interesse, tra due adulti responsabili, appare francamente ridicolo. In tutti gli altri casi, poi, la pia delazione produrrebbe solo imbarazzo collettivo.
Per cui, nella mia esperienza di membro di un Consiglio notarile, trovo abbastanza fastidioso che di beghe del genere vengano investiti per l'appunto i Consigli con lagnosi esposti a carico di colleghi. Vero è che talvolta ciò che si lamenta è un esodo di massa, una diaspora, una secessione vera e propria da uno studio a un altro. Ma non è poi così incredibile che, di fronte a un datore di lavoro decisamente scomodo (di cattivo carattere, troppo autoritario o esigente, antipatico, eccessivamente fiscale, ingeneroso), il dipendente che per primo trova il coraggio di "scuotere il giogo" trascini con sé, se ne ha l'occasione, altri colleghi altrettanto oppressi. Tanto più che lo stesso codice deontologico prescrive che "nei rapporti con i collabo
ratori e i dipendenti il notaio è tenuto ad assicurare ad essi condizioni di lavoro moralmente ed economicamente soddisfacenti". Siamo così sicuri che ogni notaio sia immune dagli orribili vizi e difetti sopra elencati? Io, per esempio, mi riconosco colpevole di molteplici abusi nei confronti dei miei collaboratori, anche se, che mi ricordi, una sola impiegata se n'è andata di sua volontà dal mio studio, e non per trasferirsi da un collega. Pendolare come ormai quasi tutti quelli che lavorano nelle grandi città, si era trovato un posto in una ditta commerciale più vicina a casa sua, il che le consentiva di soddisfare l'esigenza per lei evidentemente imprescindibile di andare in piscina prima di cena tutti i santi giorni.
In tema di impiegati o collaboratori in genere, il codice deontologico contempla anche, tra i comportamenti scorretti da cui è bene astenersi, il "compiere atti diretti allo sviamento degli stessi dai colleghi presso i quali operano". E sarà certo disdicevole mandare in giro loschi intermediari che, con corruttrici lusinghe o insinuazioni malevole, inducano fraudolentemente alla diserzione onesti dipendenti di ignari e per ogni verso meritevoli confratelli. Ma anche pubblicare sul giornale un annuncio per la ricerca di un'impiegata già "pratica" costituirà sviamento, ancorché rivolto a una collettività anonima e non a un singolo, identificato soggetto? L'obbligo, pure sancito dal codice deontologico, di aver cura della formazione professionale dei dipendenti non può essere inteso nel senso che il notaio debba assumere soltanto debuttanti al primo impiego e fungere nei loro confronti da nave scuola. Il mercato del lavoro, purtroppo tanto avaro ai giorni nostri di opportunità, ha le sue regole come tutti i mercati. E i professionisti, notai compresi, non sono missionari.
Vale forse la pena, visto che siamo in argomento, dedicare un po' di attenzione a questi nostri dipendenti e collaboratori, prescindendo dai modi, che siamo andati discutendo, del reclutamento di essi. Si tratta di una fauna indubbiamente particolare, di cui si può tentare, se non una classificazione scientifica, almeno qualche definizione empirica allo stato delle esperienze individuali di ciascuno di noi. Immagino che gli organigrammi degli studi, anche in funzione dei diversi usi e costumi locali, possano essere i più disparati. E contemplare, nella loro struttura e composizione, la presenza, in percentuali estremamente variabili, di dipendenti, praticanti, familiari e famigli, procacciatori d'affari, altri professionisti, meccanici, soci palesi e occulti. Ma le organizzazioni di cui ho conoscenza diretta, ovviamente raggruppate in un'area geografica precisa e limitata, presentano da sempre una rassicurante uniformità di caratteristiche. Personale dipendente
quasi esclusivamente femminile, le cosiddette "signorine", al contrario di quanto è ritenuto appropriato (e contribuisce, almeno tradizionalmente, a far salire di categoria e di punteggio nelle guide) per gli alberghi e ristoranti di prestigio. Al vertice, un'anziana direttrice, fedele e soavemente dittatoriale, insostituibile collaboratrice di un precedente titolare (magari il padre di quello attuale), adorata dalla clientela più antica. Autentico archivio vivente, snocciolatrice infaticabile di formule magiche del genere "in quanto occorrer possa", ha insegnato il mestiere a tutti i componenti più giovani dello studio, compreso talvolta il notaio. Nel mio caso personale, la situazione è solo in parte diversa. La direttrice, che naturalmente ho sottratto (ma allora non vigeva un codice deontologico) al più anziano collega presso il quale avevo fatto pratica e che in seguito, ad evitare sviamenti, ho anche sposato, ha comunque il merito storico di aver impiantato e fatto prosperare lo studio. Ha insegnato, come da copione, il mestiere a tutte le colleghe più giovani e ha insegnato qualcosa anche a me, in quanto, benché si abbia più o meno la stessa età, quando approdai a quello studio per iniziarvi il mio apprendistato, lei, che da impiegata aveva cominciato prima, ne sapeva già molto di più. Ho poi una impareggiabile segretaria, o assistente che dir si voglia, che ho carpito a suo tempo ad un altro collega di altro distretto col subdolo metodo dell'annuncio sul giornale. E' con me ormai da un numero inverecondo di anni ed è quel che si suole definire (anche dai mancini?) "il mio braccio destro". Tollera con olimpica serenità le mie intemperanze, mi richiama all'ordine quando sembro indulgere, per pigrizia o stanchezza, ad atteggiamenti men che rigorosi, intrattiene brillantemente in vece mia rapporti confidenziali con tediosi geometri, commercialisti riottosi, stolidi bancari e dirigenti incontentabili. E poi ho in ufficio tante altre ragazze, alcune anche piuttosto carine, efficienti e passabilmente devote. L'elemento maschile, come volevasi dimostrare, scarseggia.
Mi rendo conto, tuttavia, di aver descritto modelli organizzativi indubbiamente obsoleti, risalenti a un'archeologia delle strutture del notariato oggi del tutto superata. E anche la visione paternalistica dello studio come una "famiglia" armonica e scevra di conflittualità è probabilmente un'utopia. E' lecito sperare che la natura dei rapporti che si instaurano in un ambiente di lavoro ristretto e peculiare come uno studio professionale, e specificamente notarile, sia svincolata da una rigida dialettica sindacale. Ma non dobbiamo dimenticare, perché l'hanno ben presente i nostri dipendenti, che, salvo casi eccezionali, non siamo soci. Il loro interesse coincide sen
z'altro in parte con il nostro, quando si tratta di occupare e conservare un buon posto e di ricavare da ciò soddisfazioni di ordine economico e meritocratico. Guai (come suole esclamare l'attuale inquilino del Quirinale a tutt'altro riguardo) a chi vive il lavoro dipendente come una condanna, senza trarne mai motivo di personale appagamento. Certo, la triremi, la miniera e la catena di montaggio, in quanto materializzazioni di un universo pressoché concentrazionario, possono indurre un tale disperato atteggiamento. Ma in uno studio notarile, sostengo io, ci si può anche divertire, ancorché occorrano per questo una buona disposizione naturale e un certo senso dell'umorismo. Resta il fatto che la sera, spentosi il clamore delle risate, il nostro personale schizza dai blocchi di partenza, ciascuno verso la propria più o meno remota ciascuniera, avendo giustamente calato una saracinesca mentale sui problemi che, da quel momento, restano soltanto nostri. Forse neanche questo è del tutto vero. Un collaboratore coscienzioso si porta probabilmente a casa qualche turbamento professionale, magari non proprio tutte le sere, ma quando il cosiddetto stress (termine usato in Lombardia come sinonimo o traduzione di strazio) colpisce anche le scorze più dure. Per esempio a dicembre, quando le cariche tumultuose dei branchi di clienti assatanati vengono a compensare, almeno in parte, le penurie dei mesi precedenti in questi anni generalmente spossati. Confidiamo comunque che mai un nostro collaboratore abbia ad augurarci il fato dello scellerato seduttore mozartiano. Noi finiremmo dannati per l'eternità tra le fiamme dell'inferno; lui (o lei) andrebbe, come Leporello, a ingrossare le file dei disoccupati.
MARZO 1997
"Il notaio deve sapere poco e saperlo bene; non deve smarrirsi nell'oceano interminato di tutta la scienza del diritto." Chi l'ha detto? Un nostro collega tendenzialmente sbuccione, poco amante dei libri e del sapere, di formazione empirica, indole sbrigativa e ambizioni modeste? Un avvocato o un commercialista invidioso con smanie espansionistiche? Un cliente di gusti semplici e con esigenze elementari, travolto da una inutile esplosione di logorroica erudizione notarile?
Niente di tutto questo. La sorprendente proposizione è in realtà di un tale Senatore Conforti e risale all'anno 1868, formulata nel contesto del dibattito parlamentare intorno al progetto di legge sull'ordinamento del notariato, che, redatto fin dal 1860, fu definitivamente approvato solo nel 1875. E l'argomento veniva addotto a sostegno della ostinatamente ribadita esclusione della laurea dai requisiti prescritti per la nomina a notaio. Due anni di studi universitari estrapolati dal corso di giurisprudenza (sette esami in tutto e nessuna tesi da scrivere e discutere) era tutto ciò che si richiedeva, in fatto di istruzione, all'aspirante notaio fino all'approvazione della successiva e tuttora vigente legge sull'ordinamento del notariato e degli archivi notarili, del 1913.
Francamente confesso, a mio disdoro (ma si sa che non sono uno storico serio, bensì solo un cronista mondano del notariato), che ignoravo del tutto la circostanza fino a che non ho letto il ghiotto saggio di Marco Santoro contenuto in un recente volume degli "Annali della Storia d'Italia" edita da Einaudi (I Professionisti), dal titolo: "La trasformazione del campo giuridico. Avvocati, procuratori e notai dall'Unità alla Repubblica".
Occorre riconoscere lealmente che, mentre questo redattore di Federnotizie, avendo ricevuto in dono dall'editore la sua copia l'indomani della pubblicazione, si gingillava in colpevoli indugi, l'uscita del prezioso torno è stata ben più tempestivamente segnalata nella rubrica Buchmesse di CNN Attività, che ne ha dato conto nel numero di ottobre 1996, sia pure in termini assai generali. Ma del resto nemmeno qui si intende entrare nel merito della trattazione del Santoro facendone maldestre e faticose epitomi. Piuttosto, se ne raccomanda calorosamente l'appagante lettura a tutti coloro che esercitano una professione legale, o anche illegale.
Tornando alla sbalorditiva enunciazione dell'antico Senatore del Regno, va detto che essa è comunque inaccettabile, a qualsiasi categoria di operatori la si voglia riferire, perfino ai lampionai. Spero che sia apprezzata, a questo proposito, la mia scelta, a fini esemplificativi, di una categoria professionale praticamente estinta, anche se lanterne stradali a gas sopravvivevano, almeno fino a qualche tempo fa, a Londra (in St. James's), a Stoccolma (nei pressi del palazzo reale) e probabilmente altrove. L'intento è di evitare, in nome della cogente political correctness, di recare offesa a una qualsiasi delle corporazioni esistenti, e soprattutto a quelle ormai proverbiali dei barbieri e delle casalinghe di Voghera. Voglio dire che anche un lampionaio colto è sempre meglio di un lampionaio ignorante. La cultura, se pure non gli giova direttamente sul piano della tecnica manuale, limitata e ripetitiva, certamente arricchisce la sua persona e quindi anche la sua professionalità, se non altro a beneficio dell'organizzazione mentale, della razionalizzazione dei movimenti e degli sforzi, dei rapporti umani all'interno dell'azienda e nei confronti del pubblico. E poi, se proprio la cultura dovrà servirgli solo nel tempo libero, sarà comunque un vantaggio per lui e ne saremo tutti felici. Ma dei lampionai si è parlato anche troppo.
Dunque stupisce l'elogio dell'ignoranza (sia pure di una ignoranza relativa) ancor più se l'assioma si applica a un lavoratore "di concetto" come il notaio. Della natura intellettuale del nostro mestiere non sembra esservi dubbio in tutta una tradizione di pensiero che dal Medio Evo discende fino ai giorni nostri. Tanto che nella considerazione sociale generale la figura del notaio è storicamente riguardata con il rispetto che si tributa a un personaggio di statura mentale elevata, a "uno che sa", addirittura con comica deferenza (il "signor notaio"). Una figura abitualmente accreditata, nell'opinione popolare, di saggezza, scienza, autorità, carisma, presunto potere, appartenenza ad una vera e propria "casta" elitaria e intoccabile. Magari.
Invece, rincarava la dose, nel 1875, nella fase conclusiva del ricordato dibattito parlamentare (sempre secondo quanto riferisce il benemerito Santoro), il Deputato Samarelli, il quale, in un suo intervento alla Camera, affermava: "11 notaio non è obbligato egli a formare l'atto, a concepire ed a comporre il contratto; sono gli avvocati, i consulenti e simili coloro che ordinariamente ne formano il disegno; i notai non sono chiamati che a ricevere l'atto, a compierlo e a dargli la forma legale..."
E così la nobile figura del notaio quale si è dianzi evocata, solenne, palu
data e riverita, presente nel contesto sociale in tutta la sua maestà e il suo prestigio, veniva vista nella seconda metà del secolo scorso, quanto meno dagli addetti ai lavori legislativi, come quella di un manovale, un meccanico, uno scriba, una sorta dí appendice della macchina legale e amministrativa, al meglio un cancelliere. Altro che il notaio giurista, interprete del diritto (secondo la definizione generosa, ma ancora di là da venire di Francesco Carnelutti) e del diritto stesso operatore particolarmente qualificato, quale ciascuno di noi oggi, con maggiore o minore presunzione, si ritiene.
Bisogna dire che il riscatto (se c'è stato) non è venuto dalla legge del 1913, che continua a identificare il notaio come pubblico ufficiale, esercente una "professione di Stato". Vero è che quella legge ci affida almeno il compito di indagare personalmente la volontà delle parti, senza che appaia obbligatoria la preventiva mediazione di un avvocato che "formi il disegno" del contratto. Ma la vera qualificazione professionale del notaio è stata, se mi si consente per una volta l'uso di un linguaggio declamatorio che non mi appartiene, "conquistata sul campo", attraverso una evoluzione storica, sociale, giuridica e burocratica durata un secolo, che è costata alla categoria, nel medesimo linguaggio esecrando, "lacrime e sangue". In altre parole, se si vuole sdrammatizzare e se mi si consente per una volta l'uso di un linguaggio che invece mi appartiene, ma che non impiego di solito quando scrivo, il notariato si è fatto e si fa giorno per giorno, sul piano della preparazione professionale e dell'aggiornamento normativo, "un paiolo così".
Dall'epoca in cui notai di campagna e notai di città stilavano quasi esclusivamente testamenti, divisioni ereditarie e compravendite di poderi e palazzi, si è sviluppato il moderno notariato societario, c'è stato (ahimè, è finito) il boom dell'edilizia, con la diffusione capillare della proprietà condominiale, si sono moltiplicate a livello popolare le operazioni bancarie, si sono intensificati gli interventi pubblici nel controllo del territorio, dell'economia, dei mercati finanziari. Di tutto ciò il notaio è stato ed è partecipe, spesso protagonista, più o meno entusiasta, più o meno riluttante. E' inutile riassumere qui le problematiche civilistiche, societarie, fiscali, amministrative, urbanistiche che affollano le nostre scrivanie e le nostre teste. Non c'è dubbio che, con le angosce, gli incubi, gli affanni e le fatiche che una tale realtà comporta, ne sono venuti al notariato, almeno fino ad oggi (domani è un altro giorno, si vedrà), riconoscimenti e gratificazioni. E, con i sempre maggiori coinvolgimenti, attribuzioni di competenza, prerogative,
incombenze, responsabilità ed obblighi, è cresciuta (doveva crescere per forza) la nostra cultura. Talchè oggi ciascuno (si fa per dire) di noi può esclamare con fierezza, prendendo a prestito la parole del Mefistofele goethiano: "Onnisciente non sono. Ma di cose ne so."
Di cose, infatti, alla faccia del Senatore Conforti, mi tocca conoscerne tante: non solo il Codice Civile e le leggi "collegate", ma anche leggi fiscali e urbanistiche, direttive comunitarie, le circolari di una dozzina di ministeri, commissioni e autorità diverse, la dottrina, la giurisprudenza, gli studi del CNN, le istruzioni dei pubblici uffici e registri, le indiscrezioni sulle incessanti "manovre" governative, i pareri degli esperti, le ricette di cuochi, medici e stregoni, le previsioni degli aruspici e le profezie delle cassandre. La mattina presto, invece di perdersi voluttuosamente nelle pagine dei quotidiani dedicate alla cultura, agli spettacoli e allo sport, è giocoforza compulsare freneticamente la stampa specializzata economicofinanziaria per ricavarne le informazioni sulle novità normative che la Gazzetta Ufficiale ci recherà solo fra una settimana. A ciò si potrebbe ovviare, mi dicono (e se ne parla proprio in questo numero della rivista), ma si tratta pur sempre di stare in vedetta, come sentinella all'erta, captando on line, via internet, intranet, posta elettronica e altre diavolerie telematiche, i messaggi quotidiani del CNN (autentici bollettini di guerra) e i proclami dei colleghi più intraprendenti. E poi bisognerebbe partecipare ai convegni, leggere le riviste di categoria e non, assimilare contributi scientifici e dettami di ordinaria burocrazia, il tutto ai fini di una sempre aggiornata preparazione professionale nutrita non solo di solida dottrina e di informazione qualitativa, ma anche di bieco nozionismo utilitaristico.
Occorre infatti ricordarsi che il Tribunale di Roma vuole le copie degli atti interlineate e in doppio esemplare; che il Tribunale di Busto Arsizio vuole vedere le copie delle deleghe per l'intervento in assemblea; che il Tribunale di Trento ammette la previsione statutaria della convocazione delle assemblee anche fuori della sede sociale, purchè in località agevolmente raggiungibili con normali mezzi di locomozione. Ho rimosso, e ho fatto male, perchè potrebbe ricapitarmi, il merito delle pretese dei Tribunali di Alba, di Cassino, di Latina, sicuramente legittime, ma che, al mio temperamento anarcoide e sconsiderato, parvero a suo tempo alquanto vessatorie. E ho dimenticato quale Conservatore di PRA in Toscana voleva la firma del notaio accompagnata dal sigillo in ogni pagina. Ma perchè, poi, un atto avente ad oggetto un autoveicolo doveva constare di più di una pagina?
Finisce che l'eccessiva erudizione mi si affolla al cervello e mi gioca brutti scherzi.
In bilico fra dottrina e nozionismo spicciolo, proviamo a ricostruire (se ci basta il coraggio) quante cose abbiamo dovuto apprendere, per poi dismettere, rettificare, sostituire, riapprendere, dibattere, spiegare e applicare, negli ultimi decenni, in tema di agevolazioni fiscali nel settore edilizio, in un continuo rivolgimento di criteri, parametri, caratteristiche, requisiti oggettivi e soggettivi, aliquote, ipotesi di decadenza, da Tupini a Formica a Visco, dall'altezza della piastrellatura nei bagni al concetto di abitazione principale, idonea, prima, unica, virtuale, metafisica... Oppure in tema di copertura di perdite di bilancio, sanatoria di abusi edilizi, commerciabilità dei box per auto, notifica degli atti di cessione di crediti di imposta.
E se a qualcuno queste quisquilie, queste pinzillacchere paiono rientrare in un "poco" squisitamente notarile, facile da sapere bene, si pensi alla molteplicità degli interventi che si richiedono al notaio, dai più semplici e meccanici come l'autentica della dichiarazione antimafia ai più complessi e creativi come la fusione cosiddetta "inversa" o la scissione di società.
Per chiudere (espressione prediletta dai tecnici degli istituti bancari nella descrizione delle "coerenze" degli stabili cauzionali), per chiudere, dunque, questa veloce rassegna di tormenti e gioie (sic) notarili a cavallo di due secoli, vado ancora una volta a saccheggiare il pregevole testo di Marco Santoro che mi ha fornito lo spunto iniziale. Vorrei utilizzarne una citazione che non c'entra direttamente con il sapere dei notai, ma che si riferisce a una fase successiva del dibattito sull'ordinamento del notariato, dopo l'approvazione della legge del 1875 e in preparazione di quella del 1913. Il brano, tratto da una relazione ufficiale (La Riforma del Notariato, II, 1903), nel descrivere una situazione locale appare di una sinistra attualità, in relazione a certi fenomeni di malcostume notarile, ora come allora sperabilmente marginali: "A ... ove il numero degli affari è tale da poter dare larga ricompensa a ciascuno dei notai, se esercitassero dignitosamente la loro professione, la concorrenza è arrivata al colmo, fino a far ridurre i proprii onorari ai soli diritti di scritturazione, fino al punto di vedere un notaio assoldato a tre franchi al giorno da un gruppo di loschi affaristi."
Un notaio siffatto, indubbiamente, può anche accontentarsi di sapere poco e quel poco di non saperlo neanche benissimo. Tanto, ci pensano i "consulenti e simili" cari alla buonanima del Deputato del Regno Onorevole Samarelli
LUGLIO 1997
La nostra vetusta e per tanti versi obsoleta legge professionale contiene già, sorprendentemente per l'epoca, un elemento di notevole modernità. La previsione, all'art. 82, dell'associazione professionale: "Sono permesse associazioni di Notai, purché appartenenti allo stesso Distretto, per mettere in comune, in tutto o in parte, i proventi delle loro funzioni e ripartirli poi, in tutto o ín parte, per quote eguali o diseguali." Ma può darsi che la disposizione, magari già contenuta nelle leggi anteriori, servisse solo a legittimare situazioni non infrequenti e del tutto naturali di sodalizi su base familiare o addirittura dinastica, senza anticipare affatto l'avvento delle "ditte" legali all'americana.
A me, invece, che non sono figlio d'arte, è capitato di stringere un patto associativo professionale prima ancora di diventare notaio, ovviamente sotto la condizione sospensiva di riuscirci, e di riuscirci in due. Ecco com'è andata.
Suppongo di aver già narrato a veglia come "ai miei tempi", anche dopo aver superato il concorso, l'accesso ai distretti più ambiti (e tale era il mio di origine e destinazione) fosse lento e faticoso. Nè le sedi tradizionalmente riservate ai notai di prima nomina e da questi occupate in via coatta e provvisoria offrivano soddisfacenti occasioni di lavoro. Era perciò abbastanza ricorrente il caso che il neonotaio, soddisfatti più o meno regolarmente gli obblighi minimi di assistenza alla propria sede scomoda e improduttiva, restasse a fare il lavorante presso uno studio altrui in attesa di tempi migliori. Di solito (in quanto ne sussistessero i presupposti di compatibilità), lo studio era quello in cui si era fatta la pratica, dove l'originario apprendista era in grado di continuare ad offrire qualificata, utile e mal retribuita collaborazione. A questo stadio, ma anche prima, a seconda del grado apparente di decoro e di autorevolezza, l'expraticante si guadagnava (e forse non era nemmeno lui a guadagnarci) l'appellativo eufemistico e lo status di "sostituto". Figura dai contorni alquanto nebulosi, poiché, per definizione, chi notaio non è o, pur essendolo, opera fuori distretto, non può sostituire un notaio in alcuna delle sue funzioni ufficiali. Ma c'erano comunque occasioni in cui il "sostituto" poteva utilmente sollevare il notaio da incombenze poco gradite, dando nel contempo al cliente di serie B l'impressione di essere accudito da un personaggio più importante del sempli
ce impiegato. E poi, a parte l'aspetto rappresentativo e prescindendo dalla terminologia usata, il "giovane di studio" produceva, in termini di lavoro materiale, almeno quanto un bravo dipendente.
Stavo dunque, a pratica ufficiale conclusa (e ci sarei rimasto ancora a lungo, anche dopo essere diventato notaio), in un primario studio milanese, a stendere atti pubblici a mano e a tradurre fumetti, quando vi fui raggiunto da un collega, poco più giovane di me, venuto a sua volta a invischiarsi nell'annosa trafila della pratica e dei suoi postumi obbligati. Era figlio di un alto dirigente della Edison (la quale era cliente dello studio) ed era stato tirato su con lo scopo preciso di diventare un giorno notaio della Edison. Naturalmente non c'è riuscito, se non tardivamente, in modo quasi fortuito e in misura marginale, per colpa forse del destino cinico e baro, forse della fusione con la Montecatini che sarebbe avvenuta di lì a poco, forse di altre cose (o persone) ancora. Ciò non gli ha impedito di essere un professionista di successo, con una clientela altrettanto prestigiosa.
Intanto stava lì con me, seduto all'altro capo di una scrivania bifronte (o erano due scrivanie accostate), in una stanzetta di quattro metri per quattro, nella quale avevamo introdotto un piccolo frigobar che tenevamo a nostre spese rifornito di bevande giuste. Anche lui prese a stendere compulsivamente atti pubblici a mano, ma non traduceva fumetti, come invece seguitavo a fare io, con gli originali appoggiati su un cassetto aperto, in basso e il testo italiano sul piano della scrivania, scritto su insospettabili fogli uso bollo. Non che nessuno ci avrebbe badato più di tanto. Con il mio nuovo collega ci trovammo ben presto a formare un'efficiente e affiatata équipe di "sostituti" e in pratica, come ci si compiaceva di dire, provvedevamo fra noi due, con grande senso di responsabilità, a "mandare avanti lo studio" (allora, va detto, era tutto più facile). Altro, perciò, non si pretendeva da noi in termini di assiduità o di ottemperanza ad obblighi formali di sorta. Eravamo pagati pochissimo, ma in compenso ricordo che certe mattine andavo in ufficio alle dieci e che, ogni tanto, mi prendevo una settimana di vacanza (andavo abbastanza spesso a Parigi) senza notificarlo che all'altro sostituto, il quale accettava di buon grado, per qualche giorno, di sostituire anche me.
Così condividemmo gli anni residui di apprendistato forzoso. Lui, a un certo punto, si stufò di scrivere gli atti a mano e, per la prima volta nella storia quasi secolare di quello studio, furono prodotti sotto sua dettatura originali dattiloscritti di atti pubblici! La rivoluzione fu ben tollerata.
Quando, più tardi, superammo il temibile concorso, le nostre graduatorie,
non brillantissime, ci diedero diritto a sedì geograficamente eccentriche. Ma avevamo giurato già da tempo che, appena uno di noi fosse riuscito a conquistare una sede nel distretto di Milano, ci saremmo messi in proprio, insieme. Ci riuscì per primo lui, che aveva un punteggio di esame un po' migliore. Aprimmo il nostro studio (allora non c'erano, o noi li ignoravamo e nessuno ce ne fece carico, problemi di recapito). Dopo un po', entrai in distretto anch'io e partì, anche in via ufficiale, l'associazione professionale che avevamo fondato idealmente intorno al totem costituito dal nostro frigobar.
L'accordo era che avremmo sempre diviso tutto a metà, indipendentemente da chi dei due "portasse" il cliente. Era inoltre inteso che avremmo cercato di dare un uguale contributo di lavoro, anche se io, per un po', andai avanti a tradurre fumetti nelle ore di ufficio. Altro non fu convenuto, tanto che l'associazione, all'inizio, non risultava neppure da un atto scritto, ma fu soltanto enunciata ai fini fiscali. E' andata bene, per tanti anni.
So di altre associazioni professionali saltate per aria, addirittura finite in colluttazione per contrasti sul computo delle fotocopie rispettive. A noi, date le premesse, non poteva succedere e di ciò eravamo ragionevolmente soddisfatti. Ma poi lui si è ammalato e
l'altro giorno se n'è andato e così la "ditta" si è sciolta.
Questo non è un necrologio. FederNotizie, giustamente, ha scelto di non pubblicare necrologi. E' solo una storia, come altre che Lavinia e io abbiamo raccontato in questa rubrica.
GENNAIO 1998
Quando (tanto, troppo tempo fa) i famosi autori, impresari e produttori teatrali Pietro Garinei e Sandro Giovannini acquistarono i diritti per l'Italia del musical americano "You're a Good Man, Charlie Brown! ", ispirato ai fumetti di Charles M. Schulz, andarono alla ricerca del traduttore abituale di Peanuts e si stupirono alquanto di trovarlo annidato in uno studio notarile. Feci loro notare, nel corso di un breve e divertente carteggio, che la cosa non doveva far troppa meraviglia ai creatori di personaggi ben altrimenti eccentrici di notai nelle loro commedie musicali "La Padrona di Raggio di Luna" e "Un Mandarino per Teo".
Un volume edito non molto tempo fa da Gremese, "Tutto 'G & G' 2" (c'era già stato un primo "Tutto 'G & G' ") raccoglie, con altri, i copioni di quei due fortunati lavori e offre a notai e non notai l'occasione di fare o, per i meno giovani, rifare la conoscenza di quei nostri simpatici, ancorché stravaganti colleghi.
Non mi illudo certo che l'evento editoriale summenzionato riesca a contendere presso il gran pubblico dei lettori, addetti ai lavori o profani che siano, il primato di popolarità detenuto dal quotidiano economico Il Sole 24 Ore e dalla quasi quotidiana produzione libraria di Enzo Biagi. Tanto è vero che perfino lo stesso volume in questione si fregia di una introduzione dell'indefesso e celebrato giornalista, due paginette scarse farcite al solito di aneddoti risaputi e rassicuranti ovvietà. Quanto al foglio color paglierino, non si vuole in alcun modo contestarne la gloriosa tradizione (al fondatore di 24 Ore sono stato legato da devozione filiale e posso vantare l'amicizia di un successivo direttore e di numerosi redattori), nè l'indispensabile contributo giornaliero di conoscenza e di correlativo turbamento che esso offre alla nostra categoria. Piuttosto, mi piace riferire qui, anche se non c'entra niente, che Romano Levi, mitico distillatore di grappe sopraffine in Neive (CN) è perentorio assertore della assoluta superiorità delle pagine di quel giornale sopra ogni altro tipo di carta per avvolgervi le sue preziose bottiglie adorne di poetiche etichette manoscritte.
Ben consapevole, quindi, che il tomo di cui sopra non è entrato nelle classifiche dei bestseller, nè, tranne qualche poco significativa eccezione, nelle case e negli studi dei notai italiani, mi risolverò, da modesto ma coscienzioso cronista del folklore notarile, a darne qualche conto in questo spazio
che, con generosità probabilmente eccessiva, seguita ad essermi concesso. Della effettiva necessità di ciò è lecito, ben inteso, dubitare.
"La Padrona di Raggio di Luna", andato in scena nel 1955, si impernia sui casi di una giornalista, Claudia Gallinari, in arte Clara di Valmaura, titolare su un quotidiano milanese del pomeriggio di una rubrica del genere "posta del cuore". Il notaio di turno si chiama Enrico Alsani e viene, in una nota preliminare, descritto così: "E' un uomo un po' all'antica che vive soprattutto in provincia e ben raramente scende in città per affari. E' un gentiluomo nel vero senso della parola e non sa dire di no, soprattutto a Clara, della quale è ancora segretamente innamorato nonostante siano passati molti anni da quando la conobbe all'università. Veste elegantemente, ma molto seriamente e un po' fuori moda."
Come si vede, ahimè, non sono evitati i consueti logori trivia sull'immagine del notaio: "all'antica", "un po' fuori moda", per fortuna anche "gentiluomo". Ma qual era la moda appropriata per un notaio nel 1955? Non certo quella odierna del giaccone al posto del cappotto, né quella di ieri, felicemente tramontata, del pantalone a zampa di elefante. Se ricordo bene, imperavano già da qualche anno i blue jeans, adottati plebiscitariamente da artisti e studenti, ma prudentemente negletti, almeno in ufficio, dai professionisti. Consoliamoci rilevando che questo personaggio suppostamente grigio era in realtà interpretato, nella produzione originale, dall'impareggiabile, brillantissimo e in ogni caso elegantissimo Ernesto Calindri, tuttora gagliardo protagonista sulle nostre scene.
Il notaio Alsani, orbene, prendendo fin troppo sul serio i doveri impostigli a norma dell'art. 623 del Codice. Civile, si reca di persona a Milano dall'Italia centromeridionale (non è ben chiaro dove operi, se a Roma o in Abruzzo, per cui, più che un problema di recapiti, si sospetta qualche diverso pasticcio territoriale) per comunicare a Claudia che ha ereditato per testamento da un amante dimenticato nientemeno che la proprietà del contratto di un importante calciatore. Si tratta di un "oriundo", ma non proveniente dall'America del Sud, come si è sempre usato nel calcio nostrano, da Raimondo Orsi a Omar Sivori, bensì dagli Stati Uniti. Fatto questo estremamente incongruo, data la notoria mancanza di una seria tradizione calcistica in quella nazione, tanto più all'epoca in cui la vicenda si svolge. La scelta fu probabilmente suggerita dalla disponibilità di un attorecantante americano di origine italiana, Robert Alda (attivo e rinomato sia a Broadway che a Hollywood) e dalla volontà di inserire nella trama un precorso intrigo gangsteristico ambientato nella Chicago del proibizionismo.
L'oriundo, comunque, è una mezzala sinistra, si chiama Tony Mangelli, detto Raggio di Luna per via di una ciocca bianca di capelli e appare un temibile troglodita incline alla dissolutezza.
Per farla breve, il distinto notaio viene coinvolto in un complicato e compromettente intreccio, specialmente quando l'azione si sposta nella villa di lui in Abruzzo, dove convengono, con la giornalista e con pittoreschi personaggi del mondo del calcio, anche una procace soubrette e un intero complesso di ballerine di rivista. E tosto il nostro collega si trova al centro di un numero musicale intitolato "Notaio's Cha Cha", dove si immagina che egli stesso, ricevuta la inopinata visita del famoso bandleader Xavier Cugat (all'epoca, in effetti, ben spesso presente nel nostro Paese), sia stato da questi richiesto di una inconsueta prestazione professionale:
"E sotto il mio segreto notarile
depositava musiche e parole
di certa sua invenzione musicale
denominata mambo del chacha
(omissis)
Io notaio in Roma e in Aquila
con un rogito certifico
che si tratta dell'autentico
vero mambo del chacha".
Ecco qui evidenziata senza mezzi termini una seria, preoccupante confusione di ordine distrettuale: quale sarà mai la vera sede del notaio? Può darsi che la temerariamente enunciata ubiquità sia una innocua vanteria, o una licenza poetica indotta da esigenze di metrica (tutta una sequenza di versi termina con parole sdrucciole). E quegli "affari" per i quali il notaio scende, pur raramente, in città non rientreranno nella previsione di incompatibilità di cui all'art. 2 L.N.? Non c'è dubbio che una indagine conoscitiva da parte dei due Consigli notarili competenti sarà apparsa nell'occasione non solo opportuna, ma addirittura doverosa. Su questo argomento, purtroppo, il nostro volume, che si configura come una semplice raccolta di testi teatrali, non aggiunge alcunché.
Fatto sta che, mentre il notaio Alsani volteggia allegramente fra le ballerine, sopraggiunge un tale onorevole e/o assessore Migoretti a portargli, non si capisce in nome di quale autorità, "la nomina a capo della nostra missione al congresso notarile di Losanna". Ma l'ambiente, le circostanze e tutta una serie di imbarazzanti agnizioni ed equivoci, di cui è impossibile riferire qui, indispongono non poco l'uomo politico e paiono compromettere le
possibilità di Alsani di brillare sulla scena internazionale del Notariato Latino, riunito a congresso nella vicina Confederazione (o, a scelta, sulle rive del Lemano).
Ma poi, grazie ad altri più favorevoli sviluppi narrativi, ad altre più propizie agnizioni e comunque in ossequio alle leggi inesorabili del teatro di intrattenimento, tutto si aggiusta e il notaio si ritrova ad animare, con la soubrette e il coro delle ballerine e dei boys, un nuovo numero musicale, anche questo deliziosamente demenziale:
"E lei notaio vuol forse imparare
il bughi-vughi o il bajon?
Preferisco il cha-cha dei miei tempi
il cha cha cha cha cha charleston
(omìssìs)
forza su notaio provi a fare il vughi-vughi
lasci i protocolli
lasci i codicilli
getti ai quattro venti
bolli, codici e sigilli
lasci che le spieghi
presto su si sbrighi
e il vughi-vughi ballerà".
Ma il notaio, ostinato, insisterà a prodursi nel charleston della sua gioventù. E il lieto fine, anche sul piano sentimentale, è d'obbligo, salvo un estremo colpo di scena costituito, guarda caso, dall'annuncio di una nuova, altrettanto scomoda eredità. Ma ormai cala il sipario fra gli applausi dì rito. In "Un Mandarino per Teo", rappresentato per la prima volta nel 1960 e oggetto di un successivo revival televisivo, la figura del notaio è assai più marginale. il personaggio si chiama Lucio Feri ed è descritto come un essere "elegante, raffinato, gaudente", nel quale tutto "deve esprimere joie de vivre e bonomia", mentre "solo qualche piccolo particolare deve far intuire sotto la sua piacevolezza qualcosa di più" (meno male, grazie). In teatro era interpretato da Alberto Bonucci, squisito caratterista troppo presto scomparso e, nella versione televisiva, dal più sanguigno Arnoldo Foà.
Protagonista del lavoro è Teo Brosci, giovane esuberante che fa di mestiere la comparsa cinematografica e compito del notaio Feri, anche qui, è recargli, su un set di Cinecittà, la notizia di un'altra eredità testamentaria. Un ricco cinese a lui del tutto sconosciuto (il mandarino del titolo) gli ha lasciato un miliardo di lire e la cosa, in sé inspiegabile, va fatta risalire a una
antica leggenda anch'essa praticamente inspiegabile, quanto meno in questa sede. L'incontro fra i due avviene sotto il segno di un plausibile, soddisfacente scambio tecniconotarile. Lo squattrinato Teo, quando il Feri si qualifica porgendo il suo biglietto da visita, pensa subito a una cambiale scaduta e l'altro replica, ícastíco: "Non vado in giro a fare protesti".
In seguito il notaio diventa una specie di accompagnatore fisso di Teo e con lui frequenta locali notturni, nei quali si esibisce con apprezzata perizia di danzatore e assiste a spettacoli di spogliarello. Inutile scandalizzarsi, offendersi o lagnarsi. Prendere o lasciare: se uno vuol fare il notaio in una commedia musicale, bisogna che si adatti a sgambettare come tutti gli altri, anche se il contesto gli appaia estraneo. Sarebbero mal tollerati quadri senza canzoncine e senza balletti che lo vedessero impegnato nel suo studio a indagare la volontà delle parti, a dettare atti di cessione di ramo d'azienda o a firmare pigne di dichiarazioni antimafia. Questo notaio, poi, è dichiaratamente gaudente e frivolo di suo, veniamo a sapere che possiede un panfilo e che si dispone a soggiornarvi con una bionda dal volto angelico ("Non si vive di solo panfilo"). Per cui, poco dopo la metà dello spettacolo, si allontana e si perde completamente di vista, mentre la storia di Teo va avanti per i fatti suoi, fatti di nessun interesse notarile.
A conclusione di queste rapide e disordinate notazioni, con tutto l'affetto e l'ammirazione che sono dovuti a G & G per mezzo secolo di prodigiosa attività all'insegna di una entusiastica letizia (Sandro Giovannini è morto nel 1977, ma la ditta validamente sopravvive), possiamo dirci vagamente delusi? Non che ci si risenta per essere raffigurati come poco serie macchiette. Non si può, l'abbiamo già detto, pretendere di partecipare a uno spettacolo di teatro leggero in veste di paludati tutori del rigore morale e della scienza giuridica che contraddistinguono (o almeno dovrebbero) la figura del notaio nell'esercizio delle sue attività istituzionali. Anche noi sappiamo divertirci, ma non vorremmo essere rappresentati sempre come quelli delle eredità e dei testamenti, come gentiluomini un po' fuori moda, come bacchettoni le cui inaudite occasionali trasgressioni provocano divertito scandalo. 11 notaio Feri di "Un Mandarino per Teo" arriva perfino, a un certo punto, a intonare, sia pure per scherzo, l'efferato "porto il mantello a ruota e fo il notaio". A quando un moderno musical finanziario con cori e balletti di manager, segretarie e azionisti e con un notaio intento a governare facinorose assemblee di società quotate, a disegnare arditi progetti di fusione e di scissione, emissioni di obbligazioni con warrant, offerte pubbliche di acquisto .. .
SETTEMBRE 1998
Ecco (direbbe Snoopy) l'eclettico notaio che, in lieta e assortita compagnia (un "responsabile della logistica", un addetto al magazzino, talvolta un membro effettivo di Collegio sindacale), si dirige in automobile verso qualche piazzale suburbano dove è ansiosamente atteso per verbalizzare una distruzione di "beni obsoleti e/o inservibili".
La legge che ha fatto dono di questa nuova competenza esclusiva alla nostra (per altri versi invisa) corporazione, a riprova della sua insostituibile funzione di tappabuchi della pubblica amministrazione, risale all'autunno dello scorso anno. Per cui si può dire che il notaio ha ormai potuto fare e ripetere l'esperienza della cerimonia, che si celebra forzatamente all'aperto, in tutte le possibili condizioni climatiche e meteorologiche: gelo, brume mattutine, pioggia (fisicamente elusa grazie a ospitali tettoie), fango, solleone, afa.
Così come c'è stato il tempo di impratichirsi degli aspetti tecnici e tecnologici del rituale e di arricchire il proprio lessico con la inerente particolare terminologia. Le merci sono di regola riposte in appositi contenitori (i "cartoni") e questi impilati su supporti lignei (i "bancali"). E' il bancale l'unità di misura operativa (esempio: "mancano otto bancali"). E infatti è ciascun singolo bancale, col suo soprastante cumulo, ad essere, secondo i casi, scaricato dal camion o fatto uscire direttamente dal magazzino a mezzo di carrelli elevatori (i "muletti"). Le merci vengono poi arpionate da una gru dotata di ordigno prensile (il "ragno") e da questa depositate in speciali autocarri provvisti di meccanismi atti alla compressione o schiacciamento (tipo i furgoni della nettezza urbana). Oppure vengono avviate su un nastro trasportatore a un macchinario, in pratica un immenso, fragoroso macinino, che le tritura sadicamente. Non ho constatato finora l'impiego di forni crematori, forse perché ritenuti inquinanti. Ma quello che si pratica è davvero una sorta di olocausto o genocidio che, pur avendo ad oggetto cose inanimate, non manca di un suo macabro effetto di orrore.
I beni, almeno secondo la mia personale casistica, delimitata dal tipo di attività che esercitano le imprese clienti, consistono di solito in elettrodomestici grandi e piccoli e in prodotti audiovisivi (compact discs, musicassette, videocassette). Ebbene, dirò che non mi impressiona più di tanto vedere le grinfie del ragno dilaniare un grosso televisore, probabilmente difettoso. Devo invece confessare che mi fa un certo effetto veder uscire dal
cartone e avviarsi sul nastro verso un destino atroce certi altri oggetti. Come, per esempio, il "mio" spremiagrumi, quello stesso che con insospettabile perizia aziono personalmente tutte le mattine nel corso di quella che è la mia sola, ma apprezzata contribuzione al ménage familiare: la preparazione della prima colazione, che consiste peraltro unicamente, oltre alla spremuta, in due tazze di fragrante the ottenuto da bustine di grande marca. Oppure, per fare un altro esempio, il "nostro" frullatore, quello stesso che mia moglie, cuoca appassionata e provetta, usa abitualmente per fare il pesto e la crema di pomodoro. O ancora, ultimo esempio, il C.D. di una sonata per pianoforte e violoncello di Beethoven eseguita da Martha Argerich e Mischa Maisky che anch'io possiedo e ascolto periodicamente con sempre immutato piacere.
Sarà, il mio, feticismo consumistico o istinto di ribellione di fronte a tanto apparente spreco? Stanno in realtà alla base del fenomeno precise considerazioni economiche per cui ciò che il pubblico ha rifiutato o scarsamente gradito, o semplicemente non vuole più, deve, dopo un numero prefissato di settimane, mesi o anni, essere tolto dal mercato e soppresso, non meritando né una estrema campagna di saldi, né tanto meno la fatica e la spesa di essere reintrodotto in magazzino. E quindi ciò che sembra uno spreco si risolve invece in un vantaggio per l'impresa sia sul piano operativo che su quello fiscale.
La necessità di provare l'avvenuta distruzione per verbale notarile nasce infatti dalla norma fiscale, che impone tale prova al fine di vincere l'ennesima presunzione (di avere in realtà realizzato da quelle merci ricavi "in nero") del genere di quelle che il nostro legislatore usa disseminare qua e là nei prodotti finiti della sua attività. Se una tale sfiducia nell'onestà del contribuente debba ritenersi o meno offensiva, lascio ad altri di giudicare. E' un po' come la sfiducia che lo stesso legislatore manifesta nei confronti di noi notai quando ci fa divieto di rilasciare le copie dei nostri atti prima della registrazione. A me, che gli atti li registro regolarmente e ben prima della scadenza del termine, risulta decisamente offensiva. Poi, però, come qualche mese fa, uno apre il giornale (anzi, non ha nemmeno bisogno di aprirlo, perché la notizia del fattaccio è lì, in prima pagina) e gli cascano, quanto meno, le braccia.
Ecco dunque perché tocca al notaio assistere, da meticoloso controllore o da attonito, impotente testimone, ma comunque in piedi, a questo sterminio, a questa strage degli innocenti. Che immola sull'altare della convenienza fiscale asciugacapelli fuori produzione e scadenti esempi di musica
leggera, ma anche prodotti ancora del tutto validi (pur se è mancato o venuto meno ad essi il favore popolare), che potrebbero, in una situazione di minore sospetto, essere utilmente devoluti in via gratuita, e senza interventi notarili, a soggetti indigenti e meritevoli.
Sta, quindi, il notaio sul luogo della distruzione, con i piedi nel fango e la testa nel pulviscolo prodotto dalla macinazione, brandendo il fido telefonino cellulare che gli reca messaggi volta a volta consolatori o minacciosi dal mondo civile, dal conforto dello studio. Non fa difetto, nel corso di queste missioni, che durano in media tre o quattro ore ciascuna, l'agio di riflettere, con animo bassamente venale, su quanto sia lecito lucrare da una prestazione tanto noiosa, disagevole e onerosa in termini di tempo. La mente vagola fantasticando e formula propositi quasi vendicativi. Farsi pagare in base alle tariffe orarie degli avvocati americani? Ma qui, occorre riconoscerlo, non si offre il contributo creativo del proprio ingegno alla conclusione di un contratto miliardario, si sta solo a guardar lavorare gli altri, gli svelti piloti dei muletti e l'abile gruista manovratore del ragno. Non soccorrerebbe nemmeno il ragguaglio al valore dei beni distrutti, per solito abbastanza modesto in quanto riferito al costo di produzione. La tariffa la conosco poco, malgrado abbia fatto parte per anni (inserito di certo per carità, proprio perché imparassi finalmente qualcosa) della commissione liquidazione parcelle del mio Consiglio distrettuale. Ma ho l'impressione che al riguardo non ci sia da farsi soverchie illusioni: onorario inesorabilmente fisso, forse un'indennità di accesso e qualche compenso orario, il diritto di scritturato esteso al voluminoso tabulato che si allega al verbale ...
Qualcuno mi ha suggerito un altro interessante parametro: una percentuale del costo dell'operazione stessa, che, specialmente se questa non viene eseguita in sede con mezzi e personale propri, bensì presso qualche impresa specializzata in questo genere di servizi ecologici, non deve essere indifferente.
Ma accontentiamoci di quanto a norma di tariffa e di buon senso ci compete e stiamo a vedere se piuttosto la libera concorrenza tanto auspicata dall'autorità antitrust non scateni una ignobile corsa al ribasso.
Per abbandonare queste riflessioni vilmente materiali e tornare a un discorso di tono se non nobile almeno un po' più serio, non si può fare a meno di rilevare la singolare pregnanza, coi tempi che corrono, del fenomeno. Con questo termine alludo all'episodio legislativo in questione e insisto a chiamarlo così anche se non ignoro che il vocabolo è ormai riservato alla identificazione in senso figurato di un noto calciatore sudamericano.
La circostanza che il legislatore abbia fatto ancora una volta ricorso alla categoria notarile per affidarle un compito in sé pedestre, ma evidentemente ritenuto necessario e non assolvibile (generosamente non staremo a chiederci perché) in via diretta dal personale dell'amministrazione finanziaria, va in modo deciso contro corrente. Perché lo stesso compito non è stato attribuito agli attuari, ai pranoterapeuti, alle chiromanti o magari agli stessi giovani disoccupati dalle cui fila il Comune di Milano trae il pittoresco piccolo esercito degli "ausiliari della sosta"? La risposta è tanto ovvia che non la scriviamo nemmeno. Ma al di là della soddisfazione relativa che è lecito ricavare dalla cosa in sé, va detto, a costo di smentire in buona parte quanto prima si è lamentato, censurato e irriso, che anche un'attività tanto banale quanto il guardar triturare oggetti di consumo in plastica ripudiati da produttori e destinatari può risolversi in un arricchimento professionale. E ciò non solo perché è dato nell'occasione osservare affascinati il funzionamento invero portentoso del muletto.
Qualsiasi occasione di avvicinamento dei notai al mondo della produzione, dei traffici, del lavoro in genere accresce la nostra conoscenza della realtà imprenditoriale a tutto reciproco vantaggio. E' da tempo che, per ragioni del nostro ufficio, abbiamo imparato a leggere i bilanci, a redigere autonomamente statuti di società, regolamenti di prestiti obbligazionari, progetti di fusione e di scissione, a confezionare i cosiddetti "iter" (al plurale sarebbero "itinera", ma se ne maneggia sempre uno solo per volta) per i presidenti di assemblee pubbliche. E anche trascorrere una mattina, gelida o afosa, con un responsabile della logistica o del magazzino, con un Sindaco effettivo o anche con il titolare della ditta di servizi ecologici o con il conducente del muletto è comunque più interessante che ricevere in ufficio il solito classico personaggio che intende incautamente spogliarsi anzitempo del suo patrimonio per evitare ai figli l'onere delle imposte di successione. E' in quell'altro tipo di realtà che il notaio può fare con maggiore profitto (non necessariamente in senso economico) il suo mestiere e affermare la propria ragione di esistere, non stando ad aspettare la chiamata di un Pasqualino Cammarota o di un Buoso Donati (o, al posto suo, di Gianni Schicchi) che vuole fare testamento.
A beneficio dei colleghi più giovani sarà opportuno spiegare che Pasqualino Cammarota (al pari del più famoso Ciccio Formaggio) era una macchietta canora del compianto comico Nino Taranto, che, in fin di vita, intonava: "Muoio, muoio, chiamatemi il notaio..."
A beneficio invece di qualche raro collega immemore o distratto, ricorde
remo che Buoso Donati, facoltoso possidente fiorentino realmente vissuto nel tredicesimo secolo, ossessivamente bramoso di ascendere al paradiso, aveva fatto testamento a favore di qualche ente religioso. Appena morto lui, il faccendiere Gianni Schicchi ne assunse fraudolentemente l'identità per dettare un falso testamento a vantaggio dell'erede naturale e di se stesso. La vicenda è rievocata nel Canto XXX dell'Inferno e lo Schicchi è collocato da Dante nella decima bolgia, tra i "falsi fabricatori di qualunque opera":
"...sostenne...
falsificare in sé Buoso Donati
testando e dando al testamento norma."
La fonte dantesca, con altre contemporanee, è servita di ispirazione a Giacomo Puccini e al suo librettista Giovacchino Forzano per comporre un'operina in un solo atto di grande interesse notarile, un assoluto capolavoro di grazia e di comicità, intitolata appunto Gianni Schicchi, dal nome dell'irresistibile suo protagonista. Se ne consiglia l'ascolto a quei pochi che non la conoscessero, in mancanza di rappresentazioni dal vivo prossime per data e per luogo, nella pregevole edizione discografica diretta dal maestro Bruno Bartoletti con l'orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e il baritono Leo Nucci, straripante di bravura e simpatia, nel ruolo principale. Nel lavoro pucciniano, per la cronaca, il notaio che con imperdonabile dabbenaggine omette di accertare per bene l'identità del testatore e si fa penosamente gabbare dal pur abilissimo mistificatore è tale Ser Amantio di Nicolao. Risulta dalla testimonianza dantesca che il falso fu a un certo punto evidentemente smascherato, ma non ci è stato tramandato se e quali sanzioni disciplinari siano toccate all'imprudente notaio. Sappiamo solo che non sta all'inferno nello stesso girone di Gianni Schicchi.
MARZO 1999
Un piccolo classico fra le fattispecie che più frequentemente si offrono alla nostra attenzione professionale in questi anni non felicissimi per nessuno è il fenomeno del cosiddetto (almeno da me) "sfidanzamento immobiliare". Alludo al caso dei due promessi sposi che acquistano insieme la futura abitazione coniugale, poi mandano a monte le nozze e si ritrovano a gestire la scomoda comproprietà nell'ambito di un mutato rapporto il cui carattere può risultare più o meno amichevole in misura pericolosamente variabile.
La cosa, quando succede, non manca mai di commuovere e rattristare le più sensibili fra le mie collaboratrici, soprattutto quella o quelle che si sono occupate, a suo tempo, della pratica di acquisto.
Ancora non è spento il ricordo della trepidazione, del disagio, delle difficoltà psicologiche e finanziarie, degli aspetti inevitabilmente fastidiosi, perfino antipatici della vicenda. L'intestazione magari per quote disuguali in funzione del rispettivo contributo economico, oppure l'accordo per cui uno mette subito una maggior parte del prezzo in contanti e l'altro assume l'obbligo di pagare le rate del mutuo. L'imbarazzo per la presenza, del resto in certi casi indispensabile, di uno o più genitori in veste di circospetti, poco entusiasti ufficiali pagatori.
E tutto ciò si ripresenta in guisa di inverso tormentone quando si tratta di disporre in qualche modo del mancato nido d'amore. E' raro infatti che uno dei due giovani sia provvisto dei mezzi finanziari per riscattare prontamente la quota dell'altro, sempre che gli sfigatissimi locali conservino per qualcuno un certo grado di appetibilità. Altrettanto difficile si presenta la soluzione di un sollecito comune realizzo sul mercato, che produrrebbe peraltro la conseguenza di far decadere le fruite agevolazioni fiscali di "prima casa".
In un caso invero fortunato è successo che un nuovo pretendente sia risultato disposto a rilevare dal suo predecessore, con la ragazza smessa, anche la quota di comproprietà dell'appartamento. Più recentemente, invece, mi è capitato di stipulare un contratto di comodato con il quale un signorile "lui" ha concesso pro quota in uso gratuito alla sua ex "lei", che ne ha temporaneamente bisogno, ma non intende assolutamente acquisirlo ín piena proprietà né ora né mai, l'alloggio rimasto tristemente vuoto. L'intesa è che
prima o poi lo metteranno in vendita a terzi, così sbarazzandosi di un frammento di passato al quale nessuno di loro riesce davvero a restare affezionato.
Un altro caso molesto che ricorre con relativa frequenza è quello dell'immobile trasferito da genitore a figlio a titolo di donazione (scelta negoziale adottata non tanto per spirito di liberalità quanto per ovvi motivi di convenienza fiscale) nell'assunto per lo più inespresso che il medesimo figlio vi risieda felicemente per tutta la vita. Invece il donatario, dopo pochissimi anni, scopre di desiderare tutt'affatto diversa sistemazione abitativa e mette in vendita i locali di proprietà. Fa così un'ulteriore scoperta: che il bene è praticamente inalienabile a causa del traballante titolo di provenienza.
Ma le scoperte non sono finite: la brillante idea di acquisire dichiarazioni di adesione, rinuncia o benestare da parte della mamma e delle sorelle non piacerà affatto ad arcigni notai e severi funzionari di banca. Che fare? Una soluzione c'è, e gli addetti ai lavori possono suggerirla: è ardita e capziosa, ma funziona. E' una garanzia fideiussoria di risarcimento danni che i potenziali legittimari lesi rilasciano "contro" se stessi, a valere da deterrente nei confronti della propria tentazione di esercitare l'irrinunciabile diritto ad agire in riduzione. Ha il difetto di costare un po', ma mica tanto: un modesto 0,50% di imposta di registro e qualche spicciolo per onorari e spese notarili.
A prima vista, di solito, sembra comunque non convincere gli interessati, che vi scorgono connotati di ingiusta colpevolizzazione con conseguente sottomissione penitenziale. Poi se ne fanno una ragione e abbozzano. Non sarà mancata, nella circostanza, l'insinuazione che il notaio avrebbe dovuto, a suo tempo, insistere a segnalare il possibile inconveniente prossimo venturo. 11 notaio, probabilmente, l'ha anche fatto, ma si sa quanto sia arduo indurre i clienti, per natura portati a privilegiare i più immediati vantaggi, ad adottare soluzioni inutilmente (a loro avviso) più dispendiose.
Altri "classici" minori, non necessariamente tipici dell'attuale congiuntura, ma che si ripresentano nel tempo con sorprendente regolarità, possiamo ricordarli in breve.
Il sindaco effettivo di società che sopraggiunge ad assemblea praticamente conclusa, subito dopo che se ne è giustificata a verbale l'assenza.
La contesa, imprevista e sommamente incresciosa, che si scatena a metà della lettura di un atto di compravendita immobiliare a proposito di spese condominiali arretrate, infiltrazioni d'acqua, infissi difettosi e simili. Legittimi e rispettabili problemi delle parti, ai quali si pretende di appassionare il notaio in veste di legale, arbitro, giudice, paciere, mallevadore, estensore di "carte" o "scritture private", affidatario di depositi cauzionali.
L'accorata insistenza con la quale certi professionisti o dirigenti di società, tetragoni paladini di una tradizione fine a se stessa, cercano di farti adottare testi di statuto antiquati e prolissi, farciti di inutili litanie.
Come l'immortale clausola che recita: "I dividendi non riscossi entro cinque anni dal giorno in cui divennero esigibili, vanno prescritti a favore della società." Formulata proprio così, con l'immancabile virgola dopo "esigibili", a separare crudelmente e indebitamente il soggetto dal verbo.
L'erronea convinzione di molti clienti, solleciti della regolarità dei nostri (e loro) atti, che le firme vadano apposte obbligatoriamente con inchiostro nero.
Un altro bel caso, questo per fortuna non frequente nella pratica, anzi sicuramente unico nella sua romanzesca peculiarità, vale comunque la pena di essere raccontato. E' capitato a me, qualche anno fa.
Una signora acquista un modesto alloggetto in uno stabile condominiale delle cui vendite frazionate mi occupo io. La stessa acquirente dichiara di essere coniugata in stato di separazione personale e mi esibisce la copia di un verbale di separazione vecchio di dodici anni. Manca il decreto di omologa del Tribunale e io, sempre fiducioso ai limiti dell'incoscienza, non dubito per un istante che, a distanza di tanto tempo, debba essere intervenuto per forza.
Invece (come apprenderemo successivamente) pare di no, forse per colpevole inerzia di un avvocato, forse per abbandono della procedura a seguito di una improvvisa riconciliazione della quale non sono stato reso edotto. In ogni caso non se ne rinviene traccia negli archivi del Tribunale competente.
Accade poi che, nel corso dello stesso anno, come da copione degno di un grande drammaturgo (Dumas figlio, Ibsen, Eduardo?), muore il marito ab
intestato, lasciando a succedergli la moglie stessa, ma anche tre figli che sono con la madre in rapporti pessimi. Quelli, forse imbeccati da un avvocato più furbo ed efficiente di quello che si era occupato della separazione tra i genitori, scoprono dopo astute ricerche dì poter sostenere che l'acquisto immobiliare da parte della madre è stato effettuato in regime di comunione legale dei beni. Per nulla animati da quella signorile tendenza a lasciar perdere che dimostreremmo io e qualcun altro in una situazione del genere, eccoli (snaturati, "in odio" alla loro stessa madre!) rivendicare pidocchiose quote di comproprietà dell'umile cespite costituito da un bilocale in vetusta casa popolare con uso di servizio esterno di proprietà di terzi. La povera signora, minacciata nell'esclusività del suo diritto, dà la colpa a me. Fossi stato più accorto, avessi insistito nell'esigere il documento mancante, l'inghippo sarebbe venuto fuori subito e lei avrebbe "provveduto diversamente" (non riesco a immaginare come, se non con la collaborazione del marito stesso o attraverso una intestazione fiduciaria).
Si instaura uno squallido contenzioso nel quale la madre, volta soltanto alla cieca, disperata difesa della sua abitazione e con l'assistenza di un altro avvocato di quelli non tanto furbi, trascura del tutto di rivendicare a sua volta la parte che le spetterebbe sull'eredità del marito e perviene ad una discutibile transazione. In esito alla quale i figli aderiscono a stipulare un atto, da me sapientemente redatto, nel quale rendono a posteriori, in luogo del loro defunto dante causa (si potrebbe dire "a babbo morto", forzando il senso abituale dell'espressione), la dichiarazione ai sensi dell'art. 179 C.C. che il medesimo avrebbe potuto emettere se fosse stato parte dell'atto di acquisto. Che il bene è escluso dalla comunione in quanto acquisito con il prezzo del trasferimento di beni personali dell'acquirente.
In cambio la signora rinuncia, sempre a mio rogito, all'eredità (non grande, ma neppure disprezzabile) del marito. A questo punto, ritenendosi non a torto danneggiata, anche se per sua scelta e per dabbenaggine del suo patrono, ritorce di nuovo le sue lagnanze sull'incauto notaio. Non arriva a chiedermi tangibili risarcimenti, ma suggerisce che è mio preciso dovere stipulare gli occorrenti atti gratuitamente e pagare la parcella del suo avvocato. Consapevole del mio concorso di colpa, per ciò avvilito e insieme affascinato dalla singolarità dell'intreccio, arrendevole, magnanimo e babbeo come sono, accondiscendo al non grave sacrificio.
Da allora, però, quando mi si presenta un cliente che si afferma "separato", in assenza di una espressa documentata scelta negoziale del regime di separazione dei beni, scattano nel mio studio dispositivi di sicurezza e meto
di di indagine spietati. Il decreto di omologa, divenuto da noi proverbiale, viene praticamente richiesto all'ingresso, al centralino. Domandesaltafosso e puntigliose inchieste a livello di parentado e vicinato tendono poi ad escludere le eventuali temibili riconciliazioni, quelle che l'art. 157 C.C. identifica, con scientifica precisione, con "un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione". La casistica immaginabile a tale riguardo è terrificante, se si pensa alla affettuosa disinvoltura con la quale si comportano ai giorni nostri, da persone civili, tanti coniugi separati fra i quali sopravvivono rapporti di amicizia, di stima, di interessi, di lavoro, di frequentazione, se non altro per la gestione della prole comune. Non ho ancora fatto ricorso, in proposito, alla collaborazione di investigatori privati, ma non esiterò a farlo se richiesto in circostanze sospette di rogare atti di valore considerevole.
Comunque non capirò mai perché tante coppie, dopo essere pervenute ad una convinta ed effettiva separazione personale, omettano poi di proseguire nella scissione dei loro destini fino al definitivo divorzio. Soprattutto se si pensa alla bizzarra norma per la quale il coniuge separato, ma non divorziato conserva i diritti successori.
Almeno in due casi, nella memoria storica del mio studio, si è insinuato, con quanto fondamento non saprei dire, che mogli separate di mariti titolati non volessero rinunciare a farsi chiamare "contessa" da conoscenti e fornitori. Mi rendo conto, tuttavia, che l'esempio, anche se verificato, non esaurisce la ben più vasta gamma delle motivazioni alla base dei comportamenti umani in tanto delicata materia.
MAGGIO 1999
Di recente, al termine di una stipulazione, una signora (distinta, piacente, di giovanile mezza età) mi ha detto: "Ma lo sa che lei è simpaticissimo?" Ho accolto il bel complimento con ovvia, invereconda soddisfazione, ma non mi sono fatto illusioni sulla possibilità che esso fosse dovuto al mio fascino di attempato improbabile seduttore. Si trattava evidentemente di un omaggio a qualche imprevisto, apprezzato comportamento del notaio rogante.
La seduta era consistita nella stipulazione di due distinti atti di vendita di altrpttanti "lanct; alitn" n pmplli nal rnrtilp Ai ,in mptIpelmn etahila latti alla
contemporanea presenza di entrambe le coppie di coniugi acquirenti in quanto condominiamici reciprocamente senza segreti.
Orbene, mi sono chiesto, cos'avevo detto o fatto nell'occasione per meritare tanto inatteso e convinto elogio? Sono andato così ripensando alla circostanza di quel mio pregresso operato e mi sono reso conto che, in effetti, il mio approccio alla sacrale funzione del rogito non è forse così solenne come può attendersi un pubblico medio avvezzo a un'immagine tradizionalmente severa del notaio.
Va detto che il rappresentante della società venditrice era una vecchia conoscenza, un personaggio di indole cordiale e ciarliera e con lui si erano brevemente rievocati con mutuo divertimento figure ed episodi di un passato comune. E anche gli acquirenti si erano subito rivelati persone civili, acculturate, disponibili a conversare distesamente del più e del meno. Ma poi anche la natura degli atti stessi aveva fornito lo spunto a talune divagazioni facete.
Un acquirente (non il marito della mia estimatrice, l'altro) aveva avuto la ventura, comune a tanti concittadini, di vedersi modificato il codice fiscale in seguito all'inopinato rinvenimento, nei meandri del labirinto anagrafico, di un secondo nome di battesimo per l'innanzi ignorato. Poiché se ne mostrava, non del tutto irragionevolmente, preoccupato (ad esempio quanto alla sorte di un altro acquisto immobiliare effettuato con il diverso codice precedente), avevo cercato di confortarlo invitandolo, in base a semiserie considerazioni filosofiche e con corredo di appropriate citazioni letterarie, a non mettere in dubbio la propria identità, cosa tanto più solida dei capricci della burocrazia.
Avevo poi celiato come è (confesso) mio costume:
a) sulle ammonizioni rivolte al venditore, ben due (per costruzione ante 1967 e per dichiarazione del reddito fondiario), tali pertanto da giustificare, nell'ottica e nel lessico degli spiritosi calciofili, la battutaccia su cartellino rosso ed espulsione;
b) sempre in tema di regolarità edilizia, sulla possibilità di perpetrare abusi su un posto auto scoperto, magari attraverso qualche indebito sistema di pavimentazione;
c) sulla omessa lettura dell'allegato costituito dalla planimetria catastale, nella quale da leggere, non c'è invero molto, ma qualche pur laconica dicitura c'è, per cui io sostengo, da irriducibile pignolo, che la menzione corrispondente si impone;
d) sulla norma di legge che prescrive le firme delle parti "col nome e cognome" e sulle sanzioni derivanti al notaio dalla violazione di essa a mente degli artt. 137 e 138 L.N., risibili in prima battuta (ammenda da L. 400 a L. 3.200), terrificanti in caso di recidiva (sospensione da uno a sei mesi!);
e) sulla comunicazione di cessione ai sensi della normativa cosiddetta "antiterrorismo", in relazione alla indubbia scomodità di indire riunioni sediziose, cospirare efficacemente contro l'ordine costituito, fabbricare ordigni esplosivi all'interno di una unità immobiliare costituita da un lembo di cortile a cielo aperto.
Insomma, se non proprio grasse risate, ripetuti motivi di ilare sorriso avevano punteggiato una seduta i cui "agenda", a prima vista, non sembravano trascendere l'occasione di una beneducata se pur strumentale noia. E la cosa, evidentemente, aveva provocato piacevole sorpresa.
Ma avevo forse esagerato in facezie, a spese soprattutto del legislatore, avevo dato di me l'impressione di un irresponsabile, ancorché divertente burlone? Mi sono trovato così a riflettere, in generale, su quale debba essere il corretto atteggiamento del notaio nei confronti dei suoi interlocutori (le "parti") dal momento in cui prende a indagarne la volontà a quello in cui dà finalmente lettura dell'atto pubblico. Occorre che il Notaio appaia "serio", a sottolineare l'importanza del suo compito e delle materie che viene chiamato a trattare, ad ammonire (giustappunto) i suoi avventori a "contarla giusta"? Deve il notaio, in una parola, "incutere"? (E' il sommo teatrante Paolo Poli che si compiace di usare il verbo come se fosse intransitivo. Accusò me, anni addietro, quando fui per un po' l'editore dei suoi copioni, di "incutere" per via di un cappello eccessivamente importante, quasi intimidatorio).
Che il notaio debba essere, in ogni fase della sua attività, serio nel senso di responsabile, affidabile, scrupoloso, retto, onesto e quant'altro impone l'etica professionale, non può esservi dubbio. Ma che il termine debba estendersi fino a sinonimo di severo, austero, grave, addirittura burbero, non risulta da alcun precetto espresso, né sembra ricavarsi in via interpretativa da altri principi più o meno generali. E nemmeno il codice deontologico, in effetti, detta norme comportamentali al riguardo. Salvo che una tendenza smodata agli effetti comici induca qualcuno di noi a pubbliche manifestazioni di sbracata buffoneria tanto imbarazzanti da compromettere la nostra personale dignità o il decoro e il prestigio della classe notarile. Possiamo quindi ritenerci passabilmente liberi di esercitare il nostro "ministero" senza inalberare un ufficiale cipiglio, senza fare per forza "la faccia feroce", senza reprimere il nostro eventuale senso dell'umorismo, anzi facendone un uso giudizioso al fine di sdrammatizzare situazioni talvolta fin troppo meste, cupe o imbalsamate.
Ciò posto, volendo esagerare, si è tentati di redigere una specie di manuale dell'allegro notaio, un vademecum per colleghi aspiranti intrattenitori, che non sia naturalmente un mero prontuario di barzellette.
Sarà lecito pertanto, nel caso del tutto probabile che i clienti, come è ormai diffusissima pessima abitudine, si presentino in ritardo già al primo appuntamento, accoglierli, citando l'immortale Totò alle prese con i ritardatari a teatro, con enfatiche professioni di preoccupata sollecitudine, tipo: "Eravamo in pensiero! Aspettavamo solo voi!"
Poi, avviato il colloquio, che avrà quasi certamente ad oggetto uno scriteriato programma di prematura autospoliazione patrimoniale a beneficio dei futuri eredi nell'intento di eludere le imposte di successione, potremo stupire i candidati nullatenenti consigliandoli energicamente di tenersi caro il loro patrimonio e di goderselo preferibilmente in vita. Spiritosaggine questa che, se conosco i soggetti, non verrà per nulla apprezzata o, al massimo, verrà accolta come una innocua battuta ovviamente non conforme (mancherebbe altro!) all'effettivo pensiero di chi l'ha pronunciata. Un supino, acritico rispetto del denaro è il meno che ci si aspetta da un privilegiato esponente della nostra corporazione. Personalmente, il mio rispetto del denaro altrui si dirige piuttosto verso la borsa del non ricco acquirente di un alloggio, dal quale mi toccherebbe esigere una dichiarazione di prezzo almeno compatibile con l'importo del mutuo che va contestualmente a ricevere, con conseguente anche notevole aggravio degli oneri a suo carico, in un momento per lui già evidentemente difficile. Ma
questo è un argomento sul quale non è forse il caso di fare dello spirito. Occasioni di commento ironico potranno essere offerte anche in sede di verbalizzazione di assemblee:
a) dalla constatazione del potere assoluto, dittatoriale di un unico intervenuto, rappresentante per delega dei soci, il quale si riunisce monocratica-mente in assemblea, designa all'unanimità se stesso a presiedere la riunione, provvede alla trattazione dell'ordine del giorno formulando a nome degli assenti amministratori le proposte del caso, delibera in senso entusiasticamente favorevole sulle stesse, sottoscrive il verbale (non prima di essersi delegato ad apportarvi le eventuali modifiche richieste ín sede dí omologazione) e congeda il notaio accompagnandolo personalmente alla porta;
b) dall'immancabile, rituale presenza della delega stessa di cui sopra, conferita ad amministratori, sindaci e, talvolta, ad altri individui ancora, anche con riguardo alle deliberazioni più innocenti e meno suscettibili di controversia, quali il trasferimento dell'indirizzo della sede legale;
c) dalla ricorrente delusione dei soci o loro rappresentanti, che si aspettano a penna sguainata di essere richiesti di firmare a loro volta il verbale e la cui frustrazione va alleviata con la formale assicurazione che il loro contributo al successo della cerimonia, ancorché soltanto orale o addirittura tacito, è stato di fondamentale importanza e di inestimabile valore (il che, fra l'altro, è la pura verità).
Nel corso della lettura dei contratti di mutuo, invece, funzionerà immancabilmente come gradito alleggerimento della tensione, quando ci si imbatte nel solito metodo di ammortamento detto "alla francese", insinuare maliziosamente che l'espressione sembra suggerire alcunché di piccante.
Consiglierei i colleghi, per ragioni facilmente intuibili, di astenersi da interventi di tipo umoristico nelle pratiche di successione, anche se certi testamenti possono suscitare, soprattutto a causa del linguaggio impiegato, involontaria ilarità.
Scherzose malignità potranno essere tollerate con riguardo a convenzioni matrimoniali, stando però bene attenti a non cadere nei vieti luoghi comuni, nelle banalità, nei lazzi a buon mercato di tutta una logora tradizione su una presunta, sempiterna guerra dei sessi. Io, in presenza di coppie di coniugi, faccio frequenti professioni di femminismo, esaltando il ruolo eroico della casalinga e contestando il pregiudizio maschilista che vuole il nome della moglie obbligatoriamente preceduto da quello del marito nella comparsa e nel corpo dell'atto e nell'ordine stesso delle sottoscrizioni.
Sarà per questo che risulto popolare presso le signore. Infatti, quando questo pezzo era stato in gran parte composto, è successo che un'altra di loro (anziana, compitissima, dal melodioso accento piemontese) mi abbia gratificato, del tutto spontaneamente, dell'attributo di "simpatico", non però in quanto mattacchione. Anzi, la premessa stava nel rilievo che io incarnerei il personaggio classico del notaio: attento, preciso, chiaro, compreso della mia funzione. A questo punto, anche se non capisco più niente, potrei concludere che (serio o faceto) sono davvero irresistibile. Ma le mie più affezionate collaboratrici mi invitano a non montarmi la testa.
NOVEMBRE 1999
La recente stagione (per fortuna conclusa) delle assegnazioni e cessioni agevolate di beni ai soci di società ha riproposto alla turbata attenzione del notariato un fenomeno ricorrente nel nostro ordinamento. Quello del proliferare di regimi fiscali agevolati transitori, per lo più in funzione di labili requisiti soggettivi e nebulose circostanze oggettive, ancorché ispirati da precisi obiettivi di natura tributaria o, più in generale, economica. Obiettivi tutti riconducibili alla comune nozione, ormai popolarissima, definita dal poco elegante neologismo "rottamazione". Non solo di autoveicoli e di licenze di commercio, cui il termine è stato ufficialmente riferito nel gergo dei media, ma anche di società di comodo, di abusi edilizi, di illeciti valutari, di assetti patrimoniali in genere e d'altro ancora. Il tutto a seconda delle stagioni, degli umori, delle voghe legislative, delle ragioni politiche che inducono ad accordare interessati favori a questa o quella categoria di soggetti.
Provvedimenti del genere agiscono sulla psicologia del pubblico con la virulenza febbrile dei cosiddetti saldi, delle vendite promozionali, delle offerte speciali, eccitando la fantasia non solo dei profani, ma anche degli addetti ai lavori. Come chi ritenesse obbligatorio l'acquisto di un bene totalmente inutile solo perché ottenibile con lo sconto, ecco privati, imprenditori e consulenti scatenarsi nella corsa all'agevolazione per l'agevolazione, attraverso procedure che, indipendentemente dal trattamento tributario, hanno comunque un costo e che verranno magari ripercorse in senso puntualmente inverso non appena la chimera di un nuovo, opposto beneficio fiscale lo suggerirà.
E tutto, naturalmente, come sempre in questi casi, andrà fatto in un clima di isteria collettiva all'ultimo momento, con l'incubo della scadenza, avendo dissipato quasi per intero i tempi utili in colpevole inerzia, oppure nella ostinata speranza di una proroga, ovvero ancora nell'attesa che oracoli ultraterreni e taumaturgiche circolari esplicative facciano luce nelle tenebre normative e cerebrali. Si finisce quindi per operare all'insegna del disordine, dell'approssimazione, dell'abdicazione ad ogni parvenza di dignità formale. Salvo vedere affossate in extremis certe operazioni (magari le più attentamente meditate e istruite) per il tardivo venir meno della convinzione di una loro effettiva convenienza, per meschini contrasti e reci
proci dispetti fra gli interessati o per qualche altra ragione ancora più pittoresca.
Come quando, nel periodo transitorio di applicazione della (allora) nuova disciplina del diritto di famiglia, un astuto commercialista di mia conoscenza allestì (in effetti fece allestire a me) la messa in comunione convenzionale, agevolata, dì certe ville che, in seno a due coppie di coniugi, erano state a suo tempo intestate alle sole mogli. Comparsi i soggetti, alquanto ignari, avanti a me e illustrata loro la fantastica convenienza della manovra (trasferire valori di centinaia di milioni in esenzione di imposta di registro!) esplose la reazione, fra indignata e divertita, dei mariti. I quali, da sposi munifici e da imprenditori esposti, sia pure teoricamente, a qualche rischio patrimoniale, comunicarono rumorosamente a notaio e fiscalista la loro irremovibile persuasione che le ville stessero benissimo in capo alle rispettive consorti. E ciò con una spesa addirittura inferiore a quella del trasferimento agevolato, in quanto equivalente a zero. Un po' secondo la logica di quel personaggio di nonno interpretato in una pubblicità televisiva dall'impareggiabile Gianrico Tedeschi, quando proclama con simpatica improntitudine che, se il formaggio è finito (sbafato da lui e dal nipotino), meglio, così è ancora più leggero.
Un'altra volta, ma sempre in occasione di qualcuna delle periodiche riapparizioni delle agevolazioni in tema di scioglimento delle società di comodo, le assegnazioni di certi terreni furono impedite all'ultimo istante dal mancato tempestivo rilascio (ineluttabile conseguenza della mancata tempestiva richiesta) dei certificati di destinazione urbanistica. C'è stato il rischio che gli stessi terreni, rimasti da allora in proprietà alle rispettive agonizzanti società, dovessero formare oggetto di assegnazione in occasione di quest'ultima tornata di beneficenza legislativa, ma l'ha escluso (questa volta per tempo) l'onesto scetticismo del fiscalista di fiducia sulla bontà dell'operazione. Talchè, se non vado in pensione prima e se i clienti mi restano fedeli, ne sentirò parlare ancora, tornerò a provare lo stesso senso di molesta agnizione che coglie il buongustaio di fronte alla proverbiale minestra troppe volte riscaldata.
Al di là della accennata importunità, comune a tutti i provvedimenti del genere in quanto di tenore oscuro, di affannosa applicazione in tempi ristretti e di fastidiosa popolarità presso il pubblico, la poco compianta disposizione dì cui all'art.13 della Legge 18.2.1999, n.28, modificativo dell'art. 29 della Legge 27.12.1997, n. 449, rivestiva un altro aspetto di singolare antipatia. Da vile manovra fiscale, pareva avere la presunzione di sovverti
re ben più sostanziali principi civilistici. Per non parlare della sanatoria, in essa contenuta, delle operazíoní compiute nel periodo di vacatio legis intercorrente tra la decadenza della disposizione precedente e il trionfale, attesissimo avvento di quella nuova. A premiare l'insipienza o l'irresponsabilità di chi avesse davvero posto in essere operazioni del genere nella totale assenza di un provvedimento legislativo che le prevedesse, anche se un rinnovo era stato autorevolmente "promesso". Sarebbe stato poi lecito dubitare della disponibilità degli uffici del registro competenti ad accordare agevolazioni disposte da una leggezombi, "morta vivente" (ma tale definibile solo a posteriori) al pari dei Nosferatu e dei Dracula del cinema e della letteratura di vampiri.
Esaurite le premesse recriminazioni, restiamo in ambito di fisco e, pertanto, di lagnanze ulteriori. E' possibile che il testo di una mia precedente "Finestra" in tema di distruzione di beni obsoleti e/o inservibili (anche questa una "rottamazione", e in senso non figurato) sia pervenuto all'attenzione dei comandi della Guardia di Finanza? In quel pezzo, in base alla mia personale esperienza in diversi mesi di vigore del relativo provvedimento legislativo, facevo semplicisticamente e inesattamente intendere che la competenza a verbalizzare gli sfracelli in questione fosse in pratica attribuita in via esclusiva ai notai. Ciò in quanto non era mai capitato (a me) che alcun rappresentante delle benemerite Fiamme Gialle si fosse mai presentato, ancorché debitamente convocato, sui luoghi delle previste ecatombi. Viceversa, qualche tempo dopo, sia pure in località diversa da quelle delle mie precedenti uscite e quindi di competenza territoriale di altro comando, sono stato preceduto all'arrivo, e pertanto automaticamente esautorato, da due compiti Marescialli intervenuti con appropriato corredo di computer portatile (rivelatosi in seguito incompatibile con le stampanti presenti sul posto, ma questo è un altro discorso). Ovviamente, il rappresentante della società interessata si è premurato di informarsi presso i militari se si potessero in futuro conoscere in anticipo le loro intenzioni quanto ad eventuali prossimi accessi, allo scopo di evitare al notaio non necessarie trasferte da retribuire comunque lautamente. La risposta, testuale, è stata: "Eh, no! Noi giochiamo sull'effetto sorpresa."
Avrà forse voluto il sottufficiale insinuare che quando non vengono "loro" non viene neanche il notaio, il quale redige poi a domicilio un verbale compiacentemente infedele? E se, viceversa, il notaio, sempre lautamente retribuito, quando loro non ci sono si presenta invero in luogo, ma redige un verbale ancor più compiacentemente infedele, così consentendo alla
società cliente di vendersi in nero l'intero carico di un TIR colmo di mercanzia pregiata? In altre parole, vogliono per forza vedere in faccia il notaio solo nel momento stesso in cui ne rendono inutile la venuta, salvo fidarsi forzatamente dell'operato di lui in loro assenza? Appare inspiegabile questo modo di praticare una cultura del sospetto che, se perseguita coerentemente , postulerebbe la necessaria partecipazione della polizia tributaria ad ogni solenne cerimonia devastatrice. Ma tant'è, accontentiamoci di questa fiducia a corrente alternata che l'ordinamento e i tutori di esso graziosamente ci tributano.
Ancora fisco. E' evidentemente il giorno delle doglianze, e da parte di uno che ha sempre deplorato i piagnistei del contribuente medio e bollato l'uso del volgare termine "stangata" invariabilmente impiegato per definire qualunque iniziativa dell'amministrazione finanziaria.
Ma sentite questa. L'ineffabile tenutario di una conservatoria del Sud notifica, anche a me notaio (come se, a parte tutto il resto, potesse trattarsi di imposta principale), a quattro anni di distanza dall'iscrizione, l'ingiunzione di pagamento di una imposta ipotecaria riliquidata in quanto l'operazione non godrebbe del trattamento di cui al D.P.R. n. 601/1973. Si tratta di un finanziamento industriale di durata decennale concesso dalla Banca Nazionale del Lavoro. E allora cosa c'è che non va? C'è, udite udite, che in un articolo del capitolato allegato al contratto si dice che il finanziamento potrà essere rimborsato anticipatamente "decorsi almeno 18 mesi dall'erogazione a saldo", mentre l'art. 15 del D.P.R. 601 dice testualmente che "si considerano a medio e lungo termine le operazioni la cui durata contrattuale sia stabilita in più di 18 mesi". D'accordo che "almeno" sembra significare soltanto "come minimo", ma è anche vero che, per l'inesorabile continuità con la quale il tempo scorre, nel momento stesso in cui scocca il termine di un diciottesimo mese ne comincia subito un altro. Questo per la linguistica e per la cronologia.
Tuttavia, non è chi non veda che il problema sarebbe semmai un altro, ma non esiste, se non nella mente malata di uno che ha letto troppi libri gialli. Non risulta infatti e non può risultare all'intransigente servitore dello Stato che il finanziamento sia stato effettivamente rimborsato, quale che fosse il tenore letterale della clausola, prima del decorso dei regolamentari diciotto mesi e un minuto dalla erogazione. Vero è che ci sono voluti ben quattro anni perché l'attento lettore di capitolati pervenisse a rilevare che la BNL fa, secondo lui, un uso maldestro degli avverbi nei suoi testi contrattuali. Dopo
di che, però, ne ha tratto la conclusione frettolosa che ci dev'essere per forza del marcio in via Vittorio Veneto (quella stessa che i romani chiamano familiarmente via Veneto, come se Vittorio fosse un nome proprio). A questo punto, invece di accertare se per caso il finanziamento fosse stato davvero indebitamente restituito prima del termine, non ne ha dubitato un istante, ha rotto ogni pusillanime indugio e ha deciso di colpire.
NOVEMBRE 2000
Si sa che in Italia siamo tutti dottori. Un minimo di aspetto, attitudine, foggia di abbigliamento del genere cosiddetto "borghese" merita invariabilmente presso il custode del parcheggio l'attribuzione proverbiale, ormai quasi canzonatoria del fungibile titolo accademico. Semplificando, si diceva una volta che esso spetta di diritto a chi indossa giacca e cravatta. Oggi basta anche meno, se perfino statisti e rettori di università circolano in golfino e maglietta. L'occhio addestrato del posteggiatore sa valutare anche la qualità delle magliette.
Io, quando (un bel po' di tempo fa) sbarcai in una notte d'inverno, buia ma non tempestosa, alla stazione ferroviaria di Benevento, diretto a prendere possesso della mia prima sede notarile, sita in quel remoto distretto, fui subito accolto dal cordiale invito: "Motoretta, dottò?" Era l'offerta di un taxi ingegnosamente ricavato da un furgone Ape della casa Piaggio, economico ritrovato tipico di una società in via di sviluppo. Appare perciò singolare che il medesimo mezzo venga adibito a trasporto di persone anche dai facoltosi residenti del Monte di Portofino in quanto unico veicolo a motore consentito in quell'eden esclusivo.
La ridicola consuetudine di premettere l'universale titolo di dottore ai nostri nome e cognome su carte intestate, biglietti da visita e messaggi fax, che usiamo anche per prenotare alberghi e ristoranti, ordinare libri e altre mercanzie, produce il massimo dell'imbarazzo quando, come capita non solo a me, si ha a che fare con interlocutori di paesi anglosassoni. Da costoro, presso i quali ci siamo fatti precedere da quelle incaute presentazioni cartacee, ci sentiamo apostrofare con il titolo di "doctor", che, come è noto, si riserva in quei paesi esclusivamente ai medici. Questi, del resto, anche da noi sono i "dottori" per antonomasia. Per cui, di fronte al concierge, al maitre d'hotel, al libraio, all'antiquario, al calzolaio, all'impiegato di banca di Londra o di New York, finiamo per sentirci nei panni del millantatore, di colui che goffamente tenta di praticare l'esercizio abusivo della medicina. A me è capitato spesso di immaginare, con ovvio terrore, di trovarmi sulla scena di un improvviso malore di qualche sconosciuto e di vedermi additato a sproposito come il provvidenziale specialista presente in luogo, in grado di salvare una vita umana. Qualcosa del genere è quasi successo, una volta, sia pure in un contesto del tutto differente. Stavamo a
prendere il sole, alla Presolana, ai bordi di un campetto di sci, quando la mamma di un bimbo stramazzato a terra e ivi rimasto inanimato levò alta l'invocazione disperata di un dottore. Un mio amico (di professione assicuratore, privo di laurea ma non di uno spietato senso dell'umorismo) gridò di rimando: "Ce n'è qui uno, ma in legge!" Il macabro aneddoto può ben essere raccontato poiché il bambino, in realtà, non si era fatto nulla.
I taxisti londinesi, se vogliono compiacere il loro cliente con un appellativo diverso dal semplice, peraltro assai formale "sir", usano scherzosamente l'espressione "guv", abbreviazione di "guv'nor", a sua volta corruzione dialettale di "governor", ossia, letteralmente, "governatore". È in pratica la stessa cosa del nostro "capo", ciononostante provoca nel sottoscritto ingenua, divertita soddisfazione.
Fra tutti coloro che più o meno indegnamente si fregiano del titolo di dottore, dunque, ci siamo anche noi notai. Che però, a differenza dei commercialisti, dei chimici e di altre categorie di laureati o non laureati, disponiamo anche di un appellativo di carattere tecnico, che descrive con precisione la nostra qualifica professionale, il nostro mestiere. Altrettanto se la cavano, con gli avvocati e gli ingegneri, i magistrati, ai quali si può dire rispettosamente "signor giudice" e, quand'anche passasse la discutibile proposta di una separazione delle carriere all'interno dell'ordine giudiziario, si potrà dire "signor procuratore" come nei film "legali" di Hollywood.
I nostri confratelli francesi condividono con gli avvocati loro conterranei l'elegante titolo di "maître", una via di mezzo fra l'augusto "maestro" dovuto a pensatori, artisti e musicisti insigni e il meno pretenzioso "mastro" che si addice piuttosto agli artigiani e che, impiegato in tal senso, si ritrova in tanta letteratura, da Verga a Collodi. Dirò che a me "mastro" non dispiacerebbe affatto come riconoscimento della certosina, minuziosa specializzazione del nostro operare.
La madre di un mio amico d'infanzia usava, ritenendolo evidentemente appropriato, rivolgersi a qualsiasi fornitore con l'appellativo corrispondente all'attività da lui esercitata: "Buongiorno erbivendolo", "Arrivederla, elettricista".
A me, invece, mica tutti mi chiamano notaio. Lo fa un ex assessore comunale che, però, siccome mi dà del tu (anche se non fui mai un elettore del suo partito), usa il termine alla stregua di un nomignolo, come se si rivolgesse a un gangster o a un campione di biliardo che fosse per qualche ragione soprannominato "il notaio".
Mi chiamano notaio o notaro i più attenti e ossequiosi fra i miei clienti, for
se a premiare la mia professionalità, forse ad ammonirmi perché la eserciti, a loro beneficio, nel modo più idoneo. Nessuno mi dà mai del "magnifico", spropositato omaggio tributato (secondo insistenti dicerie) ai colleghi meridionali.
Delle mie impiegate mi dice notaio solo la più giovane, ultima assunta con mansioni di centralinista, quasi a richiamarmi alle mie responsabilità istituzionali quando mi annuncia minacciosa: "Ho al telefono l'ing. Barlafusi; vuole parlargli?" Ma tanti altri usano di preferenza quale vocativo il più generico "dottore", con ciò precipitandomi in quella moltitudine indifferenziata di colletti bianchi dediti a qualsiasi tipo di attività non manuale, sperabilmente lecita. Così, mi danno del dottore il portinaio di casa, i lavoranti del sarto e del parrucchiere (con entrambi i titolari sono invece in rapporto di amicizia), numerosi bottegai per i quali sono soprattutto o soltanto il distinto marito di mia moglie. Il portinaio dello stabile in cui ho l'ufficio suole, del tutto correttamente, anteporre al mio cognome il sobrio "signor". Capita invece assai spesso che sia detto "notaio" qualcuno che notaio non è, ma che col notariato ha connessioni più o meno consistenti, più o meno labili. Si fanno volentieri scambiare per notai, giocando sull'equivoco, ausiliari di notaio che tali non sono. Così come si dà del notaio, per pigrizia o per approssimazione, a notai mancati, notai futuri, notai virtuali o immaginari.
Le cronache delle recenti Olimpiadi di Sydney riferivano di un valoroso atleta italiano, non ricordo di quale specialità, detto "il notaio" in quanto, non pago del titolo di avvocato da lui già conseguito, farebbe pratica notarile presso una zia o altro congiunto.
Ma ciò capita anche con riguardo a titoli professionali diversi, spesso per mera piaggeria. Infatti, un deferente parrucchiere dal quale mi servivo in gioventù mi dava dell'avvocato fin da quando frequentavo il terzo anno di legge. E mi piacerebbe sapere se l'avvocato più famoso d'Italia ("l'Avvocato"), che non dubito abbia davvero conseguito la laurea in giurisprudenza, abbia poi mai sostenuto, data la diversa carriera cui era destinato, l'esame di procuratore.
Un interessante esempio storico del costume accennato, con specifico riguardo a un "notaio" non tale, ricorre in guisa di comico tormentone nel diario di lavorazione di un antico film di Michelangelo Antonioni, Il Deserto Rosso, redatto dall'aiuto regista Flavio Nicolini e inserito in un volume, a quel film dedicato, della collana "Dal soggetto al film" dell'editore Cappelli.
Occorre premettere che, anche conclusa la stagione del cinema cosiddetto neorealista, andò a lungo perdurando il vezzo dei cineasti nostrani di utilizzare quali interpreti personaggi "presi dalla vita reale". Ma se l'autentico operaio che interpretava il disoccupato di Ladri di Biciclette resta un'icona esemplare e indimenticabile, non si capisce perché l'enigmatico Antonioni si incaponisse nel 1963 a cercare (per un film, si noti, interpretato nelle parti principali da divi come Richard Harris e Monica Vitti) il soggetto cui affidare il ruolo minore di direttore di una raffineria non già tra gli attori di cinema o di teatro, bensì fra gli iscritti a un qualche albo professionale.
Ma lasciamo parlare, patetico, il suddetto diario di lavorazione: "11 novembre 1963
Manca ancora l'attore che farà Ugo.
Le trattative con G., l'ingegnere triestino che ha fatto il provino non vanno come dovrebbero... È quasi un mese che l'ingegnere non sa decidere. La paura del licenziamento dalla fabbrica dove lavora...
La situazione è abbastanza grave...
Abbiamo fatto un provino a Bologna a un architetto. Non va. Ci hanno segnalato un notaio, il signor C.C. Forse un annuncio sul giornale risolverebbe il problema".
Poi invece il problema si risolve senza il ricorso a costose inserzioni sulla stampa.
"13 novembre 1963
Si farà il provino per il ruolo di Ugo: il notaio venuto da Milano... Non è ingegnere come il precedente candidato... (sic)
Viaggia in Jaguar anziché in Volkswagen. Ha l'aria un po' consumata, snob. Ha trent'anni, i capelli lunghi fino al colletto della camicia...
Nel complesso si muove come un militare stanco sceso da poco da cavallo...
Cantilena milanese..."
"16 novembre 1963
Proiettato il provino. Risultato ottimo. Antonioni è contento. Dimentichiamo l'ingegnere triestino."
Non può non far piacere, da un punto di vista biecamente corporativo, veder riconosciuta, anche da gente di cinema, la superiorità dei notai di Milano sugli ingegneri di Trieste e sugli architetti di Bologna. La supremazia, implicitamente enunciata, della Jaguar sulla Volkswagen, invece, non ci riguarda direttamente, anche se appare a prima vista condivisibile. Ma attenti alla nemesi storica per la quale prosaiche case automobilistiche tede
sche finiscono talvolta per impadronirsi di blasonate imprese britanniche. Quanto al "notaio" C.C., invero discendente di una dinastia di notai milanesi e avviato a suo tempo al relativo apprendistato, non è diventato notaio e non ha girato altri film. Della sua diligente partecipazione, nel ruolo forse non congeniale di un ingegnere, a Il Deserto Rosso non è traccia nelle storie del cinema, ma neppure, in genere, nelle recensioni dei critici contemporanei, troppo occupati a parlar male del film (in effetti non uno dei più felici del suo autore) e degli interpreti principali. Fa eccezione una fugace menzione del nome e cognome, scevra di giudizi, sul New York Times del 9 febbraio 1965, a firma dell'autorevole Bosley Crowther. E nemmeno il tribolato Flavio Nicolini, dopo tanti angosciosi provini, risulta avere mai firmato in proprio una regia cinematografica.
P.S. Queste fatue note sono affettuosamente dedicate all'amica e collega Lavinia Vacca, la quale mi ha rivolto, in un messaggio fax di magistrale fattura, una severa reprimenda per aver troppo a lungo latitato da questa rubrica, accompagnando tuttavia la rampogna con espressioni di apprezzamento a dir poco imbarazzanti. Ma la rubrica stessa si giova abbastanza frequentemente dei di lei garbati e spiritosi contributi e non è pertanto così derelitta come essa sostiene. Poi va detto che la Finestra ha vocazione umoristica, bonariamente satirica. E forse non sempre si ha voglia di ridere, sia pure per castigare riprovevoli altrui costumi. Oppure, se vogliamo essere generosi, non sempre è dato avvertire epifanie significative di costumi notarili da castigare ridendo.
MARZO 2001
Questo sarà l'anno dell'euro. L'ha proclamato Milli Carlucci sfidando, spavalda ed elegantemente imbacuccata, i rigori della notte di San Silvestro da una sua postazione televisiva all'aperto. E lo sarà in particolare per noi notai, chiamati a convertire nella nuova, allogena valuta i capitali delle società. Ma anche, con tutte le altre categorie di operatori economici, dai banchieri agli ambulanti, a traghettare nell'idioma numerario prossimo venturo prezzi, tariffe, buste paga, imposte, rendite catastali, emolumenti e onorari nostri ed altrui.
Poco soccorrerà la memoria storica di analoghi episodi pregressi di cui qualcuno di noi può avere avuto esperienza: l'avvento, ormai remotissimo, del franco (francese) "pesante", la decimalizzazione all'interno della sterlina britannica, con la eliminazione dello scellino e della mezza corona. Si è trattato in quei casi di conversioni estremamente semplici, anche se un altro testimonial dell'euro, Paolo Villaggio, insinua che talune vecchiette del Regno Unito siano state da quella rivoluzione indotte al suicidio. La stessa scomparsa, per effetto di un fenomeno di progressiva inflazione, dei centesimi e dei multipli di lire inferiori a cinquanta non ha comportato problemi di ricalcolo bensì, al massimo, malinconiche riflessioni su tempi andati ritenuti, probabilmente a torto, più felici.
Adesso, invece, i centesimi ritornano, trionfanti e implacabili, a complicarsi la vita, molesti ma irrinunciabili, se non vogliamo che l'unità minima di costo di qualsiasi articolo in commercio si attesti sulle duemila lire attuali.
Certo, questo debuttante euro ci appare come una moneta virtuale, artificiale come è artificiale (e in pratica inesistente) l'Esperanto fra le lingue. Vengono alla mente in proposito monete immaginarie della finzione narrativa. Come quei "gofalaar" in vigore nel disneyano "Paese dei Califfi" in cui si trova a capitare Topolino in una classica, memorabile storia a fumetti degli Anni Trenta. Dove il parcheggio abusivo di un'aeronave (una sorta di dirigibile ribattezzato dai locali "cammello volante") infilzatasi in fase di atterraggio sulla guglia di un minareto è sanzionato da una multa di 100.000, appunto, gofalaar. Al che il nostro eroe esclama disperato al cospetto di una severa giuria mediorientale: "Non possiederò mai una somma simile!" Salvo appurare, dopo aver sciorinato sul banco i suoi pochi spic
cioli in valuta americana, che, al cambio, 100.000 gofalaar equivalgono a 30 centesimi di dollaro.
Ma l'euro è forse moneta immaginaria, ideale, "politica" in senso assai più nobile e tecnico, secondo teorie enunciate in testi scientifici intorno alle dottrine economiche. Ad esempio il Le Blanc, autorevole storico secentesco di vicende monetarie, definisce immaginarie quelle monete "che a ben guardare sono soltanto denominazioni collettive che comprendono sotto di sé un certo numero di monete reali". C'è poi la definizione del monetarista settecentesco Pompeo Neri, che identifica la lira immaginaria "con il quoziente o prodotto della divisione o moltiplicazione delle monete effettivamente esistenti e correnti per un dato numero". Quale migliore definizione dell'euro, quanto meno allo stato suo attuale di pura idea, di effetto della nostra immaginazione, poiché non è stata in realtà mai coniata? Pare in effetti che gli esperimenti di stampa e conio e, addirittura, di falsificazione di banconote e monete europee siano ormai un fatto compiuto, ma ciò non toglie che, ad oggi, nessuno di noi può estrarre da una tasca o da un portafogli contanti di euro da spendere allegramente al bar, al ristorante o al supermercato.
La verità è che sono immaginarie tutte le monete che non siano d'oro o d'argento. E quindi anche l'euro che, per il momento, è solo una unità "di conto": può essere variamente negoziato, le banche possono ingordamente soddisfarvisi delle loro commissioni e dei loro interessi, ma non può, essendo inesistente come oggetto cartaceo o metallico, essere introdotto in un distributore automatico, cadere quale obolo nella ciotola dell'accattone, offrirsi concretamente al culto feticistico dell'avaro. Paperon dei Paperoni, come è noto, si tuffa e sguazza nel suo serbatoio di autentico denaro, mica si eccita alla lettura di asettici estratti conto bancari.
Sulla "Teoria della moneta immaginaria nel tempo da Carlomagno alla rivoluzione francese" ha scritto un saggio erudito e brillante al tempo stesso il grande economista Luigi Einaudi, dal quale ha tratto qualche epidermico spunto colui che scrive.
Ma Luigi Einaudi è stato un grande scrittore in assoluto, nonché, al pari dell'attuale inquilino del Quirinale, Governatore della Banca d'Italia e poi Presidente, stimatissimo e rimpianto, della nostra Repubblica. Produceva inoltre pregevoli vini rossi nei suoi poderi in Dogliani (CN) e fa piacere constatare che quelle vigne prosperano tuttora e attingono a vertici documentati di eccellenza grazie alle cure della nipote Paola e di suo marito, che ho il privilegio di conoscere. Al Presidente Einaudi ha dedicato un af
fettuoso ricordo, nella sua prosa irresistibile, Ennio Flaiano, scrittore parimenti assai rimpianto, nel suo "La Solitudine del Satiro" (Rizzoli, 1973). "Molti anni fa... fui invitato a cena al palazzo del Quirinale, da Luigi Einaudi... Poiché il Presidente, nei suoi anni verdi, aveva frequentato una trattoria in via della Croce, la Fiaschetteria Beltramme (che noi ancora frequentiamo), si parlò anche di questa: e dei colleghi di università coi quali vi andava, del proprietario e di altri clienti che egli vi intravedeva: Bruno Barilli, Cardarelli, il pittore Bartoli... Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c'era di tutto... E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po' sorpreso tanta botanica e poi sospirò: 'Io', disse, 'prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c'è nessuno che vuole dividerne una con me?' `Io, Presidente', dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il Presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista... Qui finiscono i miei ricordi sul Presidente Einaudi. Non ebbi più occasione di vederlo, qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l'Italia la repubblica delle pere indivise".
Tornando al nostro meno dilettevole tema, si diceva che toccherà dunque a noi notai proseguire nell'opera, già per tempo iniziata, di verbalizzazione delle assemblee straordinarie che deliberano la conversione del capitale sociale in euro. Non solo, saremo inevitabilmente richiesti di esaminare i verbali delle deliberazioni prese dagli organi amministrativi delle società nostre clienti secondo la previsione del comma 5 dell'art. 17 del D. Lgs. 24 giugno 1988, n. 213 come sostituto con l'art 2, comma 2 del D. Lgs. 15 giugno 1999, n. 206 (come si vede, il richiamo alle fonti normative nel nostro ordinamento si fa sempre più agevole e trasparente). Si tratta della possibilità, munificamente offerta dal legislatore alle società, di risparmiare tempo e denaro sugli oneri notarili, nonché sui costi e sulle formalità di convocazione delle assemblee. Saremo poi altrettanto inevitabilmente richiesti, poiché conosciamo il percorso e frequentiamo già i luoghi, di curare il deposito di quelle deliberazioni presso gli uffici del Registro delle Imprese.
E qui si innesta un'altra grana fra le numerose che già popolano le nostre operose giornate. Non era parso dubbio ai benpensanti (fra i quali senza modestia mi annovero) che l'art. 32 della Legge 24 novembre 2000, n. 340 avesse modificato l'art. 2411 C.C. solo nel senso di sopprimere l'omologa
zione delle deliberazioni dell'assemblea. Si confronti il tenore letterale del primo comma dell'art. 2411 C.C. ante sostituzione ("La deliberazione del-l' assemblea...") e del primo comma sostituito ("Il notaio che ha verbalizzato la deliberazione dell'assemblea...") Perciò mi sono fatto una risata (sic) quando mi è stato riferito che taluni Tribunali periferici lombardi ricusavano sulla base del citato provvedimento di "delegificazione" (foriero di una selvaggia deregulation?) la competenza ad omologare le deliberazioni di conversione del capitale in euro prese da un Consiglio di amministrazione o, più solipsisticamente ("one man show") da un Amministratore Unico. Poi ho smesso di ridere e mi sono anzi rattristato quando analogo orientamento è stato espresso, con apposito provvedimento di rigetto il cui dispositivo è stato diffuso attraverso i canali ufficiali, dal ben più autorevole Tribunale di Milano.
Spiace dissentire dalle convinzioni di giudici dotti, equilibrati e disponibili con i quali si è intrattenuto per decenni (a parte i fisiologici avvicendamenti) un dialogo tanto sereno e costruttivo. Le ben note "interviste del lunedì" documentano appunto gli esiti di quegli incontri sempre leali e proficui. Ma – se è lecito ad un artigiano quale senza modestia mi ritengo –intavolare una disputa quasi scientifica in materia di diritto, come si fa a sostenere che il nuovo art. 2411 C.C. ha abolito il controllo giudiziario preventivo di legittimità anche con riguardo alle disposizioni specialissime (e infatti transitorie) in tema di conversione della lira in euro?
Il Tribunale ritiene che quel controllo "renderebbe più onerosa la procedura di iscrizione di quegli atti che il D. Lgs. n. 213/1998 ha ritenuto meritevoli di semplificazione per la loro automaticità ed obbligatorietà". E lodevolmente aggiunge "che interpretare la nuova normativa nel senso che le delibere di conversione del capitale in euro, in quanto modificative dello statuto, debbano essere verbalizzate da notaio significherebbe abrogare le semplificazioni di legge senza che ne siano venuti meno i presupposti". Ma certo, mancherebbe altro che la pretesa avidità dei notai trovasse un varco in questo groviglio legislativo e giurisprudenziale per accaparrarsi indebitamente altre non previste competenze.
Il risultato, però, nelle parole stesse del Presidente del Tribunale, è che "in questi casi residua... il potere di controllo di legittimità sostanziale del Conservatore del Registro delle Imprese". Ossia, con più minuscole iniziali, dell'addetto allo sportello, il quale, come è costume della categoria (salve le non poche apprezzabili ed apprezzate eccezioni), non perderà l'occasione di manifestare la sua preconcetta ostilità nei confronti dei verbali che
gli saranno sottoposti, anche se redatti con assoluta correttezza. Per cui, in qualche caso, si dovrà tornare a ricorrere, penetrando dalla proverbiale finestra, al Giudice del Registro la cui porta è stata come sopra sbarrata. Per fortuna, dal fatidico annuncio della Carlucci ad oggi (e mentre si mobilitano nuovi testimonia) nelle persone delle spiritose Veronica Pivetti e Angela Finocchiaro), l'anno ha progredito. Mancano dunque pochi mesi alla fine del tormentone, quando la moneta immaginaria entrerà finalmente nelle nostre tasche, per uscirne tosto in fase spendereccia, come si conviene ad ogni moneta corrente.
MARZO 2003
Confesso che mi è capitato, ogni tanto (anche se avrei ben altro da fare), di rileggere il testo di qualche mia Finestra sul cortile. E se una infinita vanità mi ha indotto a compiacermi della felicità espressiva di taluni passi, un non meno smisurato senso critico mi ha fatto dolere alquanto della goffaggine di altri brani meno riusciti. Con la conseguenza di immaginare, in un delirio di presunzione, una ristampa riveduta e corretta di quegli articoli raccolti in un elegante volume stampato su carta a mano, rilegato in marocchino rosso con fregi in oro zecchino, arricchito da una laudatoria prefazione di qualche insigne letterato o giurista amico: Umberto Eco, Giorgio Bocca, Guido Rossi... Il tutto, beninteso, a mie spese. Infatti, anche se posso vantare relazioni numerose e significative nel mondo dell'editoria, non arrivo a illudermi che una tale silloge possa seriamente aspirare alla diffusione commerciale sul mercato librario.
Poi, però, mi rendo conto di quanto vi sia di obsoleto, in quegli scritti d'occasione, a causa del vorticoso mutare delle norme, delle prassi, degli usi e costumi sociali, giuridici o più strettamente notarili. Interi argomenti, temi, istituti da me presi a oggetto di più o meno facete divagazioni rischiano di risultare (anzi, risulterebbero per certo) oscuri o comunque irrilevanti per il nuovo lettore che vi si accosti anche solo a distanza di pochi armi o addirittura di pochi mesi. Per dare conto di fenomeni ormai tramontati sui quali ci si è a suo tempo intrattenuti con spirito di osservazione, di critica, di divertita censura, occorrerebbe un apparato di note non meno ingombrante che futile. E la defunta pregnanza, la spenta attualità delle discipline normative abrogate o stravolte, delle voghe operative da esse indotte, dei connessi episodi di cronaca non potrebbero in ogni caso essere resuscitate efficacemente senza l'immediatezza del commento a caldo, dell'incombenza pressante sui comportamenti nostri e altrui.
Così non resta che passare mestamente in rassegna, in una cerimonia degli addii, come per un requiem laico e privo di commozione, quei resti fossili che, da vivi, tanto ci hanno coinvolti, interessati, oppressi o (più di rado) dilettati.
Addio, dunque, e senza rimpianti, all'imposta già comunale sull'incremento di valore degli immobili, familiarmente INVIM. Vada tranquillamente all'inferno dell'oblio l'astruso balzello che è riuscito a rattristare trent' an
ni della nostra vita (parlo per quelli di noi che già operavano in quel fatidico gennaio del 1973). E pensare che c'erano perfino, sempre fra noi, i primi della classe che inserivano negli atti la notizia, di solito falsa, che "il venditore mi consegna la dichiarazione ai sensi del D.P.R. 26.10.1972 n. 643 per l'inoltro all'Ufficio del Registro". Ma quando mai? Tolti rarissimi costruttori ben organizzati, immobiliaristi di lusso, uffici legali e/o fiscali di grandi società, toccava sempre al povero notaio (o ai poveri suoi ausiliari) compilare la dichiarazione, dopo aver estorto a fatica agli obbligati gli elementi necessari. Ricordate la caccia al certificato di definita valutazione, il febbrile spulciare fra i pacchi di fatture, i calcoli affannosi dei semestri nei quali collocare le spese incrementative prima che comparissero gli appositi programmi software? Per tacere dell'immancabile conseguente contenzioso, al quale, lo ammetto, ho sempre cercato strenuamente di negare il mio contributo personale, facendomi difetto la necessaria pugnacia. E addio all'imposta di successione, ma soprattutto al personaggio, da me spesso evocato con franca antipatia, del cliente mediamente facoltoso impegnato con molesta ostinazione a coinvolgere il notaio in qualche scriteriato programma di autospoliazione precoce allo scopo di evitare ai propri eredi l'onere relativo. Quante volte mi è toccato invitarlo, ma senza esito, a godersi il suo patrimonio in vita, a ritenersi pago di aver fornito ai suoi posteri una buona educazione, un titolo di studio, il sostegno economico per avviarli a un'attività proficua. Se poi, investite in via prioritaria le risorse a disposizione in vini pregiati, viaggi culturali, vacanze di sogno e altri lussi ritenuti leciti dalla legge, dall'etica e dal buon gusto, qualcosa residuasse, se la vedessero a tempo debito i fortunati beneficiari. Come parlare al muro.
Purtroppo adesso c'è, al posto del candidato nullatenente, il fanatico della donazione, la quale, siccome non costa quasi più niente (specie se ha per oggetto una "prima casa"), va fatta per forza, al fine di sfruttare la fantastica sopravvenuta congiuntura. Allo stesso modo di chi ritiene obbligatorio approfittare di qualunque vendita promozionale, saldo, sconto o agevolazione per assicurarsi beni o servizi totalmente inutili. Mai avrei creduto di dovermi fare pressoché quotidiano predicatore dello scomodo verbo contenuto nell'articolo 563 del Codice Civile a scopo di benefica dissuasione (non sempre coronata da successo) da impulsi di dubbia liberalità, forieri soltanto di futuri guai.
Ma torniamo alle esequie dell'imposta di successione e dei rituali da essa occasionati. Addio, salvi i casi di inventario dell'eredità beneficiata, agli
interventi nei sotterranei delle banche per verbalizzare l'apertura delle cassette di sicurezza. Addio quindi all'indiscreto rovistare fra i segreti dei trapassati per descriverne con burocratico rigore i simulacri tangibili: i quantitativi ingenuamente accumulati delle cinquecento lire d'argento, le medaglie rappresentative di premi scolastici, successi sportivi, onorificenze più o meno prestigiose, i gioiellini invariabilmente castigati con sufficienza dal perito estimatore "all'uopo" nominato. Veniva talvolta alla mente, in proposito, il contenuto patetico della cassaforte eponima ("a cascia") di una famosa composizione di Roberto Murolo, maestro venerando e giustamente venerato della canzone napoletana: lettere d'amore, effigi di persone care, fiori appassiti, oggettini portafortuna, magari davvero quel macabro "becco del pappagallo che noi perdemmo nel 'ventitrè." Addio, fra poco (io, per esempio, ho ancora un paio di pratiche da esaurire ai sensi della disciplina previgente), anche agli atti di dilazione del pagamento, appunto, delle imposte di successione. Quelli che si andava a stipulare compunti intorno alla scrivania del direttore dell'ufficio competente, fra le poltrone in finta pelle e la pianta verde in vaso.
Un altro fenomeno passato di moda, non per via di specifici provvedimenti di legge, ma per l'evoluzione delle vicende dell'economia, è il ventaglio di opzioni valutarie che infestavano qualche anno fa i contratti di mutuo, proiettando (cito sempre me stesso) metalmeccanici e casalinghe sulla scena finanziaria internazionale in un turbinio di ECU, dollari e yen.
Addio poi a gran parte delle vidimazioni dei libri sociali, la cui soppressione non incide più di tanto sull'attività dei notai, ma li libera definitivamente dalle pietose richieste di "prenotazione" di numeri di repertorio, per fortuna ormai rarissime (ai giorni nostri) e ovviamente (da sempre!) disattese. Un addio infine, se non proprio commosso almeno più onorevole e rispettoso, all'omologazione degli atti societari, la cui abrogazione è un regalo fatto dal legislatore non tanto ai notai quanto ai loro clienti smaniosi, intolleranti di qualsiasi indugio che freni l'immediata esecutività del loro decisionismo perentorio. Ma l'innovazione, se produce indubbi vantaggi sul piano dei tempi tecnici, può invece indurre alla tentazione di improvvide rilassatezze. Le smanie dei clienti, infatti, vorrebbero talvolta estendersi alla elusione di sacrosanti, ancorché ingrati principi di diritto. E se abbattere a spallate gli ostacoli costituiti da precise norme del Codice Civile in nome di qualche estemporanea convenienza appare problematico, insinuarsi furtivamente fra le maglie degli orientamenti giurisprudenziali può sembrare più praticabile. Di qui il timore, già espresso a suo tempo, che un no
taio corrivo, oltre ad assecondare indebitamente discutibili esigenze altrui, finisca per monopolizzare una clientela per sua natura impaziente. Personalmente, forse per innata incoscienza, l'accresciuta responsabilità notarile in materia non mi preoccupa neanche un po'. Ma devo confessare che una certa nostalgia per la buona vecchia procedura, avendoci convissuto a lungo, la provo. Certo, il nuovo regime mi consente di fare rapida giustizia (sic) di talune marginali pregresse ubbie di certi Tribunali poco allineati. Ma, per citare quasi alla lettera una mia precedente Finestra, conservo un ottimo ricordo degli incontri, sempre leali e proficui, con i giudici dell'Ottava Sezione del mio Tribunale di Milano, della loro disponibilità, del dialogo tanto sereno e costruttivo con essi intrattenuto nel corso degli anni. Come documentava l'apposita rubrica di FederNotizie, Le Interviste del Lunedì, il disadorno corridoio al quarto piano del Palazzo di Giustizia, lato via San Barnaba, si trasformava, giustappunto nella tarda mattinata di quei lunedì (giorno deputato di ricevimento), in un salotto di fulgida, elevata mondanità. Vi si dibatteva, al livello più alto dell'intellighenzia locale, non solo di diritto societario, ma dei massimi sistemi in genere, dei risultati della domenica calcistica precedente, di "donne e motori". Si accolga dunque con spirito di lieta operosità l'intervenuta "delegificazione" apprezzandone i vantaggi, ma prestando la dovuta attenzione ai rischi di una certa deregulation. Sintomi della quale, sia pure soltanto in senso utilitaristico e, com'è ovvio, senza incoraggiamenti a illegittimità alcuna, mi pare di scorgere perfino in qualcuna delle "massime" elaborate dalla Commissione insediata presso il Consiglio Notarile di Milano. Siamo proprio sicuri, per esempio, che la rinuncia unanime dei soci a certi paletti legislativi ne giustifichi appieno la rimozione? In altre parole che, in certi casi, il socio non vada protetto anche da se stesso?
Ma a rigare diritto ci obbligherà comunque lo spettro, che incombe secondo taluni minaccioso, del controllo esercitato sui nostri atti dal Conservatore dell'Archivio in sede di ispezione biennale. Si veda al riguardo una recente, assai preoccupata circolare del sempre puntuale Presidente Miserocchi. E poi, ulteriore castigamatti, arriva ora la riforma del diritto societario, occasione di un necessario generale ripensamento di tutta la materia, con buona pace delle certezze che credevamo di avere acquisito e dei dubbi che credevamo dì avere almeno catalogato.
Per concludere, fra un passato che abbiamo pietosamente seppellito e un futuro immediato che si presenta senz'altro impegnativo, possiamo nell'occasione inventariare alcuni aspetti immutati e perciò fastidiosi del pre
sente legislativo? Latita tuttora, per esempio, la sospirata soluzione del problema prezzo-valore. Resta in vigore il tormentone costituito dal famigerato comma 13 ter, con l'annesso ricatto della nullità degli atti, come se toccasse (e infatti tocca) ai notai contribuire a snidare gli evasori fiscali. Sopravvive l'inutile normativa cosiddetta "antiterrorismo" in tema di comunicazioni alla pubblica sicurezza degli atti comportanti i mutamenti nell'occupazione dei fabbricati. Sopravvive purtroppo anche il terrorismo, ma questo è un altro discorso. E tarda a venire l'attribuzione ai benzinai della competenza in materia di trapassi di autoveicoli.
LUGLIO 2003
A proposito di libri immaginari rilegati in marocchino rosso, di cui si parlava nella scorsa Finestra, eccone invece uno reale, solido, pesantissimo, pressoché intrasportabile. La legatura è proprio di uno spesso cuoio scarlatto, ornata dei prescritti fregi dorati, mentre mi pare rivestita in finta pelle di identico colore la rigida, voluminosa custodia, più che un cofanetto, un sarcofago. Il tutto (cm. 43 x 33 x 7) trascende le dimensioni di un normale, ancorché capace scaffale di libreria, nel quale può essere riposto solo orizzontalmente e in quanto lo consenta la profondità.
Il volume (coincidono nell'occasione per il medesimo oggetto tutti i sinonimi: "mole" e "massa", "libro " e "tomo") si intitola Il Notaio: Immagini di una Professione. E' stato edito nel 2002, in tiratura limitata e numerata, dalla casa fiorentina Vallecchi, nel cui catalogo figuravano un tempo le opere amatissime di Aldo Palazzeschi, Vasco Pratolini, Tommaso Landolfi. E sì onora dì una breve presentazione, in guisa di avallo o viatico, del nostro Presidente nazionale. Dati l'importanza e il pregio del manufatto, ogni copia è dotata di un "certificato di collaudo" debitamente firmato da un "verificatore", senza autentica notarile.
Proposito di tanta opera è fornire una ricca iconografia del notariato insieme a esempi della presenza del notaio nella storia e nella letteratura attraverso un'antologia di testi giuridici e non. Figurano, fra questi ultimi, appropriati estratti da opere di Giovanni Boccaccio, Carlo Goldoni, Antonio Fogazzaro, Edmond About (Le Nez d'un Notaire, già noto ai lettori di questa rubrica). Lamento personalmente l'assenza di un immortale capitolo de Il Giornalino di Gian Burrasca di Vamba (pseudonimo di Luigi Bertelli) nel quale opera da par suo il Cav. Temistocle Ciapi notaro in Firenze, ma non si può avere tutto.
Per quanto riguarda la storia del costume notarile, inteso come abbigliamento, i modelli riprodotti privilegiano palandrane, cappe, tuniche, zimarre, marsine, berrette, mazzocchi, feluche e "tubi di stufa" fra Medioevo e Ottocento. Il tutto rigorosamente ed esclusivamente di foggia maschile. A quando risale la nomina del primo notaio femmina? Sono comunque ignorate le più moderne uniformi confezionate, a seconda delle velleità spenderecce dei singoli, da Caraceni o da Facis, da Missoni o da Benetton. Non è dato ammirare, vista l'assenza dell'elemento muliebre, la mise di alcuna
collega, consista essa in un classico tailleur Chanel o in una raffinata giapponeseria di Corso Como 10 a Milano.
Ampio ricorso si fa, nelle illustrazioni al volume, ai figurini dei costumi disegnati per i personaggi di notaio presenti nelle opere liriche. La stessa introduzione, firmata dai tre curatori, nel dar conto di ciò, elenca un folto catalogo di titoli di melodrammi frequentati da qualche esponente della categoria. Alcuni di quei personaggi (notai veri e falsi, notai beffatori e notai beffati, secondo una terminologia impiegata anche nella intestazione dei capitoli) li abbiamo in passato evocati in questa stessa rubrica. Tali la Despina del mozartiano Così Fan Tutte nei mentiti panni di un sedicente notaio Becca-vivi e il faccendiere eponimo del Gianni Schicchi di Puccini, falso testatore avanti il vero, ma incauto, notaio Ser Amantio di Nicolao.
E' parso perciò carino riferire adesso almeno brevemente, in esito a diligente disamina dei testi relativi, sui personaggi di notai che compaiono (per una volta "comparenti" essi stessi, secondo l'atroce gergo della tribù) nelle altre opere menzionate nella introduzione di cui sopra.
Va detto che, di solito, il notaio del melodramma è solo un comprimario, se non una comparsa, un carattere minore introdotto al momento di celebrare uno sposalizio o di stipulare un contratto di matrimonio. In tale veste interviene in un ruolo modesto, talvolta addirittura non cantato, ma soltanto parlato o perfino muto, ne 11 Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, L'Elisir d'Amore, La Fille du Régiment e Don Pasquale di Gaetano Donizetti, La Sonnambula di Vincenzo Bellini, Béatrice et Bénédict di Hector Berlioz, Der Rosenkavalier di Richard Strauss. In quest'ultimo assoluto capolavoro, il personaggio del notaio risulta una specie di famiglio, sempre a disposizione per le esigenze della protagonista (la quale non a caso è detta la Marescialla) e dei suoi amici.
In Intermezzo, pure di Richard Strauss, il notaio appare anche nella inconsulta qualità di affittacamere e viene richiesto di stipulare, anziché una convenzione matrimoniale, un contratto di divorzio.
Ne La Périchole di Jacques Offenbach i notai investiti della solita funzione nel solito contesto nuziale sono due e viaggiano in coppia, come le monache e i carabinieri, senza però che l'uno faccia da spalla all'altro come vorrebbe tutta una tradizione di comicità teatrale (si pensi ai leggendari Fratelli De Rege così ben reinterpretati dai rimpianti Walter Chiari e Carlo Campanini). Comunque, i due notai di Offenbach, quando si presentano sulla scena del celebrando matrimonio, dettato questo da ragioni di convenienza nell'ambito di un più vasto imbroglio, sono visibilmente alticci, in
quanto abbeverati in precedenza con generosità dai loro committenti per ottenerne la massima strumentale condiscendenza. L'azione si svolge in Spagna e risulta che le notarili libagioni sono consistite in dosi successive e ravvicinate di vini jerez, malaga, madera, alicante e porto. Non sorprende pertanto che i due procedano con andatura alquanto sbilenca, come ripetutamente sottolinea impietoso il coro degli astanti: "Ah, comme ils marchent de travers!" (In tema di notai abbeverati, torna alla memoria maligna di chi scrive un lontano banchetto, organizzato in onore di un altro Presidente nazionale lombardo, presso il Golf Club di Monza, allorché fu impudentemente servito un Beaujolais Nouveau vecchio di alcuni anni).
Una parte ben più consistente di quelle fin qui esaminate se la ritaglia il notaio Pistofolo (voce di basso "buffo") nel dramma giocoso in due atti La Molinara o L'Amor Contrastato (1788) di Giovanni Paisiello, non citato nell'introduzione al volume. Anche qui lo spunto iniziale è fornito dalla redazione di un contratto di matrimonio, ma tosto il notaio, sul luogo stesso dell'incarico professionale, incontra tale Rachelina, bella e ricca proprietaria di mulini, se ne invaghisce e le si propone. Ma la potenziale sposa gli è contesa dal Governatore Don Rospolone e dal nobile Don Caloandro. A un certo punto Rachelina sembra propendere per il notaio in quanto disponibile a farsi mugnaio per amore di lei (e dei proventi dell'attività molitoria). L'intrigo poi si infittisce, con accuse reciproche di pazzia fra i pretendenti, un tentativo di omicidio e altre complicazioni, finché, di fronte a tutti quei matti veri o supposti, Rachelina sceglie di restare zitella. Non si può tacere che il notaio de La Molinara, definito già nell'elenco dei personaggi "uomo ignorante nel suo mestiere", è in effetti un miserabile cacciatore di dote, un emerito pasticcione, un ampolloso declamatore di insensatezze. Caratteristiche tutte che ne fanno, dal punto di vista del divertimento, un personaggio davvero irresistibile.
Un altro notaio in un ruolo importante di coprotagonista è il dott. Falke in Die Fledermaus (ossia Il Pipistrello) di Johann Strauss II. Gaudente viennese vittima tempo addietro di una umiliante burla, egli si vendica architettandone un'altra, grandiosa nella sua coralità, a danno del ricco Eisenstein. Peccato che con tutta la spumeggiante vicenda il notariato non c'entri per nulla: il nostro personaggio potrebbe essere indifferentemente un chirurgo o un banchiere, poiché non ci viene mai mostrato nella sua veste professionale.
La figura del notaio si impone invece quale protagonista in ambiente propriamente notarile in due opere "leggere" francesi, rispettivamente del sullo-dato Offenbach e di André Messager, intitolate la prima La Chanson de For
tunio (1861) e l'altra più semplicemente Fortunio (1907), entrambe ispirate alla commedia Le Chandelier di Alfred de Musset. Il candeliere del titolo va inteso nell'accezione dell'italiano "moccolo", quello che si "regge" quando capita, più o meno volontariamente, di favorire strategie amorose altrui. Nella commedia di Musset, Fortunio è il romantico giovane di studio che si innamora perdutamente della moglie del principale (il notaio Maitre André), alla quale dedica l'esecuzione di un'appassionata canzone d'amore, solo apparentemente rivolta a un innominato ideale femminino. Egli è indotto a credere che il suo amore sia ricambiato, senza tuttavia sospettare che la moglie ha una tresca con un ufficiale degli ussari (o dei dragoni) e usa lui, Fortunio, per depistare il marito geloso. Di qui l'allusione al proverbiale "moccolo". Ma la fatale dama viene presa nella sua stessa trappola e finisce per soccombere al fascino di Fortunio e alla magia della sua canzone.
In occasione di un allestimento della commedia di Musset, nel 1850, Offenbach aveva già musicato i versi della canzone, ma l'intermezzo canoro non era stato utilizzato. Volendo recuperare in una nuova opera quella composizione a distanza di oltre dieci anni, Offenbach e i suoi librettisti, Halévy e Crémieux, si discostano non poco dal testo della commedia. In La Chanson de Fortunio il ruolo del Fortunio originale è passato a un altro giovane di studio, Valentin, mentre Fortunio stesso è ora il vecchio notaio geloso, la cui canzone di allora, in sè perduta e dimenticata, è divenuta leggenda. Si dice infatti che al tempo della di lui gioventù nessuna donna abbia saputo resistere al magico potere della sua canzone. Se ne rinviene lo spartito fra un mucchio di carte legali, Valentin la canta alla giovane moglie del notaio, i suoi compagni di lavoro alle loro ragazze. Ne esplode un trionfo della giovinezza amorosa sulla vecchiaia lamentosa ed egoista.
In tutto fedele al testo teatrale originale è invece l'opera di Messager, su libretto di Gaston de Caillavet e Robert de Flers. Anzi, la vicenda acquista un sapore ancor più decisamente notarile con l'aggiunta di un dettaglio che ha il valore, se mi si passa il bisticcio, di un sigillo. Mentre nella commedia di Musset e nell'opera di Offenbach non è del tutto chiaro se Fortunio (o Valentino) sia un semplice impiegato ("clerc") o un aspirante alla nobile professione, qui il giovane è trascinato recalcitrante allo studio cittadino di Maitre André da uno zio notaio di campagna, Maitre Subtil, allo scopo dichiarato di farvi pratica, in modo da divenire un giorno "un tabellion de grande ville ayant des écus et du style." Talché, se proprio dobbiamo avere, anche solo in un gaio, innocente vaudeville, un notaio cornuto, che sia almeno ad opera di un futuro collega, a far salvo l'onore della corporazione.
MAGGIO 2004
Può capitare, leggendo per diletto, o per caso, o addirittura per errore opere di letteratura italiana contemporanea, di imbattersi in figure di notai evocate, sbozzate (quasi mai campite a tutto tondo) dai rispettivi autori in quanto funzionali agli sviluppi della trama narrativa.
Va detto che l'immagine del notaio che ne emerge non è particolarmente gratificante, come risulta anche da una recente indagine commissionata dal nostro Consiglio Nazionale in vista di un Convegno in tema appunto di Immagine e Comunicazione.
Così, in una densa saga familiare, ricca di elementi autobiografici, della stimata romanziera Francesca Duranti, L'Ultimo Viaggio della Canaria, pubblicato nel 2003, compare per esempio un antico collega di nome Luigi Rebora, originario dí Noví Ligure, ma con studio in Genova. Costui viene inesorabilmente descritto come uomo severo e noioso, esasperante, testardo e presuntuoso. Gli viene tuttavia fatto credito, poiché si muove per motivi familiari nell'ambiente armatoriale locale del primo Novecento, di idee tutt'altro che stupide sull'opportunità di incrementare la navigazione a vapore rispetto a quella velica, nobile ed eroica, ma ormai anacronistica e da sempre assai pericolosa. Come anticipa luttuoso il titolo stesso del libro, dove la Canaria è per l'appunto un veliero che non farà ritorno.
In un thriller milanese colto ed elegante, pure edito nel 2003, firmato con lo pseudonimo Hans Tuzzí, Perché Yellow non correrà, un'ovvia serie di morti ammazzati produce invece l'inevitabile insorgere di problemi successori e quindi l'intervento di ben tre diversi notai. Al primo di essi l'autore (brillante esperto di bibliofilia, di ippica e d'altro ancora, un po' meno di diritto) attribuisce un testamento olografo autenticato (sic) in presenza del testatore e di due testimoni. Un secondo notaio, di nome Elena Fenu, con appropriata sede in Sardegna, è "una signora all'antica" che giustamente esige la presenza, alla lettura di un altro testamento la cui forma originaria non è rivelata, di tutti i beneficiati. Di un terzo notaio veniamo soltanto a sapere che ha dato lettura dí un terzo testamento "con voce nasale". Non sfugge la constatazione che quel tono di voce, evidentemente ritenuto prerogativa notarile, si ritrova già attribuito, in una didascalia del libretto dell'opera Così fan tutte, scritto dall'Abate Da Ponte e messo in musica da Mozart, al personaggio di De-spina, allorché la svelta cameriera assume la falsa identità di un notaio.
Come si vede, l'apparizione di notai nelle opere menzionate è solo occasionale e fugace, non serve mai a farne dei veri personaggi, ma nemmeno dei comprimari dotati di qualche personalità.
C'è però un altro romanzo, I Quindicimila passi, del 2002, nel quale la figura di un notaio dilaga abbondante, dapprima evocata con manifesta antipatia e ostilità da un narratore, infine presente in persona. Ne è autore tale Vitaliano Trevisan, recentemente assurto a più vasta notorietà per aver contribuito alla sceneggiatura e addirittura interpretato il personaggio principale di un film, Primo Amore, diretto dal giovane Matteo Garrone, ritenuto "film d'autore" e infatti ospitato qualche tempo fa alla cosiddetta Berlinale. La stampa specializzata l'ha descritto come "un dramma cupo e sinistro" imbastito su "un assurdo caso di anoressia coatta". L'autorevole Tullio Kezich del Corriere della Sera si è anche premurato di avvertirci che il Trevisan non è un attore, bensì uno scrittore. Chi scrive, il film non l'ha visto e perciò non entra nel merito delle affermazioni riportate, pur essendo in grado di confermare che il Trevisan, in effetti, ha scritto ben tre libri, tutti pubblicati.
Il protagonista del romanzo di cui ci stiamo occupando si chiama Thomas e narra i propri casi in prima persona, in una sorta di monologo interiore. Spiega nella prefazione che egli usa contare i passi da lui percorsi nei suoi spostamenti abituali, da casa al tabaccaio, al municipio, al negozio di generi alimentari ecc. E nota che nel corso di quegli spostamenti il computo del numero dei passi, sempre scrupolosamente contati e successivamente annotati in un apposito taccuino, durante il viaggio di andata, poi durante il viaggio di ritorno, non è quasi mai tornato. Sorprendentemente, gli è capitato di vederlo coincidere nei ben quindicimila passi del titolo: quelli che percorre, "partito di buon mattino verso le nove", per recarsi "senza indugio" dalla sua abitazione in località Cavazzale allo studio del notaio Strazzabosco in centro a Vicenza. Colà è stato convocato per "un'incombenza alla quale non ci si può sottrarre": la firma di documenti relativi (manco male) alla successione di una sorella a suo tempo ufficialmente "scomparsa" e della quale è stata alfine dichiarata la morte presunta.
Annota lucidamente il Thomas, prendendosi gioco dei tecnicismi giuridici: "Mentre quando si muore si scompare immediatamente, quando si scompare, invece, anche se si muore, non si muore immediatamente." Rimugina altresì il Thomas, nell'intraprendere di malavoglia il suo cammino: "... devo recarmi dal notaio Strazzabosco, nel suo ripugnante studio in piazza Castello ... in quel suo cosiddetto studio notarile, uno dei migliori di Vicen
za, nel suo ufficio privato pieno di mobili notarili di pessimo gusto ... in quel suo studio che io personalmente ho sempre detestato, risultandomi a volta addirittura lugubre e ripugnante ..."
Sorprende che il Thomas riconosca lealmente subito dopo che il notaio Strazzabosco (con ciò esulando alquanto, secondo noi, dalle sue funzioni istituzionali) sia stato "un ottimo amministratore dei nostri beni". La camminata e il monologo interiore proseguono per circa 140 pagine, del cui contenuto non è il caso di dar conto qui. A pag. 142 il Thomas perviene finalmente, compiuti e diligentemente contati i quindicimila passi, davanti allo studio del notaio Strazzabosco. E riprende a vomitare le sue personali ingiurie all'indirizzo del medesimo e perfino del suo personale dipendente. "La porta, un orrendo portone d'ingresso con telaio in ferro brunito e formelle in vetro decorato, mi venne subito aperta. Entrai senza pulirmi le scarpe sullo stuoino. Subito una delle signorine dello studio mi si fece incontro ... la seguii attraverso le scrivanie, dove, imbellettate e solerti, lavoravano una decina di signorine. Lavorare qui dev'essere terribile, pensavo passando tra le scrivanie, una prigione di otto ore al giorno, come tutti i lavori." E bravo, il signorino, quando dichiara che "a queste prigioni non mi sono mai dovuto assoggettare, grazie alle mie proprietà" (proprietà così ben amministrate dal notaio Strazzabosco).
Introdotto finalmente il Thomas alla presenza del notaio, segue conversazione con quest'ultimo, previa descrizione del di lui aspetto nei lusinghieri seguenti termini: "... con la faccia perennemente cucinata dalla lampada a raggi ultravioletti e la barbetta caprina ..." La conversazione, come era prevedibile, ha per oggetto le proprietà del protagonista, che (come viene ribadito con rinnovato turbamento della nostra coscienza deontologica) lo Strazzabosco è andato gestendo negli anni con accuratezza particolare, vendendo e comprando secondo convenienza. Risulterebbe pure che il notaio sia sempre stato pagato apposta per fare "questo lavoro sporco". Fra gli sbalorditivi investimenti effettuati figurano una foresta pluviale e una segheria in Amazzonia e altre foreste in Costa di Avorio e Congo. Il Thomas ha da tempo deciso di liquidare l'intero patrimonio di famiglia, del quale è rimasto apparentemente l'unico titolare e di ciò incarica il notaio. Questi fa tosto preparare dalla sua segretaria una procura a vendere "a lui intestata" che il Thomas firma, senza ripensamenti, sperabilmente (ma il libro non lo dice) alla presenza di un altro notaio.
E del Trevisan, del Thomas e dello Strazzabosco: satis.
Ma l'editoria nostrana non produce soltanto narrativa. Ci sono altre pubbli
cazioni, altri testi nei quali accade di reperire riferimenti a persone o fatti aventi qualche attinenza con il mondo del notariato, per esempio le guide. Ci siamo già intrattenuti in passato sui rapporti (in verità abbastanza labili) fra notai ed enogastronomia. E abbiamo celebrato con sincero entusiasmo l'esistenza di colleghi, passati e presenti, dediti alla più qualitativa produzione vinicola. Le ultime annuali guide Vini d'Italia edite congiuntamente da Gambero Rosso e Slow Food segnalano la nascita recente e il rapido successo di una azienda agricola, non a caso denominata "Cantine del Notaio", in Rionero in Vulture (PZ). Infatti, nei vigneti di proprietà di un collega da poco pensionato, il figlio di lui (più saggiamente laureatosi in scienze agrarie), produce vini eccellenti che ha "battezzato" non già con acqua (come vorrebbe una vieta spiritosaggine sugli osti), bensì con nomi dì esatta pregnanza notarile: La Firma, L'Autentica, Il Repertorio.
Vale la pena di citare, dalle successive edizioni della guida di cui sopra, qualche brano di ispirata prosa nella lingua che è stata argutamente definita in ambiente anglofono, per reminiscenza orwelliana (il Newspeak di 1984), Winespeak. Ossia il gergo portentoso di enopensatori, assaggiatori professionali, giornalisti specializzati e sommelier.
Dell'Aglianico del Vulture La Firma 2000, ritenuto meritevole del massimo riconoscimento accordato dalla guida in questione, i Tre Bicchieri, si dice: "La previsione di una grande materia viene confermata al naso e al palato: all'olfatto mora di gelso, inchiostro di china (sic), mirtillo, menta e legno balsamico, in bocca grasso, suadente, dolce e con una grande persistenza."
Della stessa annata, sembra al recensore ben riuscito anche Il Repertorio, "Aglianico meno massiccio della Firma, con note mentolate e balsamiche, ma un pizzico di complessità in meno ed una nota di peperone non particolarmente fine. Al palato si caratterizza per i tannini setosi, la frutta molto matura - prugne, more - ed una notevole finezza." Sempre nel 2000 esordisce nella guida il nuovo vino dolce della casa, L'Autentica, "un moscato al 100% più simile ad una vendemmia tardiva che non ad un passito, dalla bellissima eleganza. Buona concentrazione in bocca, con una gradevole acidità rinfrescante, note di miele e frutta bianca ed un retrogusto leggermente amarognolo." Nella guida 2004, in merito un poco più tiepida, La Firma 2001, premiato con soli Due Bicchieri, "esprime al naso delle bellissime note balsamiche, di tabacco e di viola, mentre in bocca è morbido e vellutato, con tannini dolcissimi che sono in qualche modo il marchio di fabbrica di questo vino." Il Repertorio "è invece ancora un po' troppo mar
cato dalle note tostate del legno, ma non dubitiamo che un congruo affinamento in bottiglia renderà il vino molto piacevole." L' Autentica viene definito nella stessa guida "il miglior vino dolce della Basilicata e uno dei migliori d'Italia." Ne risulta modificata la composizione, in quanto la partecipazione già totalitaria dell'uva moscato è scesa al 70% per far posto a un 30% di malvasia. Uve come sempre vendemmiate tardivamente per "un vino di non comune raffinatezza a cui manca solo un po' di acidità in più per diventare indimenticabile." Ma l'acidità non era già soddisfacente ("gradevole" e "rinfrescante") l'anno prima?
Restiamo ora in attesa che l'impianto in luogo di qualche ancor più nobile vitigno (merlot, cabernet sauvignon, nebbiolo?) consenta di aggiungere alla già ricca gamma dei prodotti del podere un nuovo grande vino al quale attribuire finalmente la più classica delle denominazioni notarili possibili (che forse l'enologo si è fin qui negata per eccessiva modestia): Il Rogito.
GENNAIO 2005
Ero a Parigi, un po' di tempo fa e, sfogliando la locale guida settimanale agli spettacoli, Pariscope, mi è letteralmente "caduto l'occhio", nell'elenco dei film in programmazione, su un titolo: "Pardevant Notaire", ossia "Per atto notarile " . Descrizione: "Anno dì produzione 2004, durata un'ora e dieci minuti, documentario francese a colori di Marc Antoine Roudil e Sophie Bruneau." Argomento: "Uno studio notarile in Auvergne. Due vendite, un inventario, una pratica di successione costituiscono la trama di questo film dedicato al lavoro dei notai. Attraverso questi episodi, le questioni di denaro e di proprietà, i rapporti con la morte svelano un mondo insospettato."
Mi è mancato il tempo per visionare di persona al cinema Espace Saint Michel l'amena pellicola. Ho preferito infatti andare al Théatre de la Madeleine ad ammirare dal vivo Gérard Depardieu e Fanny Ardant in "La Béte dans la Jungle", elegante atto unico tratto da un non meno elegante racconto di Henry James.
Non ho tuttavia omesso di rendere mentalmente omaggio a quella felice regione francese, l'Auvergne (traducibile nell'italiano Alvernia), dove alligna a quanto pare una dimensione così bucolica del notariato. Vero è che l'Auvergne, già autonoma provincia posta nel cosiddetto Massif Central, ora smembrata nei tre Dipartimenti Cantal, Puy de Dòme e Haute Loire, non è terra di moderna, dinamica economia.
Molti dei suoi abitanti migrano tradizionalmente verso la capitale per esercitarvi il mestiere di mercante di carbone e legna da ardere, tanto che i carbonai sono detti appunto, per antonomasia, Auvergnat. Si confronti al riguardo la bella Chanson pour l'Auvergnat composta nel 1954 dal grande Georges Brassens, della cui opera si è fatto divulgatore da noi con le sue traduzioni, prima in dialetto milanese, ora anche in italiano, il bravo Nanni Svampa. Il quale, però, nel caso dell'Auvergnat originale, generoso dispensatore di legna per riscaldamento, se l'è cavata, accontentandosi di rispettare la metrica, con un meneghino, del tutto incongruo "rottamatt". Ma sulla storia, i costumi e le tradizioni dell'Auvergne è anche ricca di riferimenti gustosi la monumentale saga a fumetti di Asterix. Si veda in particolare l'episodio Le Bouclier Arverne, dove al commercio del carbone è
abbinato quello dei vini e dove si ricostruisce l'affascinante vicenda storica dello scudo di Vercingetorige.
Si offre dunque colà ai cineasti in cerca di suggestive locations un'immagine del lavoro notarile talmente casereccia che non si capisce cosa possa svelarsi in proposito di tanto "insospettato".
Ho provato piuttosto a figurarmi la sceneggiatura di una giornata di lavoro nel meno agreste mio studio di Milano, da affidare magari a Michael Moore per la realizzazione.
Una o due vendite potrebbero pure starci, anche se ho per clienti pochissimi, non grandi, costruttori e/o immobiliaristi. Piovono però su di me numerose compravendite immobiliari scompagnate con gemellari immancabili mutui, aventi per protagonisti (per lo più in veste di acquirenti) ineludibili amici, oppure amministratori, dipendenti e soci di società clienti, o ancora titolari e collaboratori di studi professionali con cui ho dimestichezza e, in soprannumero, amici e parenti di tutti costoro.
Inventari e pratiche di successione ho imparato nel corso degli anni a scansarli con relativa destrezza e, nei casi non evitabili aventi per protagonisti (per lo più in veste di eredi) i conoscenti, amici e parenti di cui sopra, esperte e pazienti mie collaboratrici riescono a contenere al minimo i miei coinvolgimenti personali. Certo, non posso esimermi dal dare ogni tanto compunta lettura a qualche verbale di pubblicazione di testamento o a qualche atto di notorietà. Non guasta, a proposito degli evocati "rapporti con la morte", che sia stata abolita, da noi, l'imposta di successione. Quella stessa che molti paventano vedere ripristinata da un eventuale futuro governo di pericolosi bolscevichi. Io non mi stupirei invece se fosse reintrodotta proprio dall'attuale signorile esecutivo, nel patetico sforzo di reperire altrove le risorse sottratte all'Erario dalla ossessivamente perseguita riduzione delle imposte sui redditi.
Ma cosa si fa dunque di diverso, in uno studio notarile di città, per ammazzare il tempo e tirar sera, per guadagnare quanto basti a soddisfare le capricciose esigenze del titolare (viaggiare all'Estero per andare a teatro e visitare mostre) e a remunerare in misura equa il lavoro delle maestranze? E' semplice, ci si immerge con voluttà nel cosiddetto "societario", nella rutilante realtà multinazionale dell'impresa e della finanza, nel vortice dei "traffici", nei turbinosi closing di transazioni miliardarie.
Alle 9 del mattino, per esempio, si presenta, impaziente, l'Amministratore Delegato di una importante società a firmare una procura, per atto pubbli
co e con la presenza di testimoni, secondo espressa pretesa di un collega troppo prudente che scorge intenti di liberalità in qualsiasi cessione senza corrispettivo, ancorché forzata.
Mentre il sommo dirigente scalpita, sono già arrivati, con miracoloso anticipo, i clienti delle 9.30', per sottoscrivere una innocente associazione temporanea di imprese, nota anche con il confidenziale vezzeggiativo ATI, questa per scrittura privata. Solo che di essa mi si richiede perentoriamente il rilascio immediato di una copia autentica da trasmettere senza indugio all'ente appaltante. Impossibile, naturalmente, né pare praticabile l'emissione del certificato "di rogito" di una scrittura privata autenticata. Rifare tutto per atto pubblico.
Sono ormai le 10 e ha inizio, anche se la fatidica scadenza del 30 settembre 2004 è scaduta da un pezzo, l'ennesima, mesta serie di assemblee per "adeguamento alla nuova disciplina normativa in materia societaria" dello statuto sociale o di quelle che adesso sì chiamano, nelle società a responsabilità limitata, "le norme relative al funzionamento della società". Qui devo fare una confessione: sebbene sia un navigato cultore della materia, io la cosiddetta "riforma" l'ho presa male. Non ne sentivo il bisogno, non mi piace e mi annoia, fra l'altro anche per le modifiche inferte alla S.R.L., che ero abituato a considerare con affetto la sorellina minore della S.p.A. e che ora si vorrebbe avvicinare a quelle dimesse creature che sono le società di persone.
Tuttavia, mi sono prontamente "adeguato" e ho predisposto pregevoli bozze di statuto che mi rendo del tutto disponibile a correggere e integrare in funzione delle specifiche esigenze del committente. Mi è stato invece assai spesso imposto, specie da professionisti che la riforma ha apparentemente elettrizzato, un testo di statuto extralarge (30-40 pagine a interlinea 33, mezzo Codice Civile riprodotto all'interno, attenzione spropositata agli strumenti finanziari oppure ai titoli di debito) che, fatto circolare da qualche primo della classe, ha conquistato un inopinato favore popolare.
E' ormai un piccolo classico che, in apertura di una di queste tediosissime cerimonie, autentiche catene di montaggio, lo spiritoso di turno insinui che la riforma l'abbiamo voluta, per evidente ingordigia di proventi, noi notai. Inutile (e invero poco fine) ribattere che si mangiava anche prima. Sempre in contrasto con gli idilli notarilì alverniatì, va poi detto che la monotona, rassicurante catena di montaggio ogni tanto si spezza. Come quan
do l'agguerrita giovane avvocatessa con delega di un socio di infima minoranza si dichiara non sufficientemente informata a causa di un ordine del giorno troppo generico, che non ha evidenziato in dettaglio le modifiche proposte in tema di diritto di recesso. E, dopo aver dettato fluviali argomentazioni a verbale, perviene a chiedere e ottenere il rinvio dell'assemblea.
Viene voglia di ritorcere l'insinuazione di pocanzi giusto alla limitrofa categoria degli avvocati, cui la riforma sembra offrire ghiotte occasioni di contenzioso. E così la sequenza delle convocazioni, intervallate fra loro di 20 o 30 minuti, subirà fatali slittamenti, con sacrificio, del resto abbastanza abituale, della platonica pausa pranzo.
Ai giuristi in genere, se non necessariamente agli avvocati, va ascritto invece l'arzigogolo per cui una durata della società molto lunga debba per forza equipararsi, sempre sotto il profilo del minaccioso diritto di recesso, a una durata a tempo indeterminato. Così, ecco che tutti si affannano ad anticipare al 2050 le durate già fissate al 2100. Come se, in relazione alle aspettative di sopravvivenza dei soci persone fisiche, non apparisse troppo remoto anche il termine del 2050, o perfino quello del 2020.
Giunti a metà pomeriggio, nell'ambito dell'esaltazione cosmopolita che pervade il notariato metropolitano, ci dedichiamo al deposito in atti di certi documenti giunti dall'Estero (procure, verbali di deliberazioni) relativi a iscrizioni o modifiche di sedi secondarie in Italia di società straniere, le cosiddette branch. Ma in un caso non si può procedere perché manca l'Apostille di cui alla Convenzione dell'Aja. In un altro caso manca la traduzione asseverata del testo, redatto in francese, lingua che nel nostro paese nessuno più conosce, laddove generalmente si crede di conoscere l'inglese. Supplirà il notaio (il quale, per ragioni generazionali, il francese l'ha imparato in cineteca e perfezionato sulle canzoni di Brassens), anche se avrebbe ben altro da fare.
Infatti è sopraggiunto con congruo provvidenziale ritardo l'ing. Barlafusi, potente imprenditore, il quale, come da previo appuntamento, intende addivenire alla stipula di due atti di fusione e di un atto di scissione e li vuole iscritti nel Registro delle Imprese entro la fine del mese in corso, che scade fra tre giorni (per fortuna non c'è di mezzo un week end). Intende anche, senza preavviso alcuno, conferire di botto due procure speciali per costituire altrettante società per azioni domani a Roma. Viene accontentato. Vorrebbe anche vincolare a fondo patrimoniale taluni suoi immobili di
recente acquisizione, in assenza della moglie (in vacanza ai Caraibi), e qui viene con fermezza dissuaso ai sensi di legge.
Si è fatta sera e, a conclusione di una giornata niente affatto gloriosa, restano da firmare pigne di autentiche, qualche vidimazione, montagne di copie. Le gentili pendolari collaboratrici se ne vanno e il notaio resta solo a vagheggiare i contorni delle familiari figure di Asterix e Obelix mentre scorrono contro luce nel tramonto sul paesaggio dell'Auvergne. Domani c'è un closing, ma fuori studio, si va tutti in banca.
MARZO 2005
La signora, di mezza metà, è composta, tranquilla, quasi timida. Accusa vampate di calore e chiede con sommessa cortesia che si socchiuda una finestra della cosiddetta sala stipula, arroventata da un riscaldamento invero eccessivo. È qui con il marito per firmare l'atto di acquisto della loro nuova abitazione in un condominio fresco di fabbrica. A cose fatte, accomiatandosi, osserva che andare dal notaio le fa venire in mente "la" canzone di Fabrizio De Andrè. Quale canzone? Quella, evidentemente, dove si parla (si canta) di un notaio o comunque di qualche aspetto dell'attività notarile. La mia conoscenza dell'opera del rimpianto cantautore genovese è discreta e nutrita di convinta ammirazione, ma non può dirsi totale e la canzone "del notaio" francamente non me la ricordo. Procedo perciò, giustamente incuriosito, ad abbastanza attento esame del volume "Fabrizio De Andrè -Tutte le Canzoni", edito nel 1999 da Mondadori nella colonna "Supermiti", del quale - guarda caso - ho una copia in ufficio. (In effetti, conservo in ufficio un cospicuo numero di libri che in casa non ci stanno più. Fra questi, per esempio, anche la monografia dedicata a Orietta Berti da Tommaso Labranca, il geniale pensatore di Pantigliate, massimo teorizzatore del trash e di altre forme di sottocultura).
Cerca e ricerca, però, una canzone del notaio non si trova. De Andrè non era ignaro di fenomeni giuridici ricorrenti nel costume della società e nell'esistenza degli individui. Aveva fra l'altro un fratello avvocato brillantissimo, troppo presto scomparso anche lui. E in questo stesso volume si rinvengono un brano, scritto con il valoroso Nicola Piovani, intitolato "Un Giudice" e ben due testamenti "olofoni" (si dice così?) rispettivamente attribuiti a un certo Tito e a un anonimo ribelle o, come si dice adesso, "disubbidiente". C'è poi la versione italiana, dello stesso De Andrè, di una canzone di quel Georges Brassens di cui a una scorsa Finestra, che rischia di diventare un autentico incubo per i troppo benevoli lettori di questa rubrica. Si intitola "Marcia Nuziale" e inizia così:
"Matrimoni per amore, matrimoni per forza
ne ho visti di ogni tipo, di gente d'ogni sorta
di poveri straccioni e di grandi signori
di pretesi notai, di falsi professori."
L'espressione "pretesi notai" rende con fedeltà l'originale "soi-disant notaires" e ripropone, a ulteriore disdoro di quanto avviene nel nostro ambiente, il fenomeno del notaio abusivo o, meglio, del non-notaio che fa esercizio abusivo della professione notarile.
E c'è, nella raccolta, massimo ma non lieto riferimento alla "razza" notarile, in una composizione dal titolo "Corale", una sorta di invettiva del seguente letterale tenore:
"Banchieri, pizzicagnoli, notai
coi ventri obesi e le mani sudate
coi cuori a forma di salvadanai..."
Mi rifiuto di credere che la mite casalinga volesse malignamente alludere a quei versi. Sta di fatto che, notai veri o sedicenti notai, non risultiamo in genere particolarmente simpatici.
Tanto è vero che, archiviato il mistero De Andrè, indotto dall'esternazione della mia cliente, mi imbatto in libreria in un volumetto di tale Federico Rampini intitolato "San Francisco - Milano", edito recentemente da Laterza nella collana "Contromano". Il Rampini, giornalista economico, collaboratore de "La Repubblica", ha vissuto negli anni scorsi in California, dove ha anche insegnato all'Università di Berkeley e solo da poco si è trasferito a Pechino per esercitarvi, suppongo, analoghe apprezzabili attività. Parrebbe trattarsi di un soggetto degno e ragionevole, come del resto testimonia la sua collega Natalia Aspesi, che mi onora della sua benevolenza e che ho al riguardo interpellato in occasione di un festoso incontro nella libreria di cui sopra.
Ebbene, duole constatare che l'autore in questione non ci è per nulla amico. Ciò risulta senza meno da un capitolo del suo libro sul quale, al solito, mi è "caduto l'occhio", non avendo avuto alcuna intenzione originaria di leggerlo tutto, ma solo di sfogliarlo. L'inizio, con sapiente sarcasmo, recita testualmente:
"Oltre alle formiche, alle api e ai caribù, esistono altre comunità che sopravvivono ordinatamente senza bisogno di notai." Sgombriamo preliminarmente il campo da ogni perplessità in ordine alla natura di quei "caribù". Si tratta di una specie di grossi cervi dell'America Settentrionale, dalle carni mangerecce (di bistecche di caribù si fa per esempio un gran parlare nel mirabile romanzo di Mordecai Richler "Solomon Gursky Was He-re" edito in Italia da Adelphi).
Passiamo a chiarire quali siano le "altre comunità" cui si riferisce l'autore. Una di esse è, secondo il testo, quella degli abitanti di San Francisco in cer
ca di una casa da comprare. Pare in effetti che leggi locali e civilissimi rituali colà in uso rendano la bisogna facile, poco costosa e perfino piacevole.
"Il ruolo del notaio come grassatore istituzionale (sic) è sconosciuto, dunque non esistono gabelle medievali prelevate da una corporazione. I controlli legali per evitare che ti vendano un appartamento gravato da ipoteche li fa una società privata che si chiama Title Company e costano poche centinaia di dollari. Non si usano pagamenti in nero e le tasse si calcolano in percentuale sul valore dichiarato, che è il vero valore di mercato."
Sull'assenza di pagamenti in nero e sulla dichiarazione di valore non possiamo che esprimere compiacimento e sincera invidia per quanto si pratica nello Stato così ben governato dal culturista di origine austriaca. Ma è poi tanto sicuro il polemico giramondo che le nostre medievali gabelle eccedano di tanto le "poche centinaia di dollari" che a giusto titolo pretende dai suoi clienti la benemerita Title Company?
Aspettiamo comunque di conoscere a quali eventuali angherie sarà sottoposto il Rampini dai notai cinesi in nome di una deontologia pericolosamente in bilico fra comunismo e neocapitalismo al termine di una storica marcia che, da Mao in poi, può ormai definirsi lunghissima.
Se non disistima o disprezzo per la nostra categoria, un tono di elegante canzonatura si rinviene perfino alla voce "Notary Public" di un'agile pubblicazione, "Pocket Law", che fa parte di una meritoria collana di manuali tascabili in materia economica, finanziaria, commerciale, giuridica e manageriale prodotti dalla casa editrice dell'autorevole rivista inglese "The Economist". È noto che la figura del Notaio nei Paesi anglosassoni differisce radicalmente da quella che noi conosciamo, trattandosi di un mero certificatore. Ma l'estensore della voce in oggetto sembra addirittura ritenerne la funzione in pratica inutile, istituita e mantenuta solo per assecondare ubbìe di stranieri malfidenti. "In parole povere, un pubblico notaio è un avvocato ufficialmente autorizzato ad autenticare documenti, con ciò ungendoli (sic) di una sorta di benedizione ufficiale. Per esempio, documenti richiesti per la registrazione di diritti in una giurisdizione straniera sono spesso notarizzati (firmati in presenza di un notaio e da lui autenticati) cosicchè le autorità estere abbiano il conforto (sic) della procedura notarile al fine di recepire i documenti."
Seguita poi a spiegare lo scettico chiosatore che esistono in Inghilterra e nel Galles due tipi di notai. Uno Scrivener Notary può esercitare in tutto il Paese
in forza di un certificato rilasciato dal Master della Scriveners' Company. Un General Notary può esercitare dappertutto tranne che all'interno della giurisdizione della Scriveners' Company, che è la City di Londra e una cerchia di tre miglia intorno alla City. "Prima o poi qualcuno insinuerà che questa esclusione puzza di restrizione monopolistica, ma, con norme che risalgono
al 1373, nessuno ha voglia di attaccare le fondamenta costituzionali della Scriveners' Company." E pensare che noi ci troviamo spesso a dover giustificare presso i clienti certi tormentoni (esempio: la sottoscrizione "col nome e cognome") imposti dalla vetusta nostra legge professionale, che in fondo è solo del 1913.
Per fortuna c'è invece da segnalare, sul versante opposto di un superstite (malgrado tutto) favore popolare accordato alla corporazione, il successo ottenuto dal personaggio del notaio nella rubrica televisiva "Affari Tuoi". Coinvolto con simpatia e qualche pesantezza dal fin troppo esuberante conduttore nella cagnara circostante, il collega (sbaglio o se ne sono avvicendati due, praticamente identici in quanto consanguinei?) ha saputo stare al gioco con spirito e senza rinunciare alla dignità richiesta dal ruolo. Va altresì lodata la sua non comune pazienza. Del resto, il notaio del telequiz è figura storica, quasi mitica, fin dai tempi di "Lascia o Raddoppia" e di "Rischiatutto". E, mi chiedo, esiste ancora il notaio dell'antidoping?
Infine, sempre per la serie "buone notizie", adesso "arriva l'olio del notaio". È il titolo di un trafiletto nelle pagine della rubrica "Società" di un numero del settimanale "L'Espresso" di qualche tempo fa. Recita il testo sottostante: "Torna l'olio certificato dal notaio." Ma allora c'era già stato? Peccato che non ce ne fossimo accorti. Si tratta di una "selezionatissima produzione da un unico oliveto, garantita dalla raccolta alla molitura e confezione", certificato come DOP Umbria dei Colli Assisi Spoleto, imbottigliato in confezioni/edizioni limitate e garantite da un notaio locale.
Questi, evidentemente, avrà assistito di persona, osservatore attento e rigoroso, a tutte le fasi della raccolta, della molitura e della confezione e, a garantire ancor meglio la bontà del prodotto, avrà proceduto ad appropriati assaggi. Mi propongo io stesso, ove se ne offra l'occasione, quale mallevadore di altre squisitezze enogastronomiche.